FRANCO CARDINI.
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IL BARBAROSSA.
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Vita, trionfi e illusioni di Federico Primo imperatore.
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1995. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
ISBN 88-04-39864-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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10. LA TUNICA LACERATA.
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La Santa Tunica di Treviri, detta "ineonsutile" perch tessuta senza cuciture, era insieme con la Santa Lancia detta "di San Maurizio" una delle pi illustri reliquie dell'impero. Priva di cuciture, quindi costituita di un solo panno tessuto, era figura del Salvatore che l'aveva indossata: e a Sua immagine era garanzia della sacra e intangibile unit del corpus christianorum.
Secondo una leggenda gi accreditata da Gregorio di Tours, la Santa Tunica era originariamente nascosta nel fondo di una cripta a Galatea, in Asia Minore; di l, secondo un altro cronista, era stata trasferita alla fine del sesto secolo in Occidente. Ma di Sante Tuniche, stando a varie notizie, dovevano essercene alquante in giro: non lontano da Treviri, ad Argenteuil, ce n'era un'altra; un'altra ancora a San Giovanni in Laterano. Beninteso, al fine di nascondere l'origine pi recente di questa o di quella reliquia, di solito si mettevano in scena dei trafugamenti e poi nuove inventiones o translationes. Sta di fatto che, per la Santa Tunica di Treviri, che la leggenda collegava a un dono fatto da sant'Elena, non si dispone di documenti sicuri anteriori all'undicesimo secolo.(50) Al tempo di Federico la reliquia era tuttavia grandemente venerata; e viva era la coscienza della Chiesa di Treviri e del suo presule, arcivescovo-elettore, che con essa si custodisse il tangibile pegno dell'unit dell'impero e del mondo cristiano. Un poema giullaresco, l'Orendel, narrava le avventure dell'eroe omonimo detto Grauer Roc, "Mantello Grigio", che indossa la sacra reliquia di Treviri. Orendel vince i pagani, cinge la corona di David e sposa Bride regina di Costantinopoli con la quale vive peraltro in castit e insieme con la quale ottiene da Dio il dono di una santa e serena dipartita da questa valle di lacrime.
Fiero e tenace cultore di questi simboli e delle realt che essi indicavano, l'imperatore rimase senza dubbio sconvolto dai fatti romani del settembre 1159 che lo colsero di sorpresa.
Alla morte di Adriano, i due opposti partiti cardinalizi presenti nella Curia si scontrarono con aperta violenza. Da una parte v'erano quanti intendevano proseguire il cammino aperto da Gregorio settimo, quello d'un papato ierocratico deciso a presentarsi come signore sugli stessi re della terra: ne era a capo il canonista Rolando Bandinella Dall'altra c'erano invece i prelati disposti ad accettare in un modo o nell'altro la tutela imperiale: li guidava Ottaviano Monticelli, gran signore discendente dalla schiatta degli antichi conti di Tuscolo e imparentato sia pure alla lontana con lo stesso imperatore, con i re di Francia e d'Inghilterra, con i marchesi di Provenza e i conti di Champagne. Dietro al primo partito stavano, evidentemente, le risorse diplomatiche, politiche e finanziarie del re di Sicilia; mentre il secondo era da parte sua strettamente collegato all'imperatore e all'alta nobilt romana, e Ottone di Wittelsbach era infatti a Roma per preparare l'ascesa di Ottaviano al soglio pontificio.
Rolando Bandinelli aveva peraltro dalla sua qualcosa di pi che non la leadership sul partito che potremmo definire "curiale": egli poteva anche vantarsi di rappresentare la continuit rispetto alla politica di Adriano quarto, del quale era stato il cancelliere ma anche e soprattutto l'ispiratore. Per la verit, ormai non sembra pi possibile identificarlo col magister Rolandus canonista bolognese: il che per nulla toglie n alla sua competenza in materia di canoni, n al fatto che la sua azione pratica e le sue posizioni teoriche nella Chiesa sarebbero impensabili senza la sistemazione del diritto canonico attuata, pochi anni prima, dal canonista Graziano. N le tesi rolandiane sarebbero concepibili senza il retroterra di opere come il Summa gloria de Apostolico et Augusto, scritta verso il 1125 da quel misterioso autore che va di solito sotto il nome di Onorio di Autun, e dove la superiorit del sacerdozio sul regno  chiaramente proclamata. Il riavvicinamento alla corte palermitana, l'incidente di Besanon, la politica di stretta collaborazione con i comuni lombardi avversari di Federico erano in tutto o in gran parte opera del Bandinelli; egli era stato si pu dire il protagonista della diplomazia pontificia dall'accordo di Benevento con il re di Sicilia in poi.
I lavori del conclave furono faticosissimi, sempre sul filo di una violenza pronta a scoppiare; i romani attendevano con ansia il responso, e in fondo si sapeva bene che esso, qualunque fosse stato, avrebbe condotto a uno scontro. Senza dubbio Rolando aveva comunque la maggioranza schiacciante: sui trentun membri del collegio cardinalizio, almeno ventidue - pi dei due terzi - stavano con lui. Ma Ottaviano aveva dalla sua buona parte del Senato, e nel conclave si respirava un'atmosfera d'intimidazione.
La cronaca della proclamazione pontificia del settembre 1159 sfuma nella farsa. Riunitosi il conclave fra 3 e 4 settembre, dopo tre giorni d'indugio i partigiani di Rolando - che pur si sono impegnati con la controparte a ricercare l'unanimit - pretendono che si acclami alfine il papa. Il Bandinelli  designato dalla maggioranza come nuovo pontefice, e si sta per procedere all'immantatio, a fargli cio indossare quello che Dante, un secolo e mezzo pi tardi, avrebbe definito "il gran manto"; ma Ottaviano s'impadronisce dell'indumento; un senatore romano - uno dei pochi rolandiani di quel consesso - glielo strappa dalle mani; Ottaviano ne ha per in serbo un altro, fatto preparare in precedenza, e rapidamente indossa quello (pare, nella fretta, a rovescio); irrompono degli armati che elevano alte acclamazioni al Monticelli come nuovo papa. Rolando e i suoi sono costretti alla fuga, mentre la folla acclama Ottaviano e questi ascende trionfalmente, al canto del Te Deum, al soglio pontificio. Si deve a Oddone Frangipani se il Bandinelli, dopo aver resistito una decina di giorni a un assedio, pu lasciare incolume la citt e riparare - dopo una rapida marcia tra le paludi pontine - a Cisterna, e di l a Ninfa, ai piedi delle montagne ciociare, dove il 20 settembre verr incoronato papa da tre prelati rimastigli fedeli: e assumer il nome di Alessandro terzo.
Dopo l'incoronazione, il nuovo papa raggiunse al pi presto la vicina Terracina, il pi accosto possibile ai confini del regno di Sicilia; e infine stabil la sua sede in Anagni. Da parte sua, Ottaviano aveva i suoi problemi a restare a Roma, dove imperversava lo scontro tra le fazioni. Oltretutto,  fuor di dubbio che la maggioranza dei principi della Chiesa ritenesse illegittima la sua elezione: e difatti egli stent a trovare tre prelati disposti a officiare la sua incoronazione, che fu rinviata fino al 4 ottobre allorch egli pot finalmente assumere nell'abbazia di Farfa il nome di Vittore quarto anche grazie - particolare significativo - al vescovo di Melfi, un profugo del regno di Sicilia in quanto avversario del suo re, che accett di prendere parte alla cerimonia liturgica. Indi, Vittore prese stanza solenne in Segni, non lontano dalla sede del suo avversario. A proteggerlo, c'erano Ottone di Wittelsbach e Guido di Biandrate.
Anagni e Segni distano in linea d'aria pochi chilometri: da l, come primo atto del suo rispettivo regno, ciascuno dei due papi si affrett a colpire il rivale con la scomunica.
Una farsa, si sarebbe appunto tentati di definirla. Un ennesimo episodio della lotta tra le fazioni romane, che regolarmente coinvolgeva da parecchi secoli il Santo Soglio. Ma il fatto  che a separare la farsa dal dramma v' una linea sottilissima: e in questo caso i fatti s'incaricarono di cancellarla molto presto.
Dal suo padiglione all'assedio di Crema, Federico seguiva con ansia lo sviluppo dell'intera faccenda. Se non c' dubbio alcuno che egli abbia contribuito a determinare l'elezione di Ottaviano,  anche fuori discussione che lo scisma - che ormai di questo si trattava - lo aveva sorpreso, forse sconvolto. Ci risulta con impressionante chiarezza dai documenti della cancelleria imperiale di quei giorni: ed  superficiale interpretarne il tono trincerandosi dietro la giustificazione stilistico-formale, cos com' aprioristico fare il processo alle intenzioni di Federico e supporre che il suo sdegno fosse solo il risultato di un calcolo. Egli si mostra severissimo con i cardinali, tutti i cardinali, che nella circostanza dell'elezione hanno cercato di compiere non gi la volont di Dio, bens la loro. Era comunque un dato di fatto che, bene o male, Ottaviano era stato eletto e proclamato papa: per cui l'incoronazione di Rolando a Ninfa veniva a porsi obiettivamente - qualunque ne fossero le ragioni - come l'atto dal quale era scaturito lo scisma. L'imperatore non aveva certo dubbi su quale dei due contendenti indirizzare il suo favore: ma, se pur aveva favorito un'elezione-farsa, non aveva certo n preveduto n tanto meno auspicato lo scisma. Per questo, a met settembre - ancor prima delle due incoronazioni - scriveva all'arcivescovo Eberardo di Salisburgo confermandogli che in quel momento v'era a suo avviso bisogno di un pontefice che garantisse l'intesa con l'impero, ma anche raccomandandogli di non dare troppo precipitosamente il suo assenso a nessuno degli eletti. Non era una missiva intimidatoria: era un messaggio ispirato ad autentica sollecitudine. L'unitas Ecclesiae non poteva stargli meno a cuore dell'honor imperii.
Solo quando lo scisma si fu ormai consolidato, verso la fine d'ottobre, Federico si decise a scrivere a tutti i vescovi tedeschi. In quella sua lettera tornava il motivo di fondo dell'unit della Chiesa e delle "due spade" affidate da Dio al papa e all'imperatore al fine di governare le cose, rispettivamente, spirituali e terrene. Ma ora che la Chiesa era lacerata, proseguiva Federico, bisognava ricomporne al pi presto l'unit. Per questo egli non si dilungava sulle rispettive ragioni dei due pontefici: poteva ben darsi che a Rolando fosse andata la maior pars e a Ottaviano invece la maior pars dei suffragi in conclave, nel senso che i fautori di Ottaviano erano immuni dalla congiura che - secondo la propaganda imperiale - era stata tessuta da alcuni cardinali con il re di Sicilia e i milanesi per portare alla tiara un nemico dell'imperatore; ed era al momento abbastanza inutile continuar a discettare sul prevalente valore dell'electio, come facevano i rolandiani, o dell'immantatio e del consensus popolare, sui quali invece insistevano i sostenitori di Ottaviano. Il punto era che il collegio cardinalizio era gi talmente diviso al suo interno prima di accedere all'elezione pontificia, che un accordo stipulato precedentemente all'inizio dei lavori del conclave aveva stabilito la necessit che il futuro papa uscisse da un voto unanime. E sappiamo ch'era stata proprio l'impossibilit di giungere a tale voto a innervosire le due parti e a far precipitare la situazione. Ora,  ovvio che Federico avesse fra i due pontefici, quello di Anagni e quello di Segni, le sue preferenze; soprattutto detestava Rolando, e in ci veniva confortato e forse spronato dal suo cancelliere, Rainaldo di Dassel. La sua posizione in ordine allo scisma sembra per onesta e corretta: non uno dei due, bens entrambi i papi, avevano disatteso il bisogno di unanimit (e quindi di unit). La Chiesa era perci minacciata nel suo equilibrio vitale e spettava all'imperatore, suo defensor, intervenire per scongiurare il peggio. A tal fine Federico convocava nella sua fedele Pavia un concilio al quale furono invitati non solo i due contendenti al soglio pontificio e tutti i prelati della Chiesa latina, ma altres i principali capi politici dell'Occidente. Il vescovo della stessa Pavia fu inviato difatti a Luigi settimo di Francia e a Enrico secondo d'Inghilterra, allora in conflitto, per ragguagliarli sugli eventi romani e proporre loro un'azione concertata onde risolvere al pi presto lo scisma. E non c' dubbio che tanto le pressioni dell'imperatore quanto la notizia dei fatti romani in s e per s ebbero la loro importanza nell'indurre i due re a stipulare nel dicembre 1159 un armistizio che, nel maggio seguente, si sarebbe trasformato in vera e propria pace.
Una volta convocato il concilio a Pavia,  evidente che, dal punto di vista dell'imperatore, fautore di scisma diveniva chi non avesse accettato questo suo ruolo arbitrale. Ma  non meno evidente ch'era proprio tale ruolo - al di l della questione tattica di un concilio proclamato in una citt ch'era roccaforte degli imperiali, e da un sovrano che propendeva chiaramente dalla parte avversa - a non poter essere accettato da Rolando-Alessandro, a meno che questi non rinunziasse alla sua robusta concezione ierocratica e non ponesse da parte (e definitivamente!) il tenore del Dictatus Papae, il tema della libertas Ecclesiae e la loro eredit. Egli rispose quindi di essere il solo pontefice eletto secondo i canoni, e pertanto l'unico ad avere l'autorit di riunire un concilio. Alessandro sapeva bene - e lo sapeva anche Federico - che quello scisma non era neppure alla lontana paragonabile a quello, di un ventennio prima, fra Innocenzo secondo e Anacleto secondo. Quel ch'era adesso in gioco, era il ruolo stesso del papato e del sacerdotium in seno alla Chiesa e alla Cristianit: accettare la convocazione imperiale avrebbe significato accordare a Federico la dignit di "vescovo di quelli di fuori", la dignit di un nuovo Costantino; avrebbe significato accreditare la lettura imperiale della teoria "delle due spade" e dar mano libera ai giuristi dell'impero che, a colpi di diritto giustinianeo, avrebbero ridotto il pontefice a cappellano di corte. Al di l delle contingenze, tale soluzione non sarebbe forse dispiaciuta all'aristocratico Vittore quarto, mentre faceva orrore al canonista Alessandro terzo. Qui - e non solo nella coscienza tattica che un concilio gestito da Federico avrebbe favorito quello e danneggiato questo - sta la chiave per correttamente comprendere, al di l di troppo facili riduttivismi, l'atteggiamento di entrambi. Il resto - il fatto che ad esempio Federico si rivolgesse epistolarmente a Ottaviano chiamandolo pontefice e a Rolando attribuendogli il semplice appellativo di cancelliere, il che ne sollevava le irate proteste - appartiene evidentemente alla sfera dei pretesti diplomatici, non a quella delle ragioni seriamente causanti. A prova di ci uno dei pi lucidi e intelligenti polemisti rolandiani, il cardinal Bosone, proponeva nel suo Liber Pontificalis una visione delle cose basata non gi sul conflitto fra Alessandro terzo e Vittore quarto, bens su quello fra Alessandro terzo e Federico. Papa Alessandro, secondo Bosone, non faceva che difendere la libert della Chiesa: Federico, avversandola, diveniva un tiranno, un persecutore; e Ottaviano Monticelli era solo una sua squallida creatura, un idolo che il sovrano stava forgiando con le sue mani per imporne l'adorazione. In questa visione  adombrata in effetti l'accusa di cesaropapismo, di volont dell'imperatore di gestire direttamente gli stessi affari ecclesiastici. La sostanza politica del momento, insomma, stava in questo: Federico voleva legittimare la sua posizione come arbitro al di sopra delle parti, mentre Rolando intendeva sottolineare che l'imperatore era al contrario proprio una delle due parti in causa, la controparte del pontefice legittimo, quindi un nemico della libert della Chiesa. Ma questa tesi implicava, da parte di Rolando, non tanto la contestazione delle scelte di Federico quanto piuttosto una volont revisionistica dei rapporti fra regnum e sacerdotium nel loro complesso, ivi compresa la sistemazione che ne era stata data un quarantennio prima col concordato di Worms. E non solo l'imperatore non avrebbe mai accettato di rimettere in discussione nulla di tutto ci: ma nessuno lo aveva mai preteso neppure all'interno della Chiesa. Vero  semmai che i fondatori del diritto canonico, Graziano alla loro testa, avevano teso a minimizzare la questione dei deliberati di Worms.
Alla luce di tutto ci si spiega il denso lavoro diplomatico svolto fra l'ottobre 1159 e il gennaio 1160 sia dall'imperatore sia dal papa residente in Anagni: tesi l'uno ad assicurare una massiccia presenza di prelati e di principi al concilio, l'altro a indurre a disertare tale assemblea. E questa tensione spiega in parte anche l'accanimento posto da Federico nel far cadere la disgraziata Crema: egli voleva giungere a Pavia circonfuso dell'alone di Cesare vittorioso e di principe della pace; eppure, al tempo stesso, proprio le efferatezze delle sue truppe sotto le mura della citt lombarda davano credito al profilo di tiranno che la propaganda rolandiana stava tracciando di lui e spingevano gli indecisi a chiedersi che cosa sarebbe mai potuto accadere se quell'uomo duro e implacabile fosse divenuto anche solo indirettamente padrone della tiara pontificia.
Il concilio di Pavia si apr il 5 febbraio 1160: da appena una settimana Crema era una montagna di macerie annerite. Dei due convocati, solo Vittore aveva risposto all'invito: Alessandro si era sdegnosamente rifiutato di riconoscere la validit di quel concilio, al quale erano presenti solo una cinquantina di vescovi di citt tedesche o italiane tra quelle fedeli all'imperatore. Mancava l'arcivescovo Eberardo di Salisburgo, che aveva inviato a rappresentarlo un semplice canonico; mancavano quelli di Treviri, Lione, Arles, Besanon; erano invece presenti (o avevano comunque aderito al concilio) i vescovi delle province ecclesiastiche di Colonia, Magonza, Brema, Aquileia e i vescovi di Bergamo, di Mantova, di Ravenna, di Faenza, di Fermo, di Ferentino, di Lodi, di Cremona, di Vercelli, di Pavia. I re di Francia e d'Inghilterra avevano cautamente inviato solo degli osservatori. A quel punto, le cose dovevano per forza seguire il loro corso: era impensabile giungere per via di pacifica composizione alla soluzione dello scisma. Fu a Pavia, e solo a Pavia, che Federico abbandon la linea moderata fin l tenuta nei confronti di Alessandro. Vittore fu naturalmente confermato pontefice, mentre l'elezione di Alessandro fu dichiarata nulla, sostanzialmente per motivi politici: s'impose cio la tesi ch'essa fosse l'esito di una coniuratio fra alcuni cardinali, il re di Sicilia e i milanesi con lo scopo di eleggere un papa che avrebbe scomunicato l'imperatore; il che era, ai sensi della Lex Iulia, lesa maest. Certo, gli imperatori romani da Costantino a Giustiniano avrebbero legittimamente agito nello stesso modo: come avrebbe potuto un suddito infedele accedere al papato? Ma ormai i tempi erano mutati: e un papa che faceva sua la massima del Dictatus di Gregorio, che il pontefice romano non pu esser giudicato da nessuno, non poteva che reagire indignato a quel simulacro di concilio che Giovanni di Salisbury definiva, da parte sua, "uno spettacolo da teatro". Una buffonata.
In effetti, al di l del tambureggiare della propaganda sveva, Pavia era stata un semifallimento: poche le presenze, debole e unilaterale l'assunto che aveva condotto alla deliberazione finale, scontato l'esito sulla base del quale, l'11 febbraio, si era riconosciuto Vittore papa legittimo. Questo peraltro non significa che Federico avesse agito scorrettamente nell'indire autonomamente il concilio, che anzi egli sembra essersi attenuto alla scrupolosa osservanza delle norme canoniche: certo per la mancata adesione di Alessandro terzo, se da un lato non poteva non venir condannata a Pavia pena l'inficiarsi dell'intero consesso, dall'altro spingeva lo scisma all'irreversibilit.
Alessandro e i suoi partigiani non persero quindi tempo. Gi il 28 febbraio, a Milano, Giovanni cardinale di Santa Maria in Portico e l'arcivescovo milanese Uberto scomunicavano tanto Vittore quarto quanto Federico; e qualche giorno pi tardi analoga scomunica toccava ai vescovi e ai consoli delle citt lombarde che avevano aderito al concilio di Pavia, nonch al marchese di Monferrato e al conte di Biandrate. Il 23 marzo, finalmente, lo stesso Alessandro scomunicava Federico, definito il primo persecutore della Chiesa di Dio, colui che aveva confuso l'ufficio regale con quello sacerdotale arrogandosi diritti che non gli competevano e aveva lacerato la tunica inconsutile del Cristo. Per questo, e per aver ricevuto e appoggiato "lo scismatico Ottaviano", l'imperatore veniva scomunicato e i suoi sudditi sciolti dal giuramento di fedelt che gli avevano prestato. Tuttavia - per quanto lo scioglimento dei sudditi dal giuramento di fedelt venisse nella pratica ad annullare il potere di Federico - il papa non volle o non os giungere a una sua deposizione formale: si limit cio a entrare nel merito dei rapporti tra sovrano e sudditi, ma prefer non entrare nel merito dell'ufficio imperiale in s e per s e del potere del pontefice su tale ufficio. Scrupolo giuridico o accorgimento politico?
Non c' dubbio che gli avvenimenti relativi allo scisma turbassero profondamente gli animi della Cristianit: e n Alessandro n Federico sembrano essersi posti per la verit a cuor leggero su quella strada. La scelta non era facile: ed era comunque una scelta che ribadiva lo strappo, la lacerazione. I tre grandi mistici tedeschi del momento - Elisabetta di Schnau, Ecberto di Schnau, Ildegarda di Bingen - avevano tutti espresso un parere che propendeva pi per Vittore che per Alessandro. Vive erano d'altronde le istanze che - anche sulla base di lucide elaborazioni teoriche quali quella di Ugo di San Vittore, morto una ventina d'anni prima dello scisma - proclamavano la necessit di una separazione dello spirituale dal temporale; a dirla appunto con Ugo, "quel che riguarda la vita terrena  sottoposto ai poteri della terra"; e in ci la volont di Alessandro sembrava prevaricare. Uomini come il cardinale Guglielmo di Pavia, l'arcivescovo Eberardo di Salisburgo, il teologo Gerhoh di Reichersberg, i quali avrebbero tuttavia finito tutti - chi prima chi poi - con lo scegliere il campo alessandrino, si mostrarono sulle prime esitanti e turbati dinanzi a un evento che sembrava risospingere la Cristianit occidentale indietro di un secolo, ai tempi di Gregorio settimo ed Enrico quarto. In particolare Gerhoh, suddito fedele dell'impero e nemico di ogni confusione fra cose dello spirito e cose terrene, non era insensibile dinanzi alla probabilit che Alessandro potesse essere stato eletto in seguito a una congiura ordita ai danni del sovrano germanico; e considerava prezzo di simonia il denaro corso fra la corte palermitana e i cardinali del partito "siciliano", nonch richieste simoniache gli appelli lanciati da Alessandro per finanziare la sua causa.
Frattanto la questione, nata all'interno dell'impero e sulla base dei rapporti fra questo e il papato, usciva, data la sua natura, fuori dei confini di esso: e svelava crudamente i limiti dell'aspirazione di Federico al dominium mundi. "Chi mai ha concesso ai tedeschi il diritto di giudicare le altre nazioni?", trinciava con durezza Giovanni di Salisbury, scoprendo con questa frase tagliente la debolezza storica e concettuale della teoria della translatio imperii. E sempre pi chiaro appariva che il problema politico - indipendentemente dai suoi contorni pi propriamente ecclesiali - era, per i sovrani e le Chiese d'Occidente, l'accettare o il rifiutare un papa loro proposto dall'imperatore.
I re di Francia e d'Inghilterra avevano sospeso il loro conflitto ormai cronico per risolvere la questione dell'obbedienza pontificia da seguire. Nel luglio del 1160, essi avevano rispettivamente convocato il loro clero francese a Beauvais e normanno a Neufmarch, a poca distanza fra loro sulla linea di confine fra regno di Francia e ducato di Normandia: ma dei deliberati di quei due paralleli consessi poco si sa. Gerhoh di Reichersberg parla di un sinodo tenuto a Tolosa, forse nell'autunno del 1160 o forse nella primavera del 1161, in cui la cosa sarebbe stata decisa: ma poco si sa anche di quello. Intanto, nel luglio del 1160, anche i vescovi inglesi si erano riuniti e, in merito all'obbedienza pontificia, avevano deliberato di comportarsi secondo le scelte del loro sovrano. Si ha comunque l'impressione di una prevalente opinione favorevole ad Alessandro all'interno del clero, ma di molta indecisione - o di una scelta temporeggiatrice - da parte dei sovrani. Inoltre, nell'autunno, le ostilit tra Enrico secondo  e Luigi settimo ripresero coinvolgendo anche i legati del papa di Anagni i quali troppo precipitosamente si erano affannati a compiacere, in varie questioni nelle quali entravano diritto canonico e poteri pontifici, entrambi i sovrani; ne deriv un pasticcio dal quale la causa di Alessandro usc temporaneamente compromessa. Ma, se la diplomazia di papa Bandinelli era intrigante, quella di Federico e del suo cancelliere Rainaldo era in cambio superba e arrogante: e n il re di Francia n quello d'Inghilterra avevano voglia di far la figura di gemme, sia pur fulgide, incastonate nella corona del sire di Hohenstaufen.
In generale va quindi detto che la storia dello scisma aperto nel 1160  abbastanza strana. Alla fine del 1161, i giochi in tutta Europa erano fatti: il 18 settembre di quell'anno, a Coucy-sur-Loire, Luigi settmo ed Enrico secondo prestavano ad Alessandro terzo, fuggito in Francia all'inizio dell'anno, l'ufficio di stratores e invano, tra la fine del 1161 e i primi del 1162, Federico scriveva in tono minatorio al cancelliere di Luigi settimo diffidandolo dal concedere altra ospitalit al ribelle Rolando; ma fra il maggio e il giugno precedenti due sinodi italo-germanici, riuniti rispettivamente a Cremona e a Lodi, avevano confermato i risultati di Pavia e la loro fedelt a Vittore quarto. Insomma, sia pure con parecchie reticenze e vari ripensamenti diplomatici, i re di Francia e d'Inghilterra avevano finito per schierarsi con Alessandro; e cos i sovrani e le Chiese d'Ungheria, di Castiglia, d'Aragona e della Terrasanta crociata. Per Vittore quarto si dichiarava la maggioranza dei prelati dei tre regni direttamente soggetti a Federico nonch di quelli di Boemia e di Danimarca che riconoscevano la sovranit feudale dell'imperatore. Ma, per quel che riguarda l'Italia, l'obbedienza all'uno dei due pontefici si sceglieva logicamente citt per citt e regione per regione, a seconda dei rapporti con Federico. In Lombardia, ad esempio,  logico che Milano fosse la grande sostenitrice di Alessandro e che ci determinasse l'intera geografia regionale delle adesioni al Bandinelli e al Monticelli. In Toscana il margravio Guelfo convoc il 20 marzo, domenica delle Palme, una dieta a San Genesio, l dove la Via Francigena iniziava il suo corso a sud dell'Arno. Vi convennero i grandi feudatari della regione - dal giovanissimo Guido figlio di Guido Guerra a Gherardo della Gherardesca a Ildebrandino degli Aldobrandeschi - e i consoli pisani, fiorentini, lucchesi, pistoiesi, senesi. La dieta fu turbata da un tumulto scatenato da fiorentini e lucchesi contro i Guidi, ma  sintomatico comunque della confusione esistente il fatto che il duca tedesco - cui spettava convincere i toscani della bont della causa di Vittore - privilegiasse il parere dell'arcivescovo Villano di Pisa, che proprio per la sua decisa scelta alessandrina era in rotta con la sua citt.
Ma le cose, viste da vicino, sono ancora pi sfumate e complesse. Non solo si registrano - e sarebbe ancora normale - defezioni e mutamenti di campo, ma altres una diffusa e anche abbastanza precoce "stanchezza dello scisma". Intendiamo dire che in molti casi l'adesione di questo o di quel prelato e di questa o di quella diocesi a uno dei pontefici sembra essere stata dettata da motivi contingenti e resta fiacca e formale; n mancano i casi di temporeggiamento e di vera e propria ambiguit. Insomma, nella maggioranza dei casi il clero europeo ha subito lo scisma: non vi ha per aderito, non ha esplicitamente preso campo. Da parte loro, Alessandro e Federico si sono sempre per cos dire guardati direttamente negli occhi, anche nei momenti di maggior tensione: protagonisti e responsabili principali dello scisma, non sono forse mai venuti meno al desiderio (e alla coscienza del comune dovere) di appianarlo. Alessandro non ha mai formalmente deposto Federico; e questi  intervenuto spesso con pesantezza, ma talora anche con comprensione e sollecitudine quasi umile nei confronti dei prelati dell'impero che - fatta salva la loro fedelt al sovrano - avevano scelto l'obbedienza alessandrina.
Lo scisma si trasciner per lunghi anni, fino al 1177, e far da sfondo - invero sempre pi sbiadito - alla lotta fra l'imperatore da un lato, il papa e i comuni lombardi dall'altro.
Intanto, nel 1160, Federico restava in Italia e intensificava le operazioni nella pianura lombarda. Ma le sue forze e quelle dei comuni e dei feudatari suoi alleati erano tutto sommato abbastanza esigue: egli avrebbe stretto volentieri Milano d'assedio, ma la sua armata non era neppure sufficiente a cingerne il perimetro. In queste condizioni egli poteva solo razziare le campagne circostanti alla citt per tagliarle i rifornimenti: ma tale tattica, alla lunga, nuoceva alle sue stesse truppe che dopo aver desolato i dintorni non riuscivano a trovare vettovaglie bastanti. E cos il dominus mundi, che aveva impiegato sette lunghissimi mesi a conquistare la non certo formidabile citt di Crema, nel giugno veniva sconcertato dai milanesi che - mentre egli devastava le campagne fra Legnano e Rho - gli mandavano contro un corpo di spedizione all'avanguardia del quale figuravano un centinaio di carri corazzati e "falcati", cio muniti tutt'intorno di falci: pare che l'invenzione di questi protopanzer si debba attribuire al solito mitico maestro Guitelmo. Il 9 agosto poi l'imperatore veniva battuto dai milanesi nella battaglia attorno al castello di Carcano. La sconfitta non era importante sul piano propriamente militare, ma costituiva il segno d'una generale debolezza della quale lo Svevo era ben consapevole e per ovviare alla quale egli aveva da tempo richiesto aiuto in Germania. Ma l il suo pi importante principe, Enrico il Leone, si era proprio in quei mesi impegnato a domare e organizzare i territori al di l dell'Elba dove pare che, contro le residue resistenze dei vendi, gli fossero di grande aiuto le cognizioni di poliorcetica e d'ingegneria militare apprese in Italia. Nel luglio, durante una dieta presieduta a Erfurt da Rainaldo di Dassel, si era in effetti deciso d'intervenire in Italia: gli aiuti programmati erano rimasti per nelle intenzioni. L'arcivescovo di Salisburgo, pi volte pregato dallo stesso imperatore, si era alla fine deciso a inviare un contributo in denaro: ma Federico - lo stimasse inadeguato o fosse indispettito per l'atteggiamento filoalessandrino del presule - aveva finito per respingerlo. Alla fine, nella primavera del 1161, i rinforzi tedeschi arrivarono insieme con altri dall'Ungheria: e allora - con l'aiuto delle macchine d'assedio inviate dai vescovi di Novara, Asti e Vercelli nonch dal marchese di Monferrato, dal marchese Malaspina, dal conte di Biandrate, da altri nobili lombardi e dalle citt di Como, Lodi, Bergamo, Cremona, Pavia e altre - furono riprese le operazioni. Poteva cos cominciare, fra la primavera e l'estate, l'assedio sistematico e razionale alle formidabili fortificazioni milanesi ideate da mastro Guitelmo. Ma esso fu duro; e complicato per giunta da ogni sorta di manovre politiche. Fra i principi tedeschi, v'era qualcuno che intendeva emergere e affermare il proprio ruolo nei confronti dell'imperatore; soprattutto, molti - specie nella cerchia dei parenti stessi di Federico - odiavano il cancelliere Rainaldo ed erano disposti a fare qualunque cosa per scalzarlo dal suo posto e per minare la fiducia che il sovrano mostrava di riporre nelle sue scelte e nei suoi consigli.
L'importanza che Milano cadesse, addirittura ai fini della composizione dello scisma, era una tesi di Rainaldo. In opposizione a essa alcuni nobili - fra cui Corrado fratellastro di Federico e conte palatino del Reno, Ladislao duca di Boemia e Ludovico landgravio di Turingia - cercarono di mettersi in contatto con i consoli di Milano e di intavolare trattative: pare che Rainaldo intercettasse per i messi milanesi nonostante il salvacondotto di quei principi; e che questi ultimi, offesi dall'oltraggio, giurassero addirittura di ucciderlo. L'imperatore dovette faticare non poco per comporre il dissidio che ne segu. L'assedio intanto continuava, e Federico non mancava di dare agli assediati prove della sua inflessibile determinazione: come quella di riconsegnare alcuni loro cittadini caduti suoi prigionieri dopo averli accecati tutti salvo uno (al quale era stato per tagliato il naso) perch potesse guidarli. Ormai per lui la caduta della citt era molto pi di un obiettivo militare: si disse che aveva giurato di non portare pi la corona prima di aver raggiunto il suo scopo.
Ai primi del 1162 la citt, esausta, chiese di arrendersi. Federico era duro, ma in genere non amava forzare le cose. Dett quindi condizioni di pace rigorose, ma in fondo improntate allo spirito di Roncaglia: ci senza dubbio con soddisfazione dei nobili tedeschi e di coloro che, come Guido di Biandrate, consigliavano la moderazione. I milanesi avrebbero dovuto accettare un podest tedesco o loro concittadino, ma scelto dal sovrano; mura e torri della citt sarebbero state rase al suolo e ricostruite solo quand'egli lo avesse consentito; ma la citt, sia pure ridotta di dimensioni in seguito all'emigrazione di alcuni suoi abitanti, sarebbe sopravvissuta. Fra i consiglieri dell'imperatore, soltanto Rainaldo era contrario: secondo lui, Milano andava completamente distrutta.
Ma anche nella citt assediata serpeggiavano gli odi e le rivalit. Milano, profondamente divisa al suo interno da contrapposte fazioni politiche e da divergenti interessi economici, non era affatto concorde nella lotta: molti erano i pareri, molti gli attriti, molti i rancori. E tutto ci si rifletteva anche nell'atteggiamento immediato: v'erano i fautori della resa; i partigiani della resistenza a oltranza; perfino i sostenitori pi o meno occulti di Federico, come i monaci di Sant'Ambrogio o i membri della famiglia Scaccabarozzi, vassalli forse del monastero di Sant'Ambrogio e del vescovo di Lodi. Cos, i negoziati erano quasi conclusi quando in citt scoppi un tumulto forse dovuto alla generale stanchezza perch le trattative andavano troppo per le lunghe, forse teso ad accelerarle o - per contro - a farle fallire. Nulla di quelle vicende  troppo chiaro, se non che Federico avrebbe voluto chiudere al pi presto l'affare milanese che gli stava costando troppo tempo e troppo denaro: anche perch intanto, nel gennaio, Alessandro terzo era arrivato a Genova da dove meditava di raggiunger la Francia e porsi sotto la protezione del suo nuovo amico Luigi settimo: e i genovesi non solo lo avevano accolto in trionfo, ma si erano rifiutati di accedere alle richieste dell'imperatore che aveva proposto loro l'alternativa tra il consegnarlo a lui o il custodirlo essi stessi. Gesto d'amicizia e di fedelt vantaggioso, peraltro, che il pontefice lo avrebbe ricambiato nel marzo con un privilegio che favoriva i loro interessi in Sardegna; e che ne avrebbe procurato poco dopo, nel giugno, un altro - in concorrenza - da parte imperiale. Federico infatti, qualunque fosse il suo umore effettivo, non poteva permettersi di giocarsi del tutto l'amicizia della citt marinara: da qui il bisogno di far comunque buon viso a cattivo gioco.
Stando cos le cose, l'imperatore non avrebbe visto male una resa concordata con Milano. Ma i fatti del febbraio sembravano dar ragione a chi, come Rainaldo, sosteneva che non c'era spazio n per trattare n per fidarsi: la citt era in preda alla disperazione e allo sfascio, non governava pi nessuno, insomma non c'era altra strada che proporre la resa incondizionata.
In effetti Milano era esausta. Tagliate le comunicazioni con Brescia e con Piacenza, da dove finch era stato possibile erano arrivati rifornimenti, la citt restava preda della pi grande conquistatrice di piazzeforti del Medioevo: la fame. Certo, i piacentini almeno restavano alleati sicuri: non perdonavano a Federico di aver deciso una questione riguardante i diritti di transito sul Po in favore del monastero di Santa Giulia di Brescia anzich loro. Ma non erano in grado di fornire alcun valido aiuto.
E c'era forse di pi: la "quinta colonna". Una fonte peraltro tardiva e molto partigiana attribuisce la rovina di Milano a un cittadino "traditore", Giordano Scaccabarozzi, il quale - quando sembrava che l'accordo per la resa condizionata fosse gi cosa fatta - si rec segretamente dall'imperatore, di notte, per comunicargli che la citt era allo stremo per mancanza di viveri e consigliargli quindi di sospendere le trattative. Lo Scaccabarozzi non era che la punta di un iceberg milanese filoimperiale abbastanza consistente. Bisognava pertanto cedere.
Il 1 marzo 1162 i consoli milanesi comparivano a Lodi, le spade nude appese al collo in segno d'umiliazione, e si gettavano come rei di alto tradimento ai piedi del sovrano implorando clemenza. Il 4, seconda domenica di quaresima, giunsero a Lodi trecento cavalieri: chiesero piet per la loro sciagurata Milano, consegnarono all'imperatore le loro bandiere, dettero degli ostaggi. Il 6 giunse infine il Carroccio, accompagnato da un migliaio di armigeri. Fra la costernazione dei milanesi in lacrime, vestiti di sacco e recanti croci di legno, la grande antenna del Carroccio si abbass e l'imperatore stese la mano verso il vessillo di Sant'Ambrogio. Perfino Guido di Biandrate, vassallo fedele di Federico ma anche amico di Milano, chiese piet; intorno al trono i principi tedeschi piangevano, commossi dallo strazio della scena. Solo l'imperatore rimase impassibile, in silenzio; quindi Rainaldo ricord ai supplici che l'unica cosa che essi potessero fare era giurare incondizionata fedelt; per il resto, l'indomani avrebbero conosciuto il loro destino. L'umiliazione dei milanesi era la pi grande vittoria politica di Rainaldo; era anche umiliazione dei suoi nemici a corte, di quelli che avrebbero voluto trattare con la citt lombarda, in odio a lui e per impedirgli di cogliere un nuovo successo.
All'indomani, il sovrano sciolse le riserve. Secondo la legge i milanesi erano - in quanto traditori - passibili di condanna a morte; egli garantiva comunque le loro vite e li scioglieva dal bando; tuttavia i consoli sarebbero stati imprigionati, i cavalieri avrebbero dovuto fornire ostaggi, le mura abbattute e i fossati cittadini colmati in modo da permettere all'esercito imperiale di entrare in citt schierato in ordine di battaglia. Era un'umiliazione cocente, tanto pi dura in quanto la condanna veniva pronunziata in quella Lodi che i milanesi avevano conculcata pi volte.
Pu darsi che, in un verdetto cos aspro, le tracce di relativa mitezza fossero consigliate a Federico dai nobili tedeschi, ammirati del valore dei milanesi; e forse da qualche feudatario italiano come il conte di Biandrate. Ma Rainaldo aveva dalla sua le citt lombarde nemiche di Milano, che non avevano intenzione di vedere la citt risorgere troppo presto. L'imperatore presiedette in Pavia, a partire dal 13, una loro assemblea; e l dovette rendersi conto che era meglio accontentarle. Il 19, fece ordinare ai milanesi di uscire dalla citt; furono loro assegnate quattro vicine localit nelle quali potevano stabilirsi. Il giorno dopo cominciarono i lavori di totale demolizione, eseguiti dai nemici lombardi di Milano: e con tale foga, con tale rancore che neppure le chiese furono risparmiate e Federico fu costretto a intervenire di persona per impedire la profanazione di alcune reliquie. L'area di Porta Orientale col borgo prospiciente venne attaccata con gioia feroce dai lodigiani, che da decenni aspettavano quest'istante; Porta Romana fu abbattuta dai cremonesi; su Porta Vercellina si gettarono i novaresi; Porta Comacina fu com' logico assegnata ai comaschi; e naturalmente Porta Ticinese spett ai pavesi, mentre quelli del Seprio e della Martesana si occupavano di Porta Nuova...
Per il 1 aprile, domenica delle Palme, la demolizione era terminata. Federico prese l'olivo in Sant'Ambrogio: in segno di pace, senza dubbio, ma anche di vittoria. Si spost poi a Pavia, dove celebr le feste di Pasqua e tenne splendida corte bandita alla presenza di molti nobili e prelati tedeschi e dei consoli delle citt lombarde alleate: forse i pi raggianti di tutti per la tragedia di Milano. Fra i suoi vescovi, Federico aveva molto insistito - e, alla fine, con successo - affinch lo raggiungesse a Pavia anche Eberardo di Salisburgo, al quale nel marzo aveva scritto Alessandro pregandolo di adoperarsi presso l'imperatore per il risanamento dello scisma. Con Eberardo viaggi alla volta degli accampamenti imperiali Gerhoh di Reichersberg, che da poco aveva terminato il primo libro del suo De investigatione Antichristi.
Una volta caduta Milano e imposto ai milanesi come primo podest imperiale Enrico vescovo di Liegi, nessuno in Lombardia poteva ragionevolmente pensare a resistere all'imperatore. I bresciani e i pochi altri fedeli alleati della citt di sant'Ambrogio si affrettavano, ora, a piegarsi a loro volta e a sborsare un'ammenda di 6000 marche d'argento. I piacentini, rei di aver voltato le spalle al sovrano, ebbero a loro volta mura abbattute e fossati colmati e dovettero adattarsi a restituire i regalia, pagare anch'essi l'indennit di 6000 marche e accettare un podest nominato dall'imperatore. E sulla faccenda dei podest di nomina - o almeno di gradimento - imperiale, Federico non transigeva: perfino la fedelissima Cremona, che pure fu riempita di privilegi (ma, taluni, dovette sborsare fior di quattrini per averli), fu costretta ad accettare che i suoi consoli venissero eletti in presenza di un rappresentante del sovrano che procedette poi alla loro investitura formale.
Si rivelavano insomma anche le linee di frattura all'interno della compagine federiciana: le citt lombarde antagoniste di Milano avrebbero semplicemente voluto prendere in tutto il suo posto, sostituirsi alla sua egemonia e spartirsela fra loro; il sovrano intendeva invece attuare il dettato di Roncaglia. La diversit di trattamento riservata a Brescia o a Piacenza da una parte, a Cremona dall'altra, era senza dubbio sufficiente a creare molte inimicizie e molti gravi rancori; non bastava tuttavia a soddisfare quelle citt che avevano ritenuto che la vittoria di marzo contro Milano fosse anche loro e che solo a quel punto si andavano accorgendo quale fosse la vera natura della politica imperiale. E questo disincanto era un elemento difficile, imponderabile, pericoloso, che neppure il cauto Rainaldo aveva saputo valutare. Era davvero un rischio andarsi a invischiare nelle complicate faccende delle citt italiane.
E invece Federico aveva intenzione di invischiarvisi sempre pi, forse perch riteneva che ormai il pi fosse fatto. Caduta Milano, ogni seria opposizione nel regno era cessata; dalla sua corte di Pavia, dove sarebbe rimasto fino alla met circa di giugno, egli volgeva ora lo sguardo alla Sicilia. Ma, per piegare il regno di Guglielmo, aveva bisogno dell'aiuto delle due citt marinare di Genova e di Pisa, allora in lotta fra loro. Giocando accortamente sulle reciproche rivalit, Federico non intendeva certo pacificarle; gli bastava che entrambe si adattassero ai suoi programmi e anzi, con quella premessa, non gli sarebbe in fondo dispiaciuto se esse fossero rimaste avversarie. L'imperatore concedette alla citt di Pisa, con un importante privilegio, di eleggere liberamente i suoi consoli e varie altre prerogative, ampliandone i diritti comitali e riconoscendo come area di sua influenza tutto il litorale compreso fra Portovenere e Civitavecchia, cio l'intera costa toscana. Al solito, in questo documento egli elargiva anche prerogative rispetto alle quali egli aveva un certo diritto giuridico, non per poteri effettivi; e giungeva addirittura ad assicurare ai pisani la met di Palermo, di Messina, di Salerno, di Napoli, l'intera Gaeta, Mazzara, Trapani, nonch una strada per stabilirvi un fondaco in tutte le citt del regno di Sicilia; e inoltre l'esenzione completa da tasse su quel territorio e un terzo del tesoro di Guglielmo I. Tutto questo, beninteso, una volta conquistato il regno siculo-normanno: e al riparo da eventuali pretese del margravio di Tuscia, che Federico s'impegnava a tenere a bada nel caso si fosse azzardato a contendere qualcosa ai beneamati sudditi pisani.
Quando l'imperatore formulava tanto splendide promesse, aveva forse davvero l'intenzione di avviare nell'autunno successivo la campagna contro il regno di Sicilia. Su questo punto, dovette per ben presto ricredersi e spostare l'inizio dell'impresa all'anno seguente.
I pisani confidavano molto su questa stretta alleanza con l'impero, per quanto ben sapessero che essa avrebbe loro procurato delle noie sia nel Meridione d'Italia, sia a Bisanzio: cosa che, infatti, puntualmente avvenne. Tanto pi furono quindi contrariati nel venire a sapere che l'imperatore offriva privilegi analoghi ai loro anche a Genova, alla quale - e lo si  gi accennato - egli nel giugno riconosceva fra l'altro il diritto a trattare come propria area d'influenza la costa compresa fra Portovenere e Monaco. Concedendo a Pisa un privilegio altrettanto ampio, nell'aprile, Federico aveva corso il rischio calcolato (quanto?) d'inimicarsi definitivamente Genova, puntando invece sulla sua emulazione: e aveva visto giusto, che i genovesi - allarmati e irritati al veder la rivale tanto favorita da colui che allora sembrava l'assoluto e definitivo vincitore - avevano subito tentato una manovra diplomatica d'avvicinamento, puntualmente contrastata da Pisa.
Tatticamente, l'ingelosire le due citt favorendole entrambe - ma in tempi e misure differenti - si era rivelato un successo. Ma strategicamente era un errore: e difatti esse non tardarono a scontrarsi di nuovo, sia pure con l'occasione di un tumulto avvenuto fra pisani e genovesi a Costantinopoli.
La piega assunta dalla situazione irrit profondamente Federico, che invece riteneva necessario agire subito contro la Sicilia per consolidare il suo successo lombardo e sfruttarlo sino in fondo. I suoi avversari si stavano riorganizzando e, fra l'aprile e il maggio, Alessandro terzo aveva da Montpellier confermato la scomunica tanto contro di lui quanto contro Vittore quarto.
Nel giugno Federico si era gi mosso alla volta della Romagna: ma forse le notizie relative agli scontri fra pisani e genovesi, forse la necessit di farsi vedere in Borgogna per sistemare anche l varie questioni e sorvegliare da vicino le mosse di Alessandro, lo convinsero a fare dietro-front e a puntare a nord-ovest. I tempi per occuparsi della Sicilia non erano ancora maturi.
Frattanto, il cancelliere Rainaldo si era recato in Toscana, dove Pisa non aveva tardato a cercar di tradurre in pratica quel diploma imperiale dell'aprile che faceva di lei la citt pi potente della regione. Rainaldo aveva convocato una dieta a San Genesio, dov'erano infatti convenuti nel luglio i consoli di Lucca, di Pisa, di Pistoia, di Firenze, nonch i conti Alberti, Gherardeschi e Aldobrandeschi. La sua linea politica in Toscana si rivel ispirata a saggezza e a moderazione: fece in modo da legare a s e alla causa imperiale i feudatari, e al tempo stesso riconobbe i diritti e le aspirazioni delle citt. Il fatto era tuttavia che, cos agendo, egli finiva con il mettere obiettivamente - ma non certo senza rendersene conto - da parte i diritti di governo che sulla Toscana vantava il margravio Guelfo. Tutto ci non avveniva certo senza il beneplacito dell'imperatore, anche se non  il caso di giungere a sostenere che il cancelliere s limitasse ad eseguire la volont del suo sovrano.  assai pi facile che, in questo come in altri casi, l'arcivescovo di Colonia forzasse la mano all'imperatore: ma che d'altronde questi gli accordasse di buon grado la sua fiducia e la sua copertura. Il che non era certo il modo migliore per conciliare a Rainaldo le simpatie della nobilt tedesca.
Torniamo per a Federico, la cui presenza in Borgogna dipendeva certo, in una qualche misura, dai problemi locali; e forse anche dal desiderio di avvicinarsi alla Germania dalla quale egli mancava da molto tempo e in cui stavano accadendo varie cose. Fra l'altro, nel febbraio si era avuto al nord-est un risveglio degli obodriti, che avevano attaccato Meclemburgo e sui quali solo nel luglio Enrico il Leone aveva trionfato. Ma il nuovo successo del cugino, che in Sassonia - e, forse meno, in Baviera - si atteggiava a signore assoluto, faceva davvero piacere a Federico?
La cosa che pi lo preoccupava, era per il perdurare dello scisma e il progressivo affermarsi di Alessandro terzo: ogni nuova adesione al Bandinelli era - e l'imperatore se ne rendeva conto - un duro colpo inferto alla sua persona e al suo prestigio nella misura in cui egli, dopo Pavia, si era tanto impegnato a sostenere Vittore quarto. Il pericolo maggiore era che i re di Francia e d'Inghilterra ponessero da parte le loro inimicizie nel segno della comune obbedienza ad Alessandro: ed era appunto quanto minacciava invece di accadere. Nel settembre si era riunito a Dle in Borgogna un altro concilio di fedeli di Vittore quarto: lo patrocinavano beninteso l'imperatore nonch il conte Enrico di Champagne, ed erano presenti anche Enrico il Leone, Alberto l'Orso, Ottone di Wittelsbach. Davanti a non molti prelati tedeschi e borgognoni, Alessandro fu di nuovo scomunicato e furono ribaditi i deliberati di un concilio Vittorino che si era tenuto a Cremona e Lodi nel maggio-giugno del 1161. Ma non si tratt di un gran successo dell'imperatore.
Poco prima, al contrario, si era verificato un episodio preoccupante. Federico aveva insistito a lungo per abboccarsi con Luigi settimo e rivedere con lui la questione dello scisma in presenza dello stesso Alessandro terzo. Quando il re di Francia fosse stato convinto della bont della causa di Vittore - riteneva Federico -, anche Enrico secondo d'Inghilterra avrebbe dovuto adattarvisi. Lo Svevo poteva presentare a Luigi settimo uno schieramento Vittorino, almeno sulla carta, imponente: i re di Danimarca, di Norvegia, d'Ungheria; il duca (ormai provvisto di prerogative e insegne regali) di Boemia; la maggior parte delle abbazie cluniacensi. La propaganda imperiale intanto lavorava febbrilmente in Francia, e correva voce che Luigi fosse ormai acquisito alla causa di Vittore.
Ma proprio la pesantezza di queste pressioni urt il capetingio che, un po' come tutti i deboli e gli indecisi, detestava venir sottoposto a sollecitazioni e diveniva in quei casi caparbio e irremovibile.
L'incontro era fissato per la fine d'agosto a Saint-Jean-de-Losne, sul ponte che scavalcava la Sane e sul quale passava la strada fra Dle e Digione. Il convegno avrebbe dovuto aver luogo appunto sul ponte, "terra di nessuno" fra regno di Francia e regno di Borgogna. Era stabilito che ciascun sovrano avrebbe esposto le sue ragioni e che si sarebbe poi giunti a un accordo. Alessandro terzo, dopo aver scongiurato Luigi di non andare a quel convegno, rifiut di accompagnarlo e sped in vece sua alcuni cardinali come osservatori.
Ma ciascuno dei due sovrani si rec in malafede e controvoglia al ponte di Saint-Jean. Luigi temeva che gli venissero rinfacciati impegni che egli in passato si era assunto; Federico aveva paura che il francese, non foss'altro per difendersi, facesse proprie le accuse alessandrine contro Vittore.
L'incontro si risolse dunque in una ridicola commedia di mancati appuntamenti sulla riva della Sane. In realt, un ben pi profondo motivo d'irritazione e di diffidenza impediva al re di Francia di trattare serenamente con l'imperatore: la consapevolezza cio che Federico stava facendo di tutto per attrarre nella sua sfera feudale la nobilt francese dell'est, confinante con la Germania e con la Borgogna: i conti di Champagne, di Nevers, di Fiandra, il duca della Borgogna transaoniana.
L'incontro fu dunque aggiornato al 19 settembre successivo, e nel frattempo entrambe le parti si dettero molto da fare. La Chiesa vittorina celebr come s' detto il suo concilio a Dle; Alessandro terzo da parte sua non solo rafforz la sua influenza su Luigi, ma ebbe un abboccamento anche con Enrico d'Inghilterra a Coucy-sur-Loire e, pochi giorni dopo, incontr di nuovo - e stavolta insieme - i due sovrani. Era intanto fallito, il 19 settembre, il secondo convegno di Saint-Jean-de-Losne fra Luigi settimo e Federico; anche perch quest'ultimo - evidentemente contrariato per la piega che le cose relative allo scisma avevano preso - non si era degnato di venire all'appuntamento e aveva inviato in vece sua Rainaldo a comunicare bruscamente che l'imperatore non aveva intenzione di spartire con nessuno la sua giurisdizione sulla Chiesa di Roma.
Alessandro terzo fin quindi col giovarsi dell'arroganza e dell'impazienza di Federico e del suo cancelliere. Nell'area occidentale della Cristianit latina, il suo trionfo era ormai definitivo; e lo si sarebbe visto nella primavera del 1163, quando egli celebr a Tours un concilio al quale presero parte prelati provenienti dalla Francia, dall'Inghilterra, dall'Italia: circa centocinquanta fra cardinali e vescovi e pi di quattrocento abati. La Chiesa alessandrina si andava imponendo fra l'altro anche in Germania, dove molti membri dell'alto clero avevano rotto riserve e ambiguit e si erano decisamente schierati - pur sottolineando in genere che ci non inficiava la loro fedelt all'imperatore - dalla parte di Alessandro. Fra loro, il personaggio pi autorevole era l'arcivescovo Eberardo di Salisburgo, che Alessandro invest addirittura nel 1163 dell'ufficio di legato papale per la Germania e che nonostante ci rimase in rapporti sostanzialmente buoni, addirittura affettuosi con Federico. La questione era senza dubbio delicata, e non mancarono episodi di durezza: ma in genere i prelati alessandrini tedeschi mostravano di non tenere in alcun conto la scomunica che il loro pontefice aveva comminato contro il loro sovrano; cos come davano l'impressione di giudicare il mantenimento dello scisma come risultato non tanto della volont del sovrano quanto della perversit del suo cattivo consigliere, Rainaldo di Colonia. Ed era difatti nei confronti di quegli e di papa Vittore - ma non, ed  significativo, in quelli di Federico - che il concilio di Tours ribadiva la scomunica. Quanto ad Alessandro, egli non mancava di far pervenire a Federico, specie tramite il legato Eberardo, segni di distensione. Ma intanto inviati del basileus Manuele cominciavano a circolare in Francia e prendevano contatto con Alessandro e con Luigi settimo. Si delineava un'alleanza imponente contro il sovrano tedesco.
Questi, dopo il secondo incidente di Saint-Jean-de-Losne, era frattanto rientrato in Germania. La situazione che vi aveva trovato non era delle migliori, ed egli aveva cercato di correre ai ripari l dove poteva. Aveva cominciato con il punire duramente la citt di Magonza, dove nel 1160 si era verificato un tumulto di gravit inaudita durante il quale era stato ucciso l'arcivescovo Arnoldo, compagno dell'imperatore nella campagna italiana del 1158. Ma aveva ben presto dovuto rendersi conto che, dietro ai disordini apparentemente causati da motivi politici o economici, si agitava spesso anche un disagio morale e religioso che lo scisma rendeva ancor pi drammatico. E senza dubbio proprio sullo scandalo provocato dallo scisma faceva leva la propaganda ereticale. Nell'agosto del 1163, in effetti, furono scoperti a Colonia alcuni eretici guidati da un maestro a nome Arnoldo e provenienti dalla Fiandra: furono mandati al rogo e l dettero prova, in tragiche circostanze, di grande fermezza d'animo. Ecberto di Schnau ne fu impressionato al punto che fu allora che cominci a scrivere i Sermones. Anche Ildegarda di Bingen rimase colpita da quell'episodio; e del resto essa aveva forse avuto modo gi da prima di esporre le sue inquietudini sull'avvenire della Chiesa all'imperatore, con il quale si era incontrata nella primavera di quell'anno a Ingelheim.
D'altro canto, Federico aveva fretta di scendere di nuovo in Italia per affermarvi ancora il suo potere e riprendere il disegno di offensiva contro la Sicilia. Intervenne nel nord, dove gi nel 1157 aveva eretto in ducato la Slesia per conferirla a un membro del casato dei Babenberg e dove gi esisteva la marca del Brandeburgo assegnata ad Alberto l'Orso conte di Ballestadt. Si andava cos costituendo nel Settentrione tedesco una sorta di coalizione di avversari di Enrico il Leone, comprendente Alberto l'Orso stesso, il landgravio di Turingia, l'arcivescovo di Brema, i vescovi di Halberstadt e di Hildesheim. Fornendo a questi principi e prelati il proprio appoggio contro il vincitore degli obodriti, Federico intendeva inviare al potente cugino un messaggio affinch questi non pensasse di poter troppo approfittare delle frequenti assenze dell'imperatore dalla Germania.
Fra l'agosto e il settembre del 1163, si tenne a Norimberga una grande dieta imperiale. Si parl ancora dello scisma, naturalmente, ma soprattutto dell'ormai gi decisa nuova campagna italiana. Federico pensava certo a Roma, da dove Alessandro era assente; pensava alla Sicilia, contro la quale era ancora ben deciso a muovere; ma soprattutto era preoccupato per le notizie di ripetuti contatti fra Alessandro terzo e il basileus.
In Italia era frattanto tornato Rainaldo di Dassel dopo l'infelice exploit diplomatico di Saint-Jean-de-Losne. Alla fine del marzo 1163 era di nuovo a Pisa da dove intraprendeva un lungo giro attraverso Toscana, Umbria e Marche accompagnato da un folto seguito di vescovi d'obbedienza vittorina, di nobili italiani, di giuristi. Visit molte citt, chiedendo e ottenendo sia il pagamento dei tributi, sia la deposizione e l'allontanamento di quei governanti laici e di quei vescovi che si erano compromessi con papa Alessandro; e in molti casi impose personaggi tedeschi o suoi uomini di fiducia come podest nelle citt, come castellani nel contado. Tutto ci come se a capo dei ducati di Toscana e di Spoleto non vi fosse un grande principe tedesco come Guelfo sesto, zio dell'imperatore.
Federico doveva essere ammirato per l'abilit del suo cancelliere: e, scendendo in Italia, era ben deciso a sfruttare un terreno tanto abilmente preparato. Anzitutto bisognava confortare i lombardi fedeli e impedire invece ai riottosi di rialzare la testa. Per questo egli faceva di nuovo distruggere, nell'ottobre, le mura di Tortona, mentre per contro il 4 novembre presenziava di persona alla traslazione solenne delle reliquie di san Bassiano dalla vecchia alla nuova Lodi. A Lodi, fedelissima, e al suo santo egli era tanto pi legato da quando l, nel 1159, era miracolosamente sfuggito a un attentato.
Nel marzo del 1164 si teneva a Parma una grande dieta del regno d'Italia. La missione di Rainaldo, che aveva il ruolo di sgombrare all'imperatore la via di Roma, era riuscita: ed egli poteva ora orgogliosamente dirsi pronto a puntare su Roma; da l, si sarebbe poi tentato il balzo per impadronirsi della Sicilia, e in effetti i pisani insistevano affinch quell'impresa si facesse e addirittura avevano a tale scopo invitato Federico dentro le loro mura. Non lo videro per arrivare: al suo posto giunse Rainaldo, che peraltro vi si trattenne poco per dirigersi subito a San Genesio, dov'era convocata per il 18-19 aprile una nuova dieta toscana. Guelfo sesto era ormai di fatto esautorato dei poteri su quella regione, e nella stessa dieta di Parma le sue proteste erano state duramente respinte dall'imperatore.
Pare che Federico, per evitare il viaggio da Parma a Pisa - che in fondo non lo avrebbe troppo allontanato dalla strada per Roma - si desse ammalato. E forse lo era davvero: un attacco di malaria. Ma il fatto  che egli si sentiva la coscienza un tantino sporca nei confronti dei fedeli pisani che per averlo appoggiato avevano perduto le loro basi in Sicilia e subto seri guai anche a Costantinopoli. Egli aveva difatti deciso - proseguendo nella sua linea politica di dominium mundi, che gli imponeva di avere dei re come vassalli - di costituire la Sardegna (sulla quale dal secolo prima gravava l'ipoteca d'un diretto dominio papale) in regno e di affidarla a un oscuro avventuriero, Barisone d'Arborea, ch'era nell'isola lo strumento della politica genovese contro Pietro di Cagliari, il quale era per contro appoggiato dai pisani. Ancora una volta, com'era accaduto per i privilegi del 1162, Federico si lasciava attirare nelle complicate controversie delle due citt marinare nell'illusione di mantenerle entrambe amiche e di servirsene contro la Sicilia normanna.
La questione di Barisone d'Arborea gener in effetti un sacco di complicazioni. Federico gli concesse solennemente l'investitura regale nell'agosto successivo a Pavia, nella chiesa di San Siro; e Barisone s'impegn a versare in cambio la ragguardevole somma di quattromila marche d'argento, oltre a un censo annuo. La cerimonia dette beninteso luogo alle solite querele fra genovesi e pisani, che Federico zitt pronunziandosi per le tesi genovesi le quali fra l'altro gli davano il vantaggio di dichiarare il regno di Sardegna direttamente dipendente dall'impero. L'ingente debito contratto da Barisone nei confronti della tesoreria imperiale venne pagato dal comune e da parecchi cittadini genovesi, in modo che Barisone si leg ancor pi strettamente alla citt ligure. Ma intanto la questione si complicava per il nascere di discordie nella stessa Genova: e lo si era gi visto il 29 giugno, quando lo sbarco nel porto di quella citt di Barisone diretto a Pavia aveva generato uno scontro tra fazioni.
La vita del "re" Barisone non fu comunque facile. I pisani incitavano i giudici di Cagliari e di Torres a invadere l'Arborea ed egli, per mantenersi al trono, si vedeva costretto ad accordare privilegi sempre pi ampi ai genovesi, ai quali doveva anche alti interessi per i prestiti ottenuti. Ma il 12 aprile 1165, inaspettatamente, l'imperatore concedeva l'isola in feudo ai pisani con ci stesso deponendo automaticamente Barisone. C'era sotto senza dubbio una questione di soldi: ma al di l di ci l'intera faccenda rivela le incertezze e l'andamento maldestro di tutta la politica mediterranea federiciana. Non era certo con questi colpi di testa che egli avrebbe conciliato Genova e Pisa e le avrebbe indotte a collaborare al suo disegno contro la Sicilia.
Ma torniamo alla primavera del 1164. Federico aveva fissato la sua dimora italica nell'antica capitale del regno, Pavia, che gli era straordinariamente fedele: e l lo raggiunse la notizia che Vittore quarto era morto a Lucca, il 20 aprile; era spirato sulla strada di Roma, senza che i suoi ultimi giorni avessero conosciuto la luce di un vero e proprio conforto. Il nobile Ottaviano Monticelli era troppo intelligente per non accorgersi che la sua causa era perduta, che tutta la Cristianit latina era ormai orientata verso Alessandro e che con lui restava solo qualche ostinato e qualche opportunista. Fu sepolto quasi di nascosto, perch n i canonici del duomo n quelli di San Frediano avevano voluto accogliere il suo povero corpo di peccatore. Si disse che la sua non era stata una fine serena: ma forse questa fu una diceria messa in giro dai suoi avversari per accreditare la voce che la sua scomparsa fosse il castigo che Dio riserbava ai seminatori di discordia.
La morte di Vittore avrebbe forse potuto appianare lo scisma: alla corte dell'imperatore non mancavano i principi e i prelati a ci disposti, e lo stesso Federico - scosso forse soprattutto dall'atteggiamento di uomini come Eberardo di Salisburgo, che egli amava e stimava pur definendolo un vecchio pazzo ostinato - non doveva essere alieno dal lasciar cadere una questione che certo non gli giovava. Ma sostenitore pervicace dello scisma era il cancelliere Rainaldo, e almeno per due motivi: primo, odiava cordialmente Alessandro fino dai tempi di Besanon; secondo, lo scisma gli conferiva sulla porzione imperiale della Chiesa un potere ufficioso quasi pontificio al quale egli non intendeva rinunziare. Fu cos che, in fretta e furia - certo timoroso di un esplicito divieto imperiale, al quale non avrebbe potuto trasgredire - egli aveva riunito a Lucca il 22 aprile qualche prelato e aveva di fatto nominato direttamente papa il cardinale Guido da Crema che, incoronato il 26, assunse il nome di Pasquale terzo. Ottenuto con facilit il consenso dei consoli cittadini e dei feudatari toscani al nuovo papa, il cancelliere part alla volta di Pavia dove ottenne dal sovrano l'approvazione al suo operato.
Federico non amava passare da debole, e gi troppe ironiche voci sul suo conto lo dipingevano come succube del suo cancelliere: se avesse manifestato anche solo una perplessit, avrebbe dato loro credito. Si mostr quindi calorosamente d'accordo. Sul suo vero stato d'animo,  lecito nutrire parecchi dubbi: certo  che seppe stare al gioco, anche perch non aveva scelta.
Del resto, egli era a quel punto preoccupato per ben altro. Nell'aprile, le tre citt venete di Verona, Padova e Vicenza si erano strette in una lega - che fu appunto denominata Lega veronese - contro i continui e ormai intollerabili soprusi dei funzionari imperiali che le angariavano. Anche Treviso si era avvicinata alla politica delle citt vicine. Venezia, da tempo in rotta con Federico, sosteneva la lega. Ora, non si trattava solo di una violazione patente del divieto di stipulare patti intercittadini stabilito a Roncaglia; bisognava anche tener conto del fatto che le citt venete bloccavano le vie d'accesso al vescovato di Trento e al Friuli controllato da Udalrico di Treffen patriarca d'Aquileia, allievo di Eberardo di Salisburgo e pertanto seguace di papa Alessandro terzo, ma politicamente fedelissimo a Federico: insomma alla Germania. E chiari segni davano a vedere che anche le citt italosettentrionali del centro e dell'ovest, che per il momento mordevano il freno data la presenza del sovrano a Pavia, si sarebbero volentieri unite ai ribelli non appena ne avessero avuto l'occasione.
I "ribelli", poi, non intendevano da parte loro esser tali. Quel che volevano era che il loro rapporto con l'impero - che in quanto tale non contestavano - rientrasse in quelle consuetudini che si erano consolidate con i predecessori di Federico. Era un appello alla tradizione, non uno squillo di rivolta; e non si attaccava l'imperatore, bens i suoi rapaci e corrotti funzionari contro i quali si minacciava anzi il ricorso al sovrano medesimo, ritenuto per definizione ignaro delle soperchierie che nel suo nome si commettevano. E d'altro canto  evidente che si trattava di una parafrasi legalistica per riaffermare la volont di scrollarsi di dosso non pi de iure, s per de facto, il giogo imperiale: visto che esso, prima del Barbarossa, tutto sommato non si era mai fatto sentire. Che poi nel malumore delle citt italosettentrionali entrasse una componente di antipatia contro i tedeschi - che non va certo letta nel senso proposto dai nostri padri del Risorgimento -  molto probabile, e ve ne sono tracce. Ma soprattutto la lega poteva farsi forte dell'appoggio di Alessandro terzo - e Federico avrebbe potuto evitarlo, se fosse riuscito a far cadere lo scisma (sarebbe bastato non eleggere un nuovo papa imperiale a Lucca) - e, tramite Venezia, di quello del basileus di Bisanzio.
Lo Svevo era certo molto preoccupato: scrisse al vecchio presule di Salisburgo, ordinandogli di scendere in Italia per sfondare lo schieramento della lega; fece pressioni sulla pi incerta delle citt coinvolte, Treviso, per indurla a recedere dall'alleanza con i centri vicini; cerc di indurre alla mobilitazione Pavia, Mantova e Ferrara concedendo loro ampi privilegi, scopo dei quali, con ogni evidenza, era solo invogliarle ad appoggiarlo e premiarle per la loro fedelt ma anche mostrare ai comuni che si poteva ottenere di pi per grazia sovrana che non tentando la via della ribellione.
Nel giugno l'imperatore entrava in armi nel territorio veronese, distruggendo e bruciando. Ma disponeva di truppe scarse e raccogliticce, e soprattutto - almeno quelle italiane - col morale alquanto basso. Nemmeno le citt tradizionalmente pi fedeli lo seguivano con l'entusiasmo di un tempo: erano lontani i giorni della primavera di due anni prima, lontano il feroce trionfo sulle rovine di Milano. Forse, una mezza eccezione va fatta solo per Pavia, entro le mura della quale di l a poco, nel luglio, Frau Beatrice gli avrebbe dato alla luce un figlio: ma anche l il sovrano doveva barcamenarsi fra il comune e i conti di Lomello, suoi amici entrambi ma nemici fra loro, col rischio di scontentare ambedue le parti. In genere, comunque, egli sapeva bene quanto cara costasse in termini economici e politici la sua presenza ai sudditi italici; n ignorava sostanzialmente - per quanto potesse ignorare o fingere d'ignorare certi dettagli - che quello dei funzionari da lui imposti in Italia era un rapace malgoverno. Fece ogni sforzo per domare la ribellione veneta: ricorse alle lusinghe, alle minacce, al finanziamento di congiure, alla nomina di nuovi funzionari ritenuti pi energici o pi capaci. Ma invano. Nel settembre - sfumata a Verona una congiura che avrebbe dovuto consegnargli la citt - si ritirava in Pavia e si dava a organizzare il rientro in Germania. In ottobre, con un diploma siglato gi sulla via del ritorno, premiava della sua fedelt Guglielmo marchese di Monferrato che insieme con lui sopportava il giogo della scomunica alessandrina (senza, beninteso, riconoscerne la validit). E per la festa d'Ognissanti lo troviamo gi in Ulm.
Era stato costretto a rientrare in Germania da una serie di gravi problemi, che comprendevano la successione da dare all'arcidiocesi di Salisburgo dopo la morte dell'arcigno e beneamato Eberardo, nonch la soluzione di una lotta fra nobili che aveva coinvolto due suoi parenti, suo zio il duca Guelfo e suo cugino Federico di Rothenburg.
Lasciava in Italia - e lo sapeva bene - una situazione bollente. I bolognesi avevano ucciso il suo rappresentante Bosone; i piacentini erano insorti contro il rettore imperiale Arnoldo di Dorstadt, detto Barbavara o Barbavara, il quale, dopo aver retto per due anni di malgoverno una citt ch'era fra le pi ricche dell'area padana, se l'era poco eroicamente data a gambe portandosi dietro pi tesori e pi documenti che poteva. Non si  concordi, intendiamoci, nel giudicare fino a che punto il suo sia stato davvero un malgoverno; probabilmente egli non eccedette - o non pi comunque di altri - rispetto alle direttive che gli erano state impartite. Il fatto  che i piacentini sentivano il suo potere come estraneo e illecito; e la loro ribellione divenne un esempio.
Federico sapeva tutto questo; dal suo osservatorio tedesco vedeva Roma e la Sicilia sfuggirgli, papa Alessandro terzo trionfare sul suo Pasquale ch'era sempre pi circondato dal discredito, i comuni padani avversari rialzare la testa e quelli fedeli cedere sempre pi all'ambiguit e al disorientamento.
Si dette quindi a preparare una nuova discesa, che avrebbe dovuto essere di rivincita. Ma non si faceva illusioni: stavolta si sarebbe trattato di una dura lotta contro un nemico che faceva sempre pi proseliti, in una terra che sempre pi odiava il suo tallone di ferro. Ormai era il Barbarossa, "di cui dolente ancor Melan ragiona",(51) come avrebbe detto Dante oltre un secolo e mezzo dopo i fatti di allora. E certo in quei giorni i milanesi - cittadini di una citt che non esisteva pi - avevano senza dubbio motivo di esser dolenti; e di ragionare. Ma di vendetta.
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11. "SALVE MUNDI DOMINE".
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Doveva essere uno strano corteo quello che, guidato da Rainaldo di Dassel, moveva l'11 giugno 1164, da Milano alla volta della Germania. Seguendo una tradizione assai antica, quella delle "pie rapine" di reliquie, il cancelliere imperiale procedeva ora in sordina alla translatio nella sua Colonia dei resti venerabili dei re Magi nonch dei martiri Naborre e Felice, prelevati dalla chiesa milanese di Sant'Eustorgio. A Gmnd in Svevia una lapide ricorda il transito di quelle reliquie, e tra Borgogna e Germania molti luoghi sono stranamente e leggendariamente legati al loro passaggio. Esse raggiungevano il 23 luglio Colonia e venivano deposte nella chiesa carolingia di San Pietro, dove pi tardi sarebbe sorto il celebre duomo gotico.
Qual era il significato della translatio? Non siamo per la verit troppo ben informati sull'importanza e sull'intensit del culto dei Magi nella Milano dell'undicesimo e dodicesimo secolo, anche se un'antica redazione della Vita di sant'Eustorgio pare essere stata scritta nientemeno che da Landolfo Seniore. Se tale culto era davvero importante e intenso, si potrebbe intendere la spoliazione come un'altra punizione nei confronti dei milanesi. I tre "re" (che come tali venivano venerati) che avevano reso per primi omaggio - e questa connotazione feudale  fortissima in tutta l'iconografia relativa fra dodicesimo e quindicesimo secolo - al Rex regum et Dominus dominantium, non potevano certo continuare a venir custoditi e onorati, loro, i pii e perfetti vassalli, in una citt che si era macchiata di tradimento nei confronti del suo signore. Ma oggi si dubita che il culto dei Magi fosse poi talmente sviluppato a Milano prima che, nel Duecento, lo diffondessero i domenicani: e s'insiste sul fatto ch'esso sembra essersi piuttosto irradiato da Colonia proprio verso la fine del dodicesimo secolo. Se le cose stanno cos, pu davvero darsi che esso sia stato all'origine il frutto di una trovata dell'arcivescovo Rainaldo. E se ne intuiscono i motivi: primo, dotare la sua cattedrale di splendide e prestigiose reliquie che ne avrebbero fatto mta di pellegrinaggi e centro solenne di culto; secondo, sottolineare l'importanza di un culto santorale strettamente legato alle dimensioni della regalit e del rapporto feudale.  difatti con l'Epifania, la festa dei Magi, che il Bambino di Betlemme si fa riconoscere e adorare come re. E proprio da allora il culto dei Magi quali Reichsheilige, "santi dell'impero", si diffuse rapidamente e con l'appoggio del sovrano.
Una notizia che ha per la verit avuto scarsa risonanza, e che ci vien fornita da Gilles d'Orval, sembrerebbe corroborare la seconda tesi. Le reliquie dei Magi sarebbero state scoperte fortuitamente - ed  questo un luogo comune nelle narrazioni dei ritrovamenti di reliquie - proprio nel 1164 (sembra invece secondo altre fonti che ci possa essere accaduto nel 1158); e il primo potestas imperiale di Milano, Enrico vescovo di Liegi, le avrebbe chieste all'imperatore per la sua cattedrale. Ma l'improvvisa sua morte gli avrebbe impedito di compiere la translatio: e del venerando bottino si sarebbe impadronito Rainaldo, che non doveva del resto amare granch Enrico da quando questi, due anni prima, si era rifiutato di prestarsi alla farsa della continuazione dello scisma e di farsi incoronare papa al posto di Vittore quarto.
Non ricostruiremo qui la complessa vicenda legata alle figure dei Magi, al loro culto, alle loro reliquie. Baster forse dire che secondo la tradizione corrente e attestata - con molte varianti - dalle fonti, i loro corpi sarebbero stati sepolti in un unico sepolcro a Gerusalemme da dove sarebbero stati traslati a Costantinopoli dall'imperatrice Elena madre di Costantino, oppure - appunto secondo una variante - dall'imperatore Zenone alla fine del V secolo. Eustorgio avrebbe poi ricevuto le reliquie in dono da Costante - o da un altro imperatore - e le avrebbe recate a Milano con un viaggio estremamente avventuroso, toccando la Dalmazia, poi via mare fino in Abruzzo (dove il santo avrebbe miracolosamente aggiogato al carro che recava il pesante sarcofago di marmo un lupo, che aveva attaccato e ucciso uno dei buoi che lo tiravano) e finalmente in un luogo presso Porta Ticinese dov'era il fonte di San Barnaba, sacro ai battesimi dei primi cittadini milanesi.
L'esegesi cristiana e poi la filologia moderna hanno tormentato il segreto dei Magi. La prima ha fatto di loro e dei doni che essi offrono il simbolo ora delle et dell'uomo e delle dimensioni del tempo (passato-presente-futuro), ora degli stati del mondo (in una prospettiva che rammenta la "tripartizione funzionale" studiata per le civilt indoeuropee da Georges Dumzil e ripresa per il Medioevo da Georges Duby), ora delle tre "razze" della terra, discese secondo la Bibbia dai tre figli di No: in modo comunque da fornire di significato cosmico la scena dell'offerta dei doni nella grotta di Betlemme. La seconda ha collegato i Magi a un nome etnico originario della Media - secondo un'indicazione che gi si trova in Erodoto -, oppure si  riferita all'antico termine persiano magu, "dono", con il quale si indicava la religione zoroastriana, per vedere in loro dei maghavan, dei "partecipi del dono": cio dei fedeli di Zarathustra intenti a scrutare negli astri i segni dell'arrivo sulla terra del Sashyans, "il Soccorritore", il terzo e definitivo dei Salvatori zoroastriani destinati a comparire ciascuno alla fine di un millennio per ristabilire sulla terra il regno del Bene.(52) Il Sashyans dovr essere partorito da "una fanciulla, senza che alcun uomo l'avvicini", e la sua nascita annunziata da un astro fulgente nel cielo.
I cristiani occidentali conoscevano i Magi attraverso il testo di Matteo,(53) nel quale essi non sono n re n tre, ma nel quale v' riferimento preciso alla loro origine orientale e alle loro cognizioni astrologiche. Ma di re che portano ricchi doni si parla bens in due testi veterotestamentari di fondamentale significato messianico, il Salmo 71 e un passo di Isaia.(54) E cos, se anche Matteo aveva inteso alludere forse soltanto ai "magusei" caldaico-mesopotamici dei suoi tempi, noti interpreti del cielo stellato, molti testi siriaci, armeni, arabi - con le relative influenze ora monofisite ora nestoriane - vanno ben oltre, finendo con il convergere con gli apocrifi Atti di Tommaso del terzo secolo d.C, anch'essi originariamente redatti in siriaco - ma tradotti in greco e in latino e ben noti, ad esempio, a Tertulliano - nei quali si narra dell'evangelizzazione dell'India da parte dell'apostolo e dei suoi contatti con re Gundofarne, cio con un personaggio storico ben noto, il sovrano Gudnafar, forse appunto la persona reale che sta dietro uno dei re Magi della tradizione, Gaspare.(55) Le molteplici tradizioni orali circolanti sui Magi avevano dato loro nomi, attributi, aspetto e cos via: la Chiesa restava fedele allo scarno racconto di Matteo, ma capitelli scolpiti, affreschi, vetrate istoriate narravano ai fedeli un'antica storia che custodiva tutti gli echi e i riflessi d'un Oriente ancora misterioso e sconosciuto. Un secolo dopo Federico, il veneziano Marco Polo addentrandosi appunto in quell'Oriente vi avrebbe ritrovato, e non per caso, i Magi e la loro leggenda: riflessa e ritessuta, da allora in poi, dalla terra dei mongoli all'India, all'Etiopia, in un continuo scindersi e riconvergere di miti e di simboli.
Ma - originariamente persiani o indiani (o, pi tardi, mongoli o abissini) che fossero - i Magi avevano avuto dei discendenti. E la loro pi illustre progenie era senza dubbio quel misterioso re-sacerdote cristiano dell'Estremo Oriente, il cosiddetto "Prete Gianni", che compare in Occidente proprio grazie a un congiunto dell'imperatore Federico, Ottone di Frisinga, al quale nel 1145 a Viterbo un vescovo proveniente dall'Oltremare aveva parlato di lui e delle sue vittorie sull'Islam. Fin dall'inizio, pertanto, i connotati della leggenda del Prete Gianni si saldavano alla crociata e alla dimensione escatologica a essa sottesa.
Questo nesso allora appena intravedibile, questo filo sottile che legava l'idea di crociata, l'Asia profonda, la riscossa cristiana e le reliquie dei Magi, era presente a Rainaldo mentre organizzava la translatio e magari commissionava la redazione dei testi destinati a fondare una nuova tradizione? Non lo sappiamo, ma  ragionevole ritenere di s. Nel 1165 - l'anno della dieta di Wrzburg e della canonizzazione di Carlomagno: l'anno cio fondamentale nell'elaborazione e nella presentazione del concetto federiciano di regalit sacra - cominci a circolare per l'Occidente una lettera che si disse inviata dal Prete Gianni ai tre "signori universali" della Cristianit: l'imperatore Federico, il papa Alessandro e il basileus Manuele. Ovviamente si trattava di un testo apocrifo, redatto - e si  pensato come suo possibile autore addirittura a Cristiano di Buch arcivescovo di Magonza - a scopo propagandistico;  forse azzardato ipotizzare che esso sia stato direttamente concepito nella cancelleria imperiale, ma certo il carattere quasi di utopia politica che lo anima invita alla riflessione. E pare lo si ritenesse autentico: il papa difatti rispose con una sua missiva.
Il Prete Gianni, che si fregia appunto dell'umile titolo di presbyter (ma il legame semantico che unisce le nozioni di "prete", "vecchio", "signore"  noto) quasi a emulare la formula pontificia Servus Servorum Dei,  al tempo stesso re e sacerdote; regge settantadue province (tanti quanti furono i primi discepoli del Cristo) e regna quindi su altrettanti re. I suoi paesi sono popolati da meravigliose razze di mostri e vi scorre un fiume che scende dal Paradiso terrestre e i ciottoli del cui letto sono pietre preziose. Dinanzi al suo palazzo, costruito a somiglianza di quello che l'apostolo Tommaso eresse per il re indiano Gundofarne, c' uno specchio incantato nel quale si pu vedere tutto quel che accade nel regno.
Gli ingredienti mitico-leggendari di questo testo - gli echi del quale si rifrangeranno a lungo nella letteratura di viaggio, nell'agiografia, nei testi magico-ermetici, nei racconti cavallereschi, nell'iconografia, nel folklore - sono abbastanza ben distinguibili: e si rifanno alla leggenda medievale di Alessandro Magno con i suoi elementi ellenistico-orientali e a quelle raccolte nei Mirabilia Urbis Romae. Ma pi ancora degli elementi mitico-leggendari, sono quelli politici a interessarci in questa sede: mentre l'impero  dilaniato dalla lotta fra i due massimi poteri della Cristianit, ecco con il "Prete Gianni" proposta l'immagine di un perfetto sovrano, a un tempo re e sacerdote, che governa in serena umilt ma anche con piena autorit per il bene esclusivo del suo popolo. La si direbbe, da un lato, implicita condanna della mondanit del potere religioso, ma dall'altro anche vagheggiamento d'una societ finalmente pacificata nel segno cristiano. Il riflesso del trauma dello scisma e la speranza del prossimo aprirsi di una nuova era - connesso senza dubbio a una profonda dimensione escatologica - si avvertono possenti in questo testo, rappresentazione intensa e vigorosa di un'ideale monarchia sacra universale.
Il Prete Gianni  rex regum: settantadue re riconoscono il suo supremo potere. E all'imperatore come "re dei re" si rifaceva difatti a pi riprese Rainaldo di Dassel nel 1162, l'anno del concilio di Dle, parlando dei vari re europei come di regali provinciarum, "reucci delle province". La Cristianit era uuna sola respublica christianorum, uno l'imperatore, "reucci" gli altri. Il tema del potere supremo dell'imperatore s'impone con vigore proprio nel 1162, l'anno della caduta di Milano: se ne fanno portatori uomini come il notaio Burcardo e l'anonimo rimatore detto "Archipoeta", entrambi non a caso legati all'ambiente di Rainaldo di Dassel.
Burcardo esalta, in occasione della presa di Milano, la potenza e la gloria dell'imperatore. Egli ci parla ripetutamente della politica di Manuele Comneno nei confronti di Federico, e il modo in cui tratta l'argomento ci fa comprendere quanto fosse profonda la sua convinzione che a Federico spettasse il dominium mundi. Burcardo si dimostra ben informato sui contatti fra Manuele e Geza re d'Ungheria - che si era avvicinato a papa Alessandro - e sulle manovre dell'imperatore bizantino verso il Bandinelli. Si andava difatti profilando la possibilit che Alessandro si decidesse a deporre Federico e che offrisse la corona imperiale romano-germanica al basileus bizantino, il quale non celava l'ambizione politica neogiustinianea d'un ritorno all'unit dell'impero romano. A questo fine, egli disponeva di una formidabile arma per convincere il papa: l'offerta della composizione dello scisma. Conscio forse di questi pericoli e comunque del fatto che le pretese di monarchia universale del basileus facevano ombra a quelle del suo signore, il buon notaio imperiale andava narrando come Manuele non avesse esitato a esortare i principi infedeli, i "re di Turchia, di Babilonia (cio del Cairo) e della Persia", a unirsi contro il pericolo costituito dallo Svevo. Quanto potesse esserci di vero in una notizia del genere  difficile valutare: certo la cancelleria di Costantinopoli manteneva vivi e anche amichevoli i rapporti con i potentati musulmani, il che in s era del tutto normale ma poteva beninteso venir strumentalizzato in Occidente, in un mondo cio abituato a veder la questione sotto un unico possibile profilo, quello della crociata. Ed  ovvio l'effetto al quale puntava Burcardo: far figurare Federico come l'unico principe autenticamente cristiano, contro il quale non potevano congregarsi se non nemici della fede, "pagani" o "falsi cristiani" che fossero. L'accusa era ufficialmente rivolta a Manuele e ai saraceni, ma coinvolgeva tutti i nemici di Federico, quindi anche papa Alessandro terzo e i comuni italiani.
Ma le intenzioni di Burcardo si spingevano probabilmente ancora oltre. Se era vero che il nome di Federico faceva tremare tutti i suoi avversari, da Costantinopoli al Cairo a Baghdad, era anche vero che egli era sicuramente il dominus mundi, il sovrano chiamato a battere definitivamente i nemici del Cristo e a instaurare il regno della pace. E di Federico come princeps pacis parlano difatti tutti i suoi lodatori. Lo stesso carattere dell'imperatore come concepito al di sopra delle leggi (legibus solutus) e fonte egli stesso di diritto (conditor legis) riposa appunto sul presupposto ch'egli sia signore universale e che nessuno, a parte Dio, possa stargli al di sopra. Beninteso, in questa rivendicazione del dominium mundi bisogna distinguere l'affermazione di carattere metastorico dall'effettiva politica di potere, che tuttavia in quegli anni senza dubbio - e lo si vedeva bene nei rapporti di Federico con i re di Francia e d'Inghilterra - giungeva almeno alla pretesa di una qualche preminenza sul piano della dignit. L'espressione reguli provinciarum - gi impiegata alla fine dell'undicesimo secolo da Benzone vescovo d'Alba, acceso polemista imperiale - usata a indicare gli altri re cristiani, tutti sovrani di "province" dell'impero, ma nessuno signore supremo, nessuno fonte del diritto, va intesa in tale senso. Il governo effettivo dell'orbe terracqueo non era neppure oggetto di discussione: ma era il diritto obiettivo del sovrano romano-germanico a regnare sul mondo e a legiferare quindi, sia pure nei limiti del suo potere, come monarca universale, che veniva affermato. Il suo primato universale consisteva nella sua dignit, nel ruolo di garante di pace e di giustizia, nel suo ufficio provvidenzialmente disposto. E tale pretesa investiva anzitutto i confini dell'antico impero romano, estendendosi concettualmente anche sull'Oriente. Era proprio in una lettera spedita all'imperatore bizantino, che quello romano-germanico poteva intitolarsi Fridericus, divina fervente clementia, inclitus, triumphator a Deo coronatus, sublimis, in Christo fidelis, magnus, pacificus, gloriosus Caesar, Graecorum moderator, semper Augustus.
La tensione tra i due imperatori non va quindi fatta semplicisticamente derivare dalla politica di Manuele nei confronti di Alessandro terzo e dei comuni italiani o dalle mire di Federico sul regno di Sicilia e attraverso di esso sul Mediterraneo. Essa scaturiva dalla coscienza profonda, in entrambi, d'un ruolo concettualmente universalistico al quale nessuno dei due poteva, in quanto imperatore "romano", rinunziare. In Federico l'adesione profonda a tale realt metastorica non offuscava - come del resto non l'offuscava nel rivale - la coscienza della realt politica: ma questa non andava disgiunta da quella, e nei momenti speciali si ha la sensazione che fosse quella a finir col prevalere.
Nessuno meglio del rimatore forse italiano forse francese della cerchia di Rainaldo, l'"Archipoeta", ha espresso all'indomani della caduta di Milano la concezione della regalit sacra federiciana in termini di vera e propria teologia imperiale. Possiamo coglierla nell'ode Salve mundi domine:
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Salve o signore del mondo - o Cesare nostro, ave,
il cui giogo  dolce - per tutti i buoni,
...
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...
o principe dei principi della terra, - Federico Cesare,
che nessun saggio dubita - sia stato da Dio
costituito re - sugli altri re ...(56)
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Questa visione cosmica e cristiana del potere imperiale poteva appoggiarsi al diritto romano, ma derivava piuttosto dall'universalismo proprio della concezione carolingia e ottomana della monarchia sacra. E il re costituito sugli altri re, presidio del popolo cristiano, conforto dei buoni e terrore dei cattivi, spada della vendetta di Dio e scudo a protezione del suo popolo, assumeva peraltro decisi tratti apocalittico-escatologici. Era il sovrano della fine del mondo, l'Imperatore dei Tempi Ultimi che sarebbe apparso sulla terra prima della venuta dell'Anticristo e dell'estrema battaglia tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre.
Lo scontro cosmico si respirava nell'aria del dodicesimo secolo. Cos era interpretata la lotta fra Cristianit e Islam. Allo stesso modo polemisti ecclesiastici e predicatori catari - e la teologia catara, dualista, era a ci la pi adatta - anticipavano la contesa fra Chiesa di Dio e Sinagoga di Satana, scambiandosi ovviamente l'accusa di appartenere alla seconda. Proprio in quegli anni, attorno al 1163, Ecberto di Schnau dedicava i suoi Sermones contra catharos a Rainaldo di Dassel.
E l'Anticristo era ormai presente, in una Cristianit dilaniata dallo scisma. Fino dalla met del decimo secolo Adsone, abate di Montier-en-Der, aveva dedicato a Gerberga regina di Francia e figlia dell'imperatore Ottone primo un Libellus de Antichristo, largamente dipendente da testi apocalittico-profetici quali la Sibylla Tiburtina e lo Pseudo-Methodius, in cui si parlava in termini allegorici della lotta definitiva tra Bene e Male e si evocavano potentemente due figure destinate a diventare mitiche: appunto l'Anticristo e l'Imperatore dei Tempi Ultimi. Adsone prediceva la fine dei tempi come prossima a venire allorch tutti i regni della terra si sarebbero ribellati all'ordine voluto da Dio: allora un rex Francorum, erede dell'impero romano e restauratore dell'ordine, avrebbe piegato le forze nemiche e sarebbe quindi andato pellegrino a Gerusalemme per deporre corona e scettro sul Monte degli Olivi. Solo con quel gesto l'impero romano e cristiano avrebbe avuto termine: e a quel punto sarebbe comparso l'Anticristo.
Le aspettative si erano addensate proprio negli anni dello scisma. Gerhoh di Reichersberg scriveva il suo De Investigatione Antichristi fra 1160-61 e 1163, mentre stava appunto maturando la convinzione che la causa di Alessandro terzo fosse quella giusta. Contemporaneamente, nell'abbazia cistercense di Tegernsee in Baviera, un monaco rimasto anonimo componeva un complesso dramma sacro, il Ludus de adventu Antichristi, o, pi semplicemente, Ludus de Antichristo. Anzi, per la verit, si pu datare il Ludus a immediatamente prima del De investigatione proprio grazie a una testimonianza contenuta in quest'ultimo testo, dove si biasimano con durezza i chierici che sopportano che le loro chiese si trasformino in teatri per la rappresentazione dell'avvento dell'Anticristo.
Il Ludus de Antichristo, dramma a carattere non liturgico, s'inquadra tuttavia nell'architettura sacra della Germania del tempo con le sue cattedrali dalle due grandi absidi, l'occidentale e l'orientale. La scena difatti s'impernia sui due poli di Roma - l'abside occidentale, quella dove sedeva il sovrano - e di Gerusalemme - l'abside orientale, dov'era l'altare. Il linguaggio  alto, i riferimenti culturali di notevole impegno: insomma, si ha la sensazione di uno spettacolo diretto a un pubblico tanto colto quanto importante.
La vicenda si svolge a Gerusalemme, dinanzi a quel che i cristiani chiamavano il Templum Domini (cio la Moschea di Omar). I personaggi sono in parte allegorici - la Paganit, la Chiesa, la Sinagoga, la Misericordia, la Giustizia, l'Ipocrisia, l'Eresia - in parte "storici", anche se a loro volta trattati, beninteso, a livello di simboli: il Papa, l'Imperatore, il Re di Babilonia (vale a dire, nell'immaginario occidentale, il capo dei musulmani), il Re dei Greci, il Re dei Franchi, il Re di Gerusalemme. L'Imperatore chiede che tutti i Re gli si sottomettano; dopo il rifiuto del Re dei Franchi, che  costretto per con la forza a deporre la sua superbia, il Re dei Greci e quello di Gerusalemme accettano di buon grado la sovranit dell'Imperatore, che salva a questo punto Gerusalemme dall'attacco del Re di Babilonia ed entra quindi nel Tempio per deporvi scettro e corona. Quando ne esce, egli  solo Re dei Tedeschi. Giunge allora l'Anticristo, con il suo corteggio di ipocriti e di eretici. Egli viene rivestito delle insegne regali e si insedia nel Tempio, da dove viene espulsa la Chiesa; seduce quindi tutti i Re della terra, ma, significativamente, adottando differenti metodi: le minacce per il Re dei Greci, i doni per il Re dei Franchi, i miracoli per il Re dei Tedeschi. Il Re di Babilonia rinnega i suoi idoli per adorarlo. La Sinagoga riconosce in lui il Messia. Ma l'arrivo e il martirio dei profeti Elia ed Enoch segna l'avvio della scena finale: l'Anticristo viene rovesciato dalla Parola di Dio.  difficile non riconoscere in questo testo, in trasparenza, tutti i grandi temi della politica del tempo: l'aspirazione dell'imperatore romano-germanico al dominium mundi, il conflitto con il re di Francia che non intende riconoscerne la superiorit, la preoccupazione per lo scisma e il dilagare dell'eresia, l'idea di crociata. Particolarmente significativo il discorso diretto dall'Imperatore al Re dei Franchi, nel quale si ribadisce un concetto che sappiamo caro a Federico, quello della Translatio imperii:
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Come ci narrano gli scritti degli storici, tutto il mondo fu un tempo in possesso dei romani. Ne eresse la potenza il valore degli antichi, la distrusse l'ignavia dei loro posteri; sotto costoro svan quel potere imperiale, che ora compete alla maest della nostra potenza.(57)
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I sudditi fedeli, man mano che si piegano alla volont dell'Imperatore, cantano:
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Noi veneriamo l'onore del nome del sovrano e ci gloriamo di servire Cesare Augusto: del cui impero  temibile la forza e degni di venerazione l'onore e la gloria.(58)
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Propositi di punizione e di vendetta, dichiarazioni di magnanimit e di giustizia: l'Imperatore del Ludus de Antichristo somiglia in tutto a Federico. Non vogliamo dire con ci che questi sia servito da ispiratore tipo-psicologico, no certo: tuttavia, l'autore ha riflettuto profondamente sul ruolo dell'impero nel suo tempo e ha scritto tenendo presente un modello che non poteva non essere lo Svevo.
Mentre Federico cercava d'imporre il suo pontefice e si illudeva di avere spezzato definitivamente la resistenza lombarda, una vorticosa propaganda - in gran parte concepita e gestita dal suo cancelliere - lo proiettava quindi al centro di un progetto politico-teologico dal quale egli veniva esaltato: con lui, la funzione imperiale tornava a rivestire i colori sacrali che aveva assunto nell'impero romano e romano-cristiano. Gi con Carlomagno e con Ottone primo ci si era avviati in questa direzione: tuttavia con Federico essa veniva recuperata a un pi alto livello, grazie alla convergenza della sacralit imperiale cristiana con il risorto diritto romano che  tipica della sua esperienza.
Abbiamo visto come, nell'autunno del 1164, l'imperatore fosse tornato in Germania. Egli non intendeva abbandonare le faccende italiane, ma era profondamente irritato contro Rainaldo che lo aveva messo di fronte al fatto compiuto imponendo in realt anche a lui - e a lui prima che agli altri - la prosecuzione dello scisma con la nomina di Pasquale terzo. Certo, sappiamo che Federico non lo aveva sconfessato: al contrario, aveva con vigore fatta propria quella scelta. Anche perch non gli piaceva - e lo abbiamo gi rilevato - che lo si dicesse nelle mani del suo potente consigliere, come in effetti correva voce che fosse. Fu forse anche per questo che egli tolse a Rainaldo la carica di cancelliere dell'impero per aggiudicarla al prevosto di Merseburgo Cristiano di Buch, del quale erano noti i legami con l'entourage degli avversari di Rainaldo. Il quale tuttavia restava, in quanto arcivescovo di Colonia, arcicancelliere del regno d'Italia.
Verso la fine dell'anno Federico spediva nella penisola Cristiano insieme con papa Pasquale terzo, che avrebbe voluto insediare a Roma. Con milizie tedesche e toscane Cristiano cerc di adempiere al suo compito, ma invano: le adesioni al papa imperiale erano poche e il pi delle volte estorte con gravi intimidazioni. La situazione italocentrale si faceva sempre pi precaria per la casa sveva, e si sapeva con certezza che Alessandro terzo, dal suo comodo rifugio francese, spiava il momento adatto per rientrare nella citt della quale era vescovo. E difatti nell'aprile aveva abbandonato Sens, che per due anni era stata la sua sede, per tornare in Italia. A quel punto, egli poteva ben avere ancora timori e preoccupazioni: ma il suo duello con la Chiesa d'obbedienza imperiale si poteva dir vinto con la morte di Vittore quarto. Difatti, molti prelati che si erano dichiarati per quest'ultimo, non avevano poi avuto la volont o il coraggio di continuare su quella strada: e ci, nonostante le pressioni del sovrano e del suo instancabile cancelliere. Tutto l'alto clero della Borgogna aveva disertato la causa di Pasquale terzo. Corrado di Babenberg vescovo di Passau, che pure era stato favorevole a Vittore, pass ad Alessandro non appena diventato arcivescovo di Salisburgo come successore di Eberardo. Corrado arcivescovo di Magonza, che pure apparteneva alla grande famiglia dei Wittelsbach cos fedele a Federico ed era anzi fratello del conte palatino Ottone, aveva approfittato di un pellegrinaggio verso Santiago de Compostela per render visita ad Alessandro passando per la Francia. Pian piano anche gli arcivescovi Hillin di Treviri e Wichmann di Magdeburgo si erano andati staccando dalla causa ecclesiastica dell'imperatore.
Davanti a questo plebiscito, Federico non aveva molto da opporre: e ancora una volta c' da domandarsi se veramente fosse lui a imporre una politica ecclesiastica che si stava rivelando perdente o se - nonostante la relativa disgrazia in cui era caduto - fosse ancora Rainaldo a trascinarlo su quella strada. In mancanza di migliori risorse, non gli restava che puntare sugli imprevisti e sulle contraddizioni che venivano a emergere nel campo avverso. E in quel momento il pi pesante era quello scoppiato fra papa Alessandro e Enrico d'Inghilterra.
Lo stretto rapporto d'amicizia tra Alessandro e Luigi settimo - il cui fratello, Enrico arcivescovo di Reims, era legato pontificio in Francia - non era in s certo il pi adatto per conciliare al pontefice le simpatie del Plantageneto. E questi nel gennaio 1164 aveva tentato con le Assise di Clarendon di sottoporre al controllo regio sia le elezioni dei prelati nel suo regno, sia il regime degli appelli alla Curia papale. Il primate del regno d'Inghilterra, quel Tommaso Becket che prima di diventare arcivescovo di Canterbury era stato amico e cancelliere di Enrico, si oppose alle risoluzioni di Clarendon e dovette fuggire dal regno: ripar in Francia, dove fu amorevolmente accolto da Alessandro terzo e da Luigi settimo.
La faccenda di Tommaso Becket faceva s che l'imperatore Federico e il re Enrico si trovassero obiettivamente, ora, dalla stessa parte contro Alessandro. Del resto, la loro politica di controllo della Chiesa nei rispettivi paesi - una politica il cui grande modello restava la normanno-sicula - era comune, e i buoni rapporti fra corte tedesca e corte inglese datavano da parecchio tempo. Enrico secondo, beninteso, non pass armi e bagagli al papa imperiale per vendicarsi dell'appoggio che Alessandro dava all'esule arcivescovo di Canterbury: scelse tuttavia la strada del ricatto, facendo sapere che avrebbe ben potuto farlo.
Nell'aprile 1165 il re d'Inghilterra s'incontr a Rouen con Rainaldo di Dassel, al quale l'imperatore continuava ad assegnare importanti incarichi: e fu stipulato un accordo in forza del quale Enrico s'impegnava a riconoscere Pasquale terzo e a dare sua figlia Matilde in sposa a Enrico il Leone (tali nozze furono in effetti celebrate nel 1168). Gli esiti dell'incontro di Rouen furono trionfalmente recati da Rainaldo, nel maggio successivo, alla dieta di Wrzburg, in presenza di quasi tutti i principi laici della Germania e di parecchie decine di vescovi.
Si direbbe che la regia di quella dieta fosse stata accuratamente studiata. Anzitutto furono ascoltati gli ambasciatori di Enrico secondo, che recarono alla causa di Pasquale terzo l'appoggio dell'Inghilterra. Poi l'imperatore in persona giur che non avrebbe mai riconosciuto come papa n Rolando Bandinelli n alcuno dei suoi successori, e tutti i presenti furono invitati a prestare analogo giuramento. Con ci, Federico rinunziava chiaramente a recedere, nella questione dello scisma, dalla linea dura proposta da Rainaldo. Resta per il dubbio non infondato che quest'ultimo abbia in realt preso di contropiede l'intera assemblea, e l'imperatore prima degli altri. La trionfale e irruenta proclamazione della scelta di campo del re d'Inghilterra ha l'aria di uno stratagemma messo in atto da Rainaldo per recuperare il terreno politico perduto e costringere ancora il sovrano, almeno per quanto riguardava la politica ecclesiastica, ad adottare le tesi da lui proposte.
Sappiamo quel che avvenne durante i lavori di Wrzburg grazie a due fonti diverse: il resoconto ufficiale redatto dalla cancelleria imperiale e una relazione inviata invece segretamente ad Alessandro terzo. Secondo il primo, tutti i presenti si allinearono alla volont dell'imperatore; a detta della seconda, invece, nonostante il clima intimidatorio che regnava nell'assemblea si verificarono parecchi incidenti. Seguiamo questa seconda fonte, che  senza dubbio di parte anch'essa ma che nella fattispecie parrebbe pi affidabile. Sembra che solo cinque vescovi giurassero senza riserve; gli altri o rifiutarono il giuramento o lo pronunziarono con restrizioni varie. Molte voci, poi, si levarono contro Rainaldo che oltretutto era in una delicatissima posizione: era soltanto vescovo eletto, ma non ancora consacrato, di Colonia. Anzi, era soltanto diacono. Alla cosa si rimedi,  vero, rapidissimamente: il 29 maggio egli venne ordinato sacerdote e il 2 ottobre riceveva la consacrazione episcopale.
A Wrzburg e nei mesi immediatamente seguenti, Federico dimostr di aver esaurito tutte le sue scorte di pazienza relative alla questione ecclesiastica. Era certo irritato con Rainaldo che lo aveva spinto su quella strada; e forse anche con se stesso, per essersi lasciato imbottigliare dal suo astuto ed energico consigliere. Ma, proprio per evitare che risultasse evidente a tutti che Rainaldo l'aveva in un certo senso di nuovo plagiato, l'imperatore aveva deciso di affrontare la situazione con estrema durezza: almeno per il momento. I cistercensi, che appoggiavano Alessandro terzo, furono espulsi dalla Germania. Quanto ai vescovi che, pur non mettendo in discussione la loro fedelt all'imperatore, non se la sentivano di rinnegare papa Alessandro, essi furono spietatamente perseguitati: tale sorte tocc a Ulrico vescovo di Halberstadt, a Corrado arcivescovo di Magonza - un Wittelsbach! - che fu sostituito da Cristiano di Buch, e perfino a Corrado di Babenberg arcivescovo di Salisburgo che in quanto fratello dello Jasomirgott era addirittura zio dell'imperatore. Il Babenberg fu invitato a comparire a una dieta fissata a Norimberga per il febbraio 1166: non si fece vedere e l'imperatore gli rifiut di rimando l'investitura dei regalia; pi tardi, lo avrebbe addirittura costretto a fuggire dalla sua diocesi. Ormai Federico aveva posto da parte ogni reticenza e mostrava - forse sperando che un suo atteggiamento intransigente avrebbe intimidito i dubbiosi - di voler esercitare sulla Chiesa tedesca un controllo assoluto. Intanto, non deponeva la speranza di guadagnarsi se non altro la neutralit di Luigi settimo, con il quale s'incontrava per discutere il problema costituito dai mercenari del Brabante che si erano resi responsabili di varie violenze.
Ma non era facile spuntarla con Alessandro. Questi nell'agosto si imbarcava a Maguelonne diretto in Italia e - dopo una fortunosa traversata sotto la minaccia dei pisani e delle tempeste - sbarcava a Messina da dove, sotto la protezione di re Guglielmo, raggiungeva Roma per insediarsi il 23 novembre trionfalmente in Laterano. Era stanco e pieno di debiti: tuttavia, quel rientro era per lui una vittoria. Da Viterbo, Pasquale terzo cominciava a disperare e inviava al suo signore accorate invocazioni di soccorso.
Federico, per, aveva al momento altri e pi straordinari obiettivi. Ormai sceso in primissima persona nella lotta che coinvolgeva la Chiesa, egli intendeva giocare fino in fondo la carta ideologico-propagandistica della regalit sacra. Per questo procedette a un'iniziativa sconvolgente: il giorno di Natale 1165 fece proclamare dal suo papa santo Carlomagno e il 29 successivo, festa di David, assist alla solenne cerimonia di canonizzazione nella Cappella Palatina d'Aquisgrana.
Due i motivi che avevano ispirato una decisione che non provocava del resto stupore, dati la popolarit di Carlomagno e del suo seguito a livello epico e l'ossequio del quale la memoria del vecchio imperatore era circondata anche nella Chiesa. Le leggende epiche carolinge avevano avuto da poco, attorno al 1140, uno sviluppo colto e semiagiografico ad opera di un chierico originario pare del sud-ovest della Francia, il quale aveva composto una Historia Karoli Magni, meglio conosciuta come la "Cronaca dello Pseudo-Turpino". In essa, lo sviluppo della leggenda di Carlomagno giungeva ai limiti della venerazione agiografica. Federico santificava, con il suo fondatore, l'idea stessa dell'impero romano-germanico; ma intendeva al tempo stesso porre la Germania imperiale a un livello di concorrenza rispetto a Francia e Inghilterra, che gi possedevano i loro sacrari regi. In particolare si rivendicava la germanicit di Carlomagno, del quale - anche con la complicit delle Chansons de geste - si era appropriata la dinastia capetingia. Nella splendida chiesa abbaziale di Saint-Denis, edificata dall'abate cluniacense Sugero che vi aveva profuso tesori tali da trasformarla in uno splendido e ricchissimo reliquiario, si conservavano lo stendardo di Carlomagno - l'"Orifiamma" -, nonch la sua spada e la sua lancia. Il tessuto strettissimo di reliquie e di leggende epiche del quale la dinastia capetingia avvolgeva Carlomagno avrebbe potuto condurre addirittura a una rivendicazione della dignit imperiale da parte dei sovrani francesi. Non mancava neppure, per questo, l'abituale corredo dei miti imperiali: le profezie a carattere escatologico. Si diceva che alla vigilia della partenza per la seconda crociata Luigi settimo avesse misteriosamente ricevuto dal cielo una lettera nella quale gli si profetizzavano straordinarie future conquiste: avrebbe mutato in seguito a ci l'iniziale del suo nome in "C", e sarebbe diventato il nuovo Costantino, l'Imperatore dei Tempi Ultimi.
Era, la canonizzazione di Carlomagno, una risposta germanica al solo re di Francia? Con molta probabilit, no: in qualche modo, essa costituiva anche una risposta alle pretese ecumeniche del basileus. Nelle cognizioni storiche - e, ancor pi, nella memoria epica del tempo - Carlomagno aveva saputo rintuzzare le pretese bizantine e aveva cavalcato trionfalmente fino a Costantinopoli e a Gerusalemme. Ed era una risposta anche alla politica pontificia delle canonizzazioni dei re: si erano avute da poco quelle di Edoardo il Confessore re d'Inghilterra e di Canuto re di Danimarca, con le quali Alessandro terzo aveva inteso per un verso onorare, per un altro ammonire quei due regni. Alessandro stava perseguendo una politica - nuova per quei tempi - intesa ad avocare al solo pontefice la prerogativa della canonizzazione: fino ad allora, erano semmai i prelati metropolitani di ciascuna provincia ecclesiastica a elevare agli altari chi fosse oggetto di un culto locale. Anche su questo piano, il sovrano germanico si rendeva conto che egli e il suo papa non potevano essere da meno.
Il programma federiciano volto a configurare un campo sacrale dell'impero si riflette nell'interesse, che Federico aveva pi volte mostrato, anche per certe reliquie o certi culti: per sant'Enrico ad esempio, cio l'imperatore sassone Enrico secondo, o per san Sigismondo il cui culto era legato alla Borgogna. Federico era inoltre devoto all'apostolo Giacomo, uno dei santi pi venerati della Cristianit del tempo e in nome del quale si faceva il pellegrinaggio a Santiago de Compostela. Il culto giacobita non era a sua volta privo di rapporti con Carlomagno: le chansons de geste erano nate sul "cammino di Santiago", attorno al passo di Roncisvalle, e reliquie dell'apostolo si conservavano in Aquisgrana presso il sepolcro dell'imperatore Carlo.
La canonizzazione di Carlomagno era del resto in un certo senso il logico esito di una politica e, pi ancora, di tutto un modo d'intendere il potere sovrano. Da tempo la cancelleria imperiale, seguendo il modello bizantino, usava nei documenti ufficiali un'aggettivazione che sottolineava il carattere sacro di quel potere: l'impero era sacratissimum imperium, il potere coercitivo sovrano sacra iussio, tutto quel che si riferiva alla corte illustrato da aggettivi come augustalis. Si andava cos configurando, di fronte a un papato deciso a riprendere il cammino ierocratico tracciato dal Dictatus Papae, un impero dotato di una sua autonoma sacralit, a capo del quale stava un personaggio consacrato, partecipe dei carismi della Chiesa, chiamato a tutelare la Cristianit contro eretici e infedeli.
La cerimonia della canonizzazione di Carlomagno ci  stata tramandata in un documento imperiale del gennaio 1166, che la descrive. Il 29 dicembre, festa del re David, l'imperatore in persona presenziava al rito, nella Cappella Palatina di Aquisgrana; officiavano l'ordinario diocesano Alessandro vescovo di Liegi e il metropolita della provincia nella quale la diocesi era compresa, cio Rainaldo arcivescovo di Colonia. Le reliquie dell'imperatore Carlo furono prima solennemente trasferite dal sarcofago dove avevano fino ad allora riposato a un reliquiario posto al centro della cappella ottagonale. Si procedette quindi alla canonizzazione vera e propria, vale a dire alla proclamazione della santit di Carlo. Una fonte tarda parla di una bolla pontificia di Pasquale terzo, che sarebbe stata letta a quel punto: ma non  certo che ci sia avvenuto. Immediatamente dopo la canonizzazione fu redatto un testo agiografico, la Vita Sancti Karoli, nel quale di Federico si dice che "come un altro Carlomagno, egli illumina il mondo".
Papa Alessandro evit accuratamente di prender posizione contro questo nuovo culto, che si sarebbe difatti apprezzabilmente diffuso nei paesi d'impero e tracce del quale, a livello di culto locale, permangono anche ai giorni nostri.
Attorno al culto di san Carlomagno si and organizzando tutto un complesso simbolico architettonico-liturgico teso a fare di Aquisgrana e delle cratofanie imperiali che vi si celebravano il centro sacrale dell'Occidente cristiano. La forma ottagonale della Cappella Palatina si ispira,  vero, a celebri modelli quali San Vitale di Ravenna e riprende i caratteri simbologici dell'architettura dei battisteri, ma soprattutto si riallaccia al tema dell'ottagono e della sacralit del numero otto, caro all'esegesi patristica delle Scritture e collegato alla filosofia pitagorica. Simbolo della resurrezione del Cristo e dell'affermazione del regno di Dio dopo la fine dei tempi in quanto numero dell'"ottavo giorno", l'otto  usato talora anche nell'iconografia della Gerusalemme celeste, raffigurata a forma ottagonale in quanto con tale figura si intendeva sintetizzare il quadrato (la perfezione umana, finita) e il cerchio (la perfezione divina, infinita). San Gregorio di Nissa, nel quarto secolo, ricorda che ogni fondazione di chiesa equivale alla creazione di un nuovo cosmo e descrive quella di un santuario da lui effettuata come l'esecuzione di una pianta architettonica ottenuta unendo tutti i punti nei quali il disegno di una croce inscritta in un cerchio incontra la circonferenza. Come la Cappella Palatina, anche la corona imperiale di Ottone I, ora conservata nella Schatzkammer di Vienna,  ottagonale; essa  sormontata da un arco metallico che unisce la piastra posteriore alla croce frontale, e che allude probabilmente alla funzione dell'imperatore quale mediatore fra Dio e il suo popolo. Anche la corona imperiale simboleggia, come la Cappella Palatina, la Gerusalemme celeste: e importante a qualificare la funzione imperiale concepita come quella di Rex et Sacerdos secondo il modello di Melqisedeq  la piastra frontale adorna - al pari del pettorale portato dal Gran Sacerdote d'Israele - di dodici pietre preziose, tante quante le trib del Popolo Eletto (e tante quante gli apostoli). Anche queste pietre preziose alludono alla Gerusalemme celeste che, secondo l'Apocalisse,  fondata appunto su gemme. Una delle pietre che adornano la corona, e che per il suo splendore  detta der Waise ("l'Orfana", cio "la Senza Pari") sembra rinviare al Cristo come Pietra Angolare, e ha forse influenzato la stessa letteratura tedesca medievale:  difatti, sembra, riconoscibile nella pietra donata dinanzi alle mura del Paradiso Terrestre ad Alessandro nell'Alexanderlied del prete Lamprecht, scritto verso la met del dodicesimo secolo, e addirittura nella pietra del Graal secondo il racconto del Parzival di Wolfram von Eschenbach. Simbolo cristologico, pegno celeste sceso dal cielo, essa sembra simboleggiare l'imperatore stesso quale fonte di diritto.
Tale quadro simbolico doveva esser presente a Federico se questi, proprio poco dopo la cerimonia di canonizzazione di Carlomagno, cio fra 1165 e 1170, dot la Cappella Palatina di un grande lampadario di rame costituito di otto segmenti curvilinei in forma di muraglia, vera e propria Gerusalemme celeste (sintesi di cerchio e di ottagono) destinato a illuminare col suo fulgore, nei giorni di festa, le volte dell'edificio sacro.
Non si pu ricostruire in dettaglio tutto il sistema di quei segni del potere utilizzato da Federico: bisognerebbe sapere particolari che non si conoscono sulle cerimonie e sulla vita di corte, e avere un'idea precisa degli oggetti usati, conoscerne forme e caratteristiche, sapere con certezza se essi furono da lui commissionati direttamente o solo ereditati. Certo, fondamentale era la corona, "sinonimo di monarchia, metafora del re, simbolo e sede del potere regale";(59) ma della massima importanza erano altres il globo d'oro sormontato dalla croce ed entrato nell'uso a quanto pare nell'undicesimo secolo, lo scettro, la spada, la cosiddetta Sacra Lancia che si diceva contenere un chiodo della croce del Cristo, i paramenti solenni, il trono.
Il 1165 segna l'acme della tensione ideologico-propagandistica "sacrale" di Federico primo: ma segna altres, col ritorno di Alessandro terzo a Roma, l'inizio di un periodo di gravi difficolt. La decisione della dieta di Wrzburg, con l'obbligo del giuramento di fedelt a Pasquale terzo, aveva fatto trapelare contraddizioni, reticenze e ambiguit che sarebbe stato forse politicamente saggio far rimanere tali: e ormai quel che prima era accennato o sottinteso stava drammaticamente affiorando, sospinto dalla forza stessa delle cose. Il malumore diffuso nell'impero contro il sovrano e il suo cancelliere si sommava drammaticamente ai rumori di guerra civile che ormai percorrevano la Germania. Gli sforzi che il cugino dell'imperatore, Enrico il Leone, stava facendo in Sassonia per imporre la pace territoriale e costruire un ducato dotato di un governo efficiente e di un'ordinata e accentrata amministrazione urtavano fatalmente contro gli interessi, le particolari libertates, le antiche prerogative di signori e citt; lo stesso Rainaldo di Dassel era avversario del possente duca della casa dei Guelfi, che in Sassonia si comportava ormai come un re: non  un caso che lo splendido leone di bronzo di Braunschweig, capolavoro della scultura romanica, sia proprio del 1166. Esso vigila ancora la cattedrale in cui riposano le spoglie del duca. Ma una forte coalizione si andava delineando contro Enrico: vi partecipavano Corrado conte palatino del Reno, Federico duca di Svevia (del quale l'imperatore era cugino), Ladislao secondo duca di Boemia. Ma ancor pi grave - per quanto meno sicura - la notizia, che si diffuse all'inizio del 1166, di una congiura contro lo stesso imperatore ordita da personaggi quali gli arcivescovi di Treviri, Magdeburgo e Salisburgo, il duca di Svevia stesso, i duchi Guelfo sesto e Bertoldo di Zhringen.
Ubi rex, ibi regnum. Federico si sposta di continuo. Presiede diete, amministra la giustizia, compone liti. Vuol far presto perch sa di dovere scendere di nuovo in Italia. L, fra marzo e aprile, Alessandro terzo ha scelto con cura il nuovo arcivescovo per una citt che non esiste pi, Milano, nella persona di un prelato a lui fedelissimo, Galdino. Alla fine del maggio Guglielmo primo di Sicilia  morto e gli  regolarmente succeduto il figlio Guglielmo secondo, con il quale sta entrando in contatto il basileus Manuele per un'intesa mediatore della quale  Alessandro terzo. L'imperatore bizantino ha approfittato di questa circostanza per precisare la sua politica italica: ha ormai fissato una stabile e solida testa di ponte medioadriatica in Ancona, e ora offre sua figlia in sposa al re di Sicilia. Federico invia presso il basileus una legazione composta da Enrico di Babenberg - sposo come sappiamo di una principessa bizantina - e da Ottone di Wittelsbach, con la proposta di disinteressarsi delle faccende ungheresi (altro terreno di contesa tra i due imperi) in cambio del disinteresse bizantino per la penisola italica. Ma non sembra che la missione abbia buon esito. E sempre pi netto si profila il pericolo che Manuele non solo appoggi le citt settentrionali ribelli, non solo si allei con Guglielmo di Sicilia, ma addirittura proponga al papa di riconoscerlo come unico imperatore cristiano. Bisogna far presto. Bisogna reimporre l'autorit imperiale in Lombardia, eliminare l'infiltrazione bizantina sul litorale adriatico, cacciare Alessandro dal Laterano.
A met ottobre, Federico parte da Augusta. Enrico il Leone non pu accompagnarlo, impegnato in una guerra civile in Sassonia contro una coalizione il cui pi illustre rappresentante  Alberto l'Orso e che l'imperatore non ha potuto impedire. Lo Svevo attraversa le Alpi a marce forzate, passando per la Val Camonica in modo da evitare le Chiuse dell'Adige ben sorvegliate dalla ribelle e troppo ben munita Verona. Alla fine di ottobre  a Trento. A novembre, fissa per qualche giorno la sua residenza in Lodi.
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12. "A LANCIA E SPADA IL BARBAROSSA IN CAMPO".
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Non si sa con precisione quando abbiano cominciato a chiamarlo Barbarossa. L'epiteto Rubeus, nei suoi confronti, pare lo si sia usato gi abbastanza presto, ed era del resto non raro per i capi e i re medievali: Erik, il vichingo che nel 985 raggiunse la Groenlandia, era detto "il Rosso"; e Rufus era l'epiteto di Guglielmo secondo re d'Inghilterra, figlio di Guglielmo il Conquistatore. S' gi detto che un topos diffuso insegnava a diffidare della gente "di pelo rosso": e proprio ai tempi di Federico il pi grande cronista della Terrasanta crociata, Guglielmo arcivescovo di Tiro, ripete - a proposito di Folco d'Angi re di Gerusalemme - che gli uomini rossi sono in genere malfidi.
Con sicurezza, l'epiteto "Barbarossa" non sembra essere stato usato prima del Duecento: ma risaliva al secolo precedente ed era logicamente d'origine italiana, anzi lombardo-padana. Viene spontaneo il confronto con l'epiteto "Barbavaria", appiccicato dai piacentini ad Arnoldo di Dorstadt. Ma soprannomi come Barbarubra o Enobarbus non sono "neutri", e nemmeno semplicemente ironici o sarcastici: essi possono implicare una dura condanna: "Barba-di-Rame" era Nerone, il typus del rex iniustus, il tiranno per eccellenza, il nemico dei cristiani. E pu darsi che, scendendo in Italia nell'autunno del 1166, Federico fosse - per i milanesi, i piacentini, i veronesi e gli altri - gi il Barbarossa. Non si rischia l'anacronismo chiamandolo, d'ora in poi, anche noi cos.
Era a Lodi, la diletta Lodi, la sua creatura, in novembre. Gli furono presentati con insistenza i reclami e le lamentele delle citt soggette al dominio - talora duro, pi spesso rapace e venale - dei suoi potestates.(60) Ma egli aveva fretta ed era insofferente di opposizioni: era venuto in Italia per insediare Pasquale terzo a Roma, eliminare il pericolo di una testa di ponte bizantina in Ancona dove Manuele aveva piazzato una guarnigione e procedere alla da troppo tempo vagheggiata campagna di Sicilia: ascolt appena le rimostranze dei comuni lombardi, n concesse loro soddisfazione. L'unica cosa che realizz con chiarezza, fu che ormai la maggior parte dei comuni erano o suoi nemici o infidi alleati: e decise di comportarsi di conseguenza. Un po' pi condiscendente fu con Genova e Pisa, di nuovo in guerra fra loro, e presso le quali aveva spedito rispettivamente Rainaldo e Cristiano: ma non riusc ad accordarle, contrariamente a quel che avrebbe sperato per poter finalmente dar l'avvio all'avventura contro la Sicilia normanna.
I suoi obiettivi erano almeno due. Per questo, Federico divise in tre parti le sue truppe: un contingente, al suo diretto comando, avrebbe puntato su Ancona attraverso l'Emilia e la Romagna; le altre due colonne, al comando rispettivamente di Rainaldo e di Cristiano, avrebbero dovuto puntare su Roma, cacciare Alessandro e insediarvi Pasquale.
Arrivato a Bologna nel febbraio dopo aver indugiato - comportandosi pi da conquistatore che da sovrano - nel territorio bresciano e bergamasco, Federico le impose di consegnare degli ostaggi a garanzia del suo leale comportamento; da l, attraverso la Romagna, guadagn Ancona sotto le mura della quale veniva a trovarsi nel maggio. L'assedio dur tre settimane e si chiuse secondo alcuni con la resa della citt, secondo altri con un compromesso.
Pi brillanti i successi ottenuti da Rainaldo, che puntava decisamente su Roma, e da Cristiano, che lo seguiva con truppe tosco-lombarde, con i mercenari brabanzoni e con gli esuli siculo-normanni che, come i conti Roberto di Bassavilla e Andrea di Rupecanina, speravano di rientrare in patria al seguito dello Svevo. Presso Roma, a Monteporzio, il 29 maggio si ebbe uno scontro memorabile fra gli imperiali e i romani ch'erano usciti dalla loro citt per piegare Tuscolo, fedele a Pasquale.  una straordinaria vittoria imperiale, per quanto la sproporzione delle forze fosse a quanto pare almeno di 10 a 1 a vantaggio dei romani.
Mentre questi ultimi - retoricamente invocando la memoria di Hannibal ante portas - si rinchiudevano nelle loro mura attendendo l'assalto, Federico, tempestivamente avvertito, invertiva la marcia alla volta della Puglia che aveva intrapreso all'indomani di Ancona e si precipitava sulla citt.
Intanto, per, erano accadute molte altre cose. Appena l'imperatore aveva abbandonato la Lombardia, la rivolta era scoppiata. Le citt angariate dai suoi potestates erano stanche di lui, delle sue esazioni, del passaggio delle sue milizie: e se alcune di esse lo avevano dapprima accolto con gioia - sia per il prestigio e la venerazione dovuta a quello che allora si definiva il nomen imperii, sia perch ciascuna di esse sperava di potersi servire di lui per liberarsi della forza e della concorrenza delle citt vicine -, ora tutte si rendevano concordemente conto del fatto che la loro vecchia inimicizia reciproca era tutto sommato pi comoda e vantaggiosa che non l'"amicizia" del sovrano. Perfino quella che, con Lodi e Pavia, era la prediletta - quella Cremona che Federico aveva colmato di favori e di privilegi - ora insorgeva contro di lui. E proprio con centro in Cremona prendeva corpo una lega nella quale, con un giuramento dell'8 marzo, convenivano anche Mantova, Bergamo, Brescia. Le quattro citt, liberatesi dei rettori imperiali e tornate al loro tradizionale regime consolare, giuravano di difendersi a vicenda, di risarcirsi reciprocamente i danni che si erano inferte negli ultimi dieci anni, di combattere insieme contro i nemici comuni, di difendere e tutelare tutti quei diritti che avevano acquisito dal tempo di Corrado terzo a un secolo prima. Tale patto sarebbe stato valido un cinquantennio. Anche Milano veniva chiamata a siglarlo.
Due i precedenti di questa lega, che in quanto tale rientrava fra le associazioni vietate a Roncaglia: da una parte il comune giuramento di milanesi, piacentini e bresciani nel 1159, durante l'assedio di Crema, di non far pace con Federico senza il consenso di papa Adriano; dall'altra, naturalmente, la Lega veronese del 1164. Nulla v'era nel patto che sonasse ribellione contro l'impero: il riferimento al regno di Corrado, per, stava ad indicare che si intendeva reagire alle novitates introdotte da Federico, che non avevano corrispettivo in alcuna pretesa dei precedenti imperatori. I collegati non negavano fidelitas al sovrano, anzi sottoponevano il loro accordo alla pregiudiziale salva fidelitate imperatoris: ma si rifiutavano di fornirgli prestazioni che non fossero spettate all'impero al tempo di Enrico V, di Lotario e di Corrado terzo.
Secondo la tradizione, l'impegno delle citt lombarde fu solennemente sancito in un incontro dei rispettivi loro rappresentanti il 7 aprile, nel monastero di Pontida, fra Bergamo e Lecco. L'episodio  probabilmente leggendario: o meglio,  tardiva leggenda che il convegno sia avvenuto proprio in quel luogo. In tale circostanza si sarebbe tra l'altro deliberato di ricostruire - in pegno di rinnovata concordia - le mura di Milano, distrutte nel 1162 per ordine certo dell'imperatore, ma con l'entusiasta manodopera fornita da molte citt vicine. La ricostruzione delle mura milanesi era quindi un atto simbolico di ritrovata concordia: ma non poteva sfuggire a nessuno ch'era anche, al tempo stesso, una sfida lanciata a Federico. Il 27 aprile dello stesso mese i milanesi rientravano - e ce li possiamo immaginare a vessilli spiegati, come li ritraggono i bassorilievi di Porta Romana - nella loro citt risorta a onta della volont del sovrano. Poco prima, la lega aveva ricevuto nuove adesioni. Quella di Lodi fu, per la verit, pi che offerta, estorta. Se i cremonesi - ora che Crema era distrutta - ritenevano di poter tranquillamente far pace con una Milano che peraltro sembrava allora lontana dal recuperare il suo vecchio ruolo egemonico, i lodigiani non intendevano dimenticare troppo presto il debito di gratitudine che li legava a Federico. D'altro canto, Lodi avrebbe potuto interrompere le comunicazioni fra Milano da una parte, Cremona e Piacenza dall'altra: per questo i collegati la volevano dalla loro parte. E, un po' intimoriti e ricattati, un po' allettati da varie promesse, i lodigiani - sempre salva fidelitate imperatoris - giurarono. Giur anche Piacenza, che approfitt per chiedere alla lega un risarcimento dei danni subiti per colpa dell'esercito imperiale nel suo territorio. E giur pi tardi Parma, che in quanto avversaria di Piacenza temeva di restare isolata ora che la rivale aveva aderito alla lega. Il rappresentante imperiale in Lombardia, Enrico di Dietz, non pot far nulla per impedire quegli avvenimenti: non aveva forze sufficienti. Dal canto suo l'imperatore, ormai sull'Adriatico quando ebbe cognizione di quello che stava accadendo, dovette stimare pi opportuno risolvere le questioni anconetana e romana e rimandare al ritorno il regolamento della faccenda lombarda.
Le notizie che forse erano giunte dal Norditalia alle orecchie del papa, fra giugno e luglio, erano liete: ma egli non era nella miglior disposizione di spirito per accoglierle. L'imperatore si avvicinava a grandi passi; intanto, una squadra navale pisana bloccava tutto il litorale tirrenico fra Terracina e Civitavecchia. Gli appelli disperati al re di Sicilia, l'unico che avrebbe potuto recare soccorso, restavano vani. Il 24 luglio, Cesare giungeva in vista di quella ch'era la sua sposa, secondo la propaganda imperiale; o, secondo quella pontificia, il barbaro si appressava alle sante mura della citt di San Pietro. La Citt Leonina fu espugnata, e durante l'assalto and in fiamme la chiesetta di Santa Maria in Turri, adiacente a San Pietro; e il fuoco lamb la stessa venerabile basilica. Papa Alessandro si salv per un pelo e trov rifugio nella grande fortezza dei Frangipane al Colosseo. S'intavolarono allora le trattative. Vincitore, Federico sapeva bene che la sua vittoria non avrebbe avuto senso se non fosse stata seguita dalla composizione dello scisma. Gioc pertanto a fondo il ruolo del trionfatore generoso, e propose un bis del concilio pavese del 1160: una nuova assise ecclesiastica alla quale avrebbero dovuto sottomettersi tanto Alessandro quanto Pasquale, e che avrebbe scelto liberamente il papa legittimo. Ma, se Federico aveva nell'Urbe il vantaggio della forza, Alessandro aveva nell'Orbe cristiano quello dell'appoggio della maggior parte della Chiesa. E ben sapeva che - al di l del suo personale fato, se avesse accettato le condizioni di Federico - la sua forza, proprio in quanto sconfitto e braccato, stava nel proclamarsi di nuovo, lui, il solo e legittimo pontefice. Se non lo avesse fatto, otto anni di lotta avrebbero in un soffio perduto senso. Guidava le trattative da parte papale un grande nobile, quel Corrado di Wittelsbach gi arcivescovo di Magonza che l'imperatore aveva cacciato dalla sede archiepiscopale per punirlo della sua fedelt al Bandinelli; e che questi aveva invece elevato alla porpora. Con Federico era il fratello di Corrado, il prode e fedele Ottone. Si sperava davvero in una soluzione? Era in buonafede il sovrano proponendola? Al netto rifiuto di Alessandro, comunque, la propaganda imperiale pot annunziare con amaro trionfo ai romani - ai volubili romani - che la pace non si poteva fare solo perch il superbo Rolando teneva pi alla sua tiara che all'unit della Chiesa. E al superbo Rolando non rest che fuggire, travestito da pellegrino, fino a Terracina: da l si sarebbe diretto nel regnum, a Benevento, sotto la protezione di Guglielmo secondo.
I vincitori cantarono il 29 luglio il Te Deum nella basilica di San Pietro, riconsacrata dopo la battaglia. Federico poteva celebrare il suo trionfo sulla citt e sul mondo, come patrizio romano - del quale rivest le insegne, il diadema d'oro e il manto verde - e come imperatore. Il 30 luglio il suo papa Pasquale fu solennemente intronizzato in San Pietro. Il 1 agosto egli pot cos rinnovare solennemente la cerimonia dell'incoronazione di Federico: e stavolta al suo fianco, a differenza del 1155, c'era, anch'essa incoronata, la bella e fedele Beatrice. Era il trionfo.
Mutatio dexterae Excelsi. Un temporale estivo - uno di quei temporali romani che mutano la citt in un torrente - si abbatte su Federico e sul suo accampamento il 2 agosto, proprio il giorno dopo l'incoronazione. Segue la calura insopportabile, l'afa che sale dai gorghi pigri del Tevere, i miasmi delle paludi che circondano la citt. Ed  l'antica febbre che uccide senza una ragione apparente, il vecchio male che si annida nel ventre delle zanzare e che si beve con l'acqua imputridita. Muoiono i vescovi dell'impero, i grandi feudatari, i coraggiosi guerrieri.
La tempesta e l'epidemia sono da sempre i segni dell'ira di Dio.  il Signore Dio degli Eserciti, lo Jahv del Vecchio Testamento che ha levato la mano e ha colpito il nuovo Sennacherib, il nuovo Nerone. Esulta, o Gerusalemme, perch Dio ti ha liberata! Questo si dice trionfanti attorno al fuggiasco e braccato Alessandro. Guai, guai allo scomunicato che ha osato farsi incoronare da un falso papa scomunicato come lui! Guai al profanatore del tempio di Pietro!
Anche attorno a Federico regnano ora lo sconforto e il terrore. Perch Dio ha colpito, se non per significare il suo sdegno? Una sconfitta militare sarebbe stata tollerata e virilmente sostenuta: ma questo!, l'aprirsi dei cieli e la morte collettiva all'indomani della vittoria,  troppo. Di pi:  un segno.
Federico non si perde d'animo: se ha dubbi, se ha paure, li tiene chiusi nel suo cuore. Nomina - arrogandosi una prerogativa papale - il prefetto di Roma nella persona di Giovanni di Vico; e stipula un accordo con i romani comprendente la necessit per loro di giurargli fedelt, il diritto dell'imperatore di investire e confermare i senatori, la concessione di ampie esenzioni fiscali. Regna, per pochi giorni, sulla "sua" citt.
Ma il 6 agosto si dovette por fine alla permanenza in Roma. Era necessario sfuggire all'epidemia e allo sconforto che essa spargeva, insieme con la morte, nell'accampamento. E poi i fatti di Lombardia erano sempre pi preoccupanti. All'indomani della festa della Madonna della Neve - la grande festa della basilica di Santa Maria Maggiore - l'esercito imperiale tolse le tende tirandosi dietro papa Pasquale, che si sapeva troppo bene non avrebbe potuto mantenersi da solo a Roma. Egli fu di nuovo lasciato a Viterbo, e Federico procedette verso il nord. Si trascinava dietro una truppa di ammalati, fra i quali la morte mieteva di continuo vittime; si spense cos il cronista lodigiano Acerbo Morena, che lo aveva seguito e servito nella spedizione romana e lodato nella sua cronaca; mor Guelfo settimo, figlio di Guelfo sesto; mor Federico di Rothenburg, duca di Svevia e cugino dell'imperatore; mor il 14 agosto Rainaldo di Dassel, che seppe concludere una vita non forse dissoluta - nonostante quel che dissero i suoi avversari - ma certo non particolarmente pia con una morte devota, esemplare.
La fama degli eventi romani aveva corso la penisola, ma con le ali dei messi pontifici. Federico risaliva le strade verso il nord come uno sconfitto: e non era la mano dell'uomo ad averlo piegato. Bisognava colpire lo scomunicato, il nemico di Dio: d'altronde, egli non aveva praticamente pi un esercito; era una ritirata, la sua, ma andava sempre pi somigliando a una fuga. Quando gli abitanti di Pontremoli bloccarono il passo della Cisa, dove la Via Francigena abbandonava la Toscana per entrare in Emilia, non rest che aggirare il colle per giungere faticosamente con l'aiuto del grande dominus loci, il marchese Malaspina, a Pavia il 12 settembre.
Nella citt, che gli era ancora fedele, l'imperatore fu pi puntualmente informato della ribellione delle citt lombarde e della loro lega. Apprese cos che molte citt di "Lombardia" (il termine va al solito inteso come indicante l'intera Italia settentrionale) avevano cacciato i rettori imperiali, si erano rifiutate di adempiere ai loro obblighi feudali, avevano richiamato i vescovi fautori di Alessandro terzo. La causa delle libert comunali e quella della legittimit del Bandinelli come papa non avevano intrinsecamente nulla in comune, stavano su due linee concettuali diverse: ma ora venivano a unirsi se non proprio a saldarsi, e tale unione sarebbe durata a lungo.
Federico accett il confronto: le citt che aveva contro erano, per lui, nemiche a doppio titolo, come ribelli e come scismatiche: il 21, da Pavia, fulminava contro le citt della lega il bando imperiale - facendo tuttavia eccezione per Lodi e Cremona - e scagliava a terra con gesto teatralmente cavalleresco il suo guanto in segno di sfida. Si era intanto chiamati attorno i suoi fedeli: i pavesi, i novaresi, i vercellesi, Obizzo Malaspina, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate. Con l'esercito cos rinforzato egli si diede subito a scorrere e saccheggiare il Milanese, validamente e immediatamente contrastato da lodigiani, bresciani, bergamaschi, cremonesi, parmensi. Le cronache lo ricordano passare vicino a Pavia, prendere due bocconi senza neppure smontare da cavallo e di l passare il Po per devastare il territorio di Piacenza, da dove per viene subito fatto sloggiare. L'11 novembre, il giorno di San Martino, i milanesi lo costringono a chiudersi in Pavia e ve lo assediano.
A questo punto, i lombardi dovettero credere di averlo ormai in pugno, e che bastasse una stretta finale. Ma per questo non bastava adesso coordinare le forze: bisognava dimostrargli che egli aveva definitivamente perduto, che le leggi di Roncaglia erano un capitolo chiuso, che la sua unica alternativa per conservarsi dei fedeli sudditi - che tali essi volevano, nonostante tutto, rimanere - era accettare che i rapporti tra impero e citt tornassero quali erano al tempo di Enrico V. Erano due principi giuridici, entrambi in fondo legittimi, a contrapporsi: da una parte Federico si appoggiava al diritto romano e alle antiche prerogative regie che erano s cadute in disuso, ma che non erano mai state formalmente abrogate; dall'altra i comuni si appellavano a quella tradizionale fonte di diritto ch'era la consuetudine.
Il 1 dicembre 1167 i rappresentanti di sedici citt, fra cui vi erano tutte quelle della Lega veronese del 1164 e della posteriore Lega cremonese, s'incontrarono e stabilirono di convergere in una sola Societas Lambardiae: quella che noi chiamiamo la Lega lombarda. C'erano Venezia, Verona, Padova, Vicenza, Treviso, Cremona, Brescia, Bergamo, Milano, Lodi, Parma, Piacenza, Mantova, Ferrara, Bologna, Modena.
Contro forze cos formidabili, non era possibile resistere. Federico lasci alla chetichella Pavia, sulla cui fedelt - visto quel ch'era accaduto con Lodi e con Cremona e visto l'isolamento nel quale si trovavano adesso i pavesi - non contava neppure pi granch: e si diresse verso le terre di Monferrato e dei conti di Biandrate, nelle quali svern in attesa di riprendere, alla fine della cattiva stagione, la via per l'Oltralpe.
La Lega lombarda si andava rafforzando e, sempre almeno dal dicembre 1167, si dava proprie istituzioni ben distinte da quelle di ciascun comune partecipante: ogni citt eleggeva un suo rettore per la lega, con carica valida per un anno; il collegio dei rettori si riuniva in una citt della lega a sua scelta, in genere sempre diversa; le riunioni erano saltuarie, o comunque non sembra avessero precisa periodicit; i rettori stabilivano le misure militari e diplomatiche da prendere, discutevano sull'accettazione di nuovi aderenti, si costituivano in tribunale per dirimere i contrasti sorti fra i partecipanti alla lega.
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Con la fine dell'inverno, l'imperatore si decise ad affrontare le Alpi; intanto Filippo di Heinsberg, succeduto a Rainaldo di Dassel come arcivescovo di Colonia, aveva insediato a Roma Pasquale terzo, e Italia centrale e Toscana sembravano nel complesso ancora ligie a Federico. Ma a Benevento Alessandro riceveva di continuo messi e tramava con i comuni lombardi, con il re di Sicilia, con Venezia, con il basileus Manuele. Federico aveva fatto un cauto passo verso Alessandro, cercando una scappatoia per eludere il giuramento ch'egli stesso aveva reso a Wrzburg nel 1165: ma invano. Non gli restava che raggiungere la Germania, nella quale attestarsi e riorganizzarsi: neppure questo sembrava, per, una cosa facile. Il conte Umberto terzo di Savoia, che si sentiva leso nei suoi interessi dai privilegi concessi dall'imperatore ai vescovi della sua contea, gli negava il passaggio per il passo di Susa: quando alla fine, grazie anche alla mediazione del marchese di Monferrato, glielo concesse, Federico si trov in un'ancor pi imbarazzante e umiliante situazione. La sua decisione di far impiccare, a titolo di feroce quanto inutile rappresaglia, un nobile bresciano provoc una specie di rivolta cittadina; egli dovette liberare precipitosamente gli ostaggi e fuggire travestito da servo lasciando la stessa imperatrice in mano alla gente di Susa, che tuttavia le permise cavallerescamente di partire a sua volta. Valicato il Moncenisio, attraverso una Borgogna che trov quasi del tutto votata alla causa di Alessandro, egli giunse a met marzo a Basilea, al confine fra il regno di Borgogna e il ducato di Svevia.
Dal marzo 1168 al settembre 1174, Federico non mise pi piede in Italia. Non che le questioni italiane - e pontificie - non lo interessassero pi: al contrario! Egli seguiva con attenzione l'evolversi quanto mai allarmante per lui dell'amicizia tra papa Alessandro, i comuni, i re di Sicilia e il basileus: e in pi occasioni avrebbe tentato, come vedremo, d'intervenire. Nel contempo, avrebbe cercato d riorganizzare la sua amministrazione del regnum Italiae e di rinnovarne il personale, ad esempio infeudando marca d'Ancona ed esarcato di Ravenna a un suo collaboratore molto competente in cose italiane, Corrado di Ltzelhard (che comunque gli italiani dovevano trovare di indole alquanto bizzarra: lo avrebbero soprannominato "Moscaincervello"!) e facendosi cedere da Guelfo sesto (che dopo la morte del figlio Guelfo settimo non aveva pi prospettive dinastiche) le sue prerogative sui beni matildini. Ma le questioni tedesche erano importanti, ed egli troppo a lungo le aveva trascurate a vantaggio di quelle italiane. Bisognava risolverle - e in particolare chiarire i rapporti con il duca di Sassonia e riaffermare il predominio sulla Chiesa tedesca a evitare o contenere scelte in favore di Alessandro terzo - prima di tornare in Italia e fare i conti con la lega: perch, quelli, Federico voleva farli.
Cominci quindi con il convocare, fra maggio e giugno, una serie di diete tra Bamberga e Wrzburg, e l regol talune questioni fondamentali. Anzitutto bisognava ristabilire la pace fra Enrico il Leone e la coalizione dei signori e dei prelati sassoni con i quali egli era in guerra fin dal 1166: e ci era tanto pi importante in quanto da poco il duca di Sassonia aveva ricevuto la sua giovane sposa Matilde d'Inghilterra, figlia di Enrico Plantageneto dal quale Federico continuava ad attendere un sostegno nello scisma. La pace in effetti fu raggiunta, e l'imperatore dovette molto adoprarsi per indurre i signori sassoni a perdonare l'intraprendenza di Enrico: una mediazione che del resto il sovrano si fece profumatamente pagare, facendosi cedere di nuovo Goslar - l'avamposto sassone verso il massiccio dello Harz e il Brandeburgo - che egli stesso aveva ceduto al cugino all'inizio del suo regno e che era importante anche per le miniere d'argento. La riappropriazione imperiale di Goslar ledeva l'integrit territoriale del ducato di Sassonia; inoltre, sempre a Goslar, la cappella del palatium conteneva il cuore di Enrico secondo, sant'Enrico imperatore, le memorie del quale erano sacre tanto a Federico suo successore sul trono imperiale quanto a Enrico suo erede nel ducato di Sassonia. Si pu dire che fu dalla questione di Goslar che i rapporti tra Enrico e Federico presero a deteriorarsi: e tutto ci mentre il Leone dava segni di voler imporre alla stessa Danimarca, regno formalmente vassallo dell'impero, la propria egemonia. Altra decisione di Federico volta a rafforzare il potere regio in Germania fu la devoluzione alla corona del ducato di Svevia, che con la morte di Federico di Rothenburg in Italia era restato senza eredi diretti e che da allora venne amministrato da ministeriales imperiali; lo stesso feudo di Rothenburg, nella Franconia orientale, pass alla corona che cos veniva a crearsi un'ancor pi solida base territoriale nel sud-ovest del regno. Intanto la vedova di Federico di Rothenberg passava a seconde nozze con Canuto, figlio di Sveno re di Danimarca, rafforzando la ritrovata intesa fra quel regno e l'impero.
Forte di questa riorganizzazione di un regno che pareva per il momento pacificato, il 24 giugno del 1169 Federico faceva designare dalla dieta il suo secondogenito Enrico, quattrenne, come re dei romani, e il 5 agosto successivo lo faceva incoronare in Aquisgrana: l'incoronazione dell'erede designato era pratica bizantina consueta, ma in Occidente l'ultimo caso del genere risaliva a due secoli prima, al 967.(61) Ignote le ragioni della scelta di lasciar da parte il primogenito Federico: pu darsi dipendesse dalle cattive condizioni di salute di questi. Ma pu anche darsi che Federico scegliesse il secondogenito per suggerire un limite a quello stesso principio dinastico nella scelta dei re di Germania, principio che egli naturalmente desiderava instaurare, ma che non godeva delle simpatie dei nobili tedeschi. Oltre a ci, Enrico non era legato al giuramento di Wrzburg che ovviamente non aveva prestato. La sua elezione poteva essere un ulteriore segnale di distensione inviato a papa Bandinelli e ai vescovi alessandrini di Germania, ch'erano sempre pi numerosi: anche Pasquale terzo era morto, nel settembre 1168, e la posizione del nuovo papa imperiale, Giovanni abate di Strumi che aveva assunto il nome di Callisto terzo, non sembrava molto forte. I prelati che si pronunziavano in favore di Alessandro aumentavano ogni giorno in numero e in prestigio. Esemplare, fra gli altri, il comportamento di uno di loro, Adalberto figlio del duca di Boemia e nuovo arcivescovo di Salisburgo. Questi non solo si era rifiutato di accettare l'investitura dallo scismatico arcivescovo di Magonza per prenderla da Ulderico patriarca di Aquileia, che era alessandrino; ma, davanti all'imperatore che irrompeva nei territori salisburghesi, rispose rinunziando a qualunque regale ius e possesso feudale e mantenendosi soltanto il governo spirituale dell'arcidiocesi. Una lezione altissima sotto il profilo della dignit, ma anche allarmante per Federico, il quale disponeva solo dei beni e dei poteri temporali da elargire per attirarsi gli ecclesiastici e mantenere il suo potere sulla Chiesa.
Ma l'attenzione dell'imperatore si andava sempre pi appuntando su Enrico il Leone che - per quanto potesse averlo umiliato la faccenda di Goslar - continuava a comportarsi come sovrano praticamente indipendente dei suoi ducati, nei quali era tanto pi sicuro da quando, nel 1170, era venuto a mancare il suo rivale Alberto l'Orso margravio di Brandeburgo.
Enrico sfoggiava i poteri, il decoro, la magnificenza di un re. La scoperta delle miniere d'argento di Freiberg, verso il 1170, l'aveva ripagato a usura della forzata cessione di quelle di Goslar al cugino. Ed era regale anche la sua politica estera: in sintonia certo con quella dell'imperatore, ma segnata da una personalissima impronta. Il fatto che fosse genero di Enrico d'Inghilterra gli conferiva un prestigio immenso, tale da poterlo far considerare in ogni modo un alleato prezioso; anche la sua influenza sulla Danimarca ne aumentava il prestigio. Non erano cattivi nemmeno i suoi rapporti con Alessandro terzo, che egli non riconosceva come papa, ma che era molto interessato alla politica di crociata nel nord-est europeo.
Ai primi del 1172, Enrico partiva per un pellegrinaggio in Terrasanta: segno questo che egli si sentiva nei suoi domini sicuro abbastanza da potersi permettere una lunga assenza, ma anche indizio di una volont politica che Federico forse appoggiava, forse addirittura in certi casi sollecitava, ma che fuor di qualunque ragionevole dubbio temeva.
 certo che quella che il 13 gennaio 1172 part dalla Germania diretta in Terrasanta era anche una grande, splendida spedizione politico-diplomatica. Enrico, passando per l'Austria - com'era ovvio, dato che avrebbe preso la via della pianura danubiana - si arrest a rendere omaggio a Enrico duca d'Austria, ma soprattutto, forse, alla duchessa Teodora Comnena. Una delle tappe privilegiate del suo viaggio era infatti Costantinopoli, dove egli giunse il 15 aprile, Sabato Santo: l'imperatore e l'imperatrice di Bisanzio lo colmarono di doni, ed  poco credibile che non si facesse parola della tensione fra i due imperi, specie per quel che riguardava i comuni contrastanti interessi nell'Italia adriatica e nell'area balcano-danubiana. Oltre al regno di Gerusalemme, Enrico visit le terre del sultano turco di Iconio, Kilidji Arslan, signore di gran parte della penisola anatolica e in rapporti con lo stesso Federico.
Nel dicembre l'imperatore ricevette Enrico, reduce da questo importante viaggio, ad Augusta: sappiamo che l'incontro fu affabile, ma ignoriamo che cosa i due cugini si siano detti. Certo, a giudicare dalla spedizione imperiale contro Ancona dell'anno seguente, si direbbe che la missione distensiva di Enrico fra i due sovrani non avesse avuto successo. Ma restiamo nel campo delle congetture.
Ad ogni modo, Federico stava di nuovo pensando a una discesa in Italia. L'aveva solennemente annunciata nel marzo 1172, durante la dieta di Worms, e da allora aveva lavorato con vigore alla soluzione dei problemi tedeschi che ancora rimanevano sul tappeto. Nel 1173 fond nel regno di Germania quattro nuove fiere annuali, delle quali due in Aquisgrana. Cercava intanto di stringere legami con l'Ungheria, dove il nuovo re Bela terzo conduceva una politica molto indipendente, e concedeva l'investitura del ducato (ma praticamente gi regno) di Boemia al figlio di Sobieslao, il rivale del duca Ladislao che, vecchio, aveva tentato di abdicare in favore del proprio figlio, ma al quale Federico non perdonava l'adesione ad Alessandro terzo. Sistemate le questioni tedesche e orientali, il sovrano si accinse a scendere in Italia. Nel maggio 1174 ebbe un nuovo colloquio con Enrico il Leone, a Ratisbona: sapeva che la nuova campagna sarebbe stata dura, e avrebbe perci gradito l'appoggio del cugino; e forse avrebbe preferito averlo sott'occhio piuttosto che saperlo in Germania, di nuovo incontrollabile. Ma Enrico non prese parte alla nuova impresa.
Scendendo per la quinta volta in Italia, nell'autunno del 1174, Federico doveva trovare parecchie cose cambiate rispetto a sei anni prima. Che cos'era accaduto?
In sintesi si potrebbe dire che erano accadute tre cose. Primo, Milano non solo era risorta dalle sue rovine, ma aveva assunto di nuovo il suo ruolo egemone in tutta l'Italia settentrionale guadagnandosi la sia pur non del tutto incontrastata leadership di una Lega lombarda ch'era intanto diventata un organismo colossale, anche se non unitario n agile; secondo, il prestigio di papa Alessandro terzo era divenuto universale, al punto che il mantenimento dello scisma sonava ormai ridicolo; terzo, l'influenza del re di Sicilia e dell'imperatore di Costantinopoli era cresciuta, e i rapporti di entrambi con il papa e i comuni lombardi si erano rafforzati ulteriormente.
La fuga di Federico dall'Italia, nel marzo del 1168, aveva lasciato i suoi nemici in uno stato di grande euforia e nella convinzione che il ferro andasse battuto finch era caldo.
Nell'aprile del 1168 alla confluenza fra il Tanaro e la Bormida, in un'invidiabile posizione strategica incuneata fra il territorio di Pavia, le terre del marchese di Monferrato e quelle dei conti di Biandrate nonch in grado di controllare l'accesso dell'entroterra lombardo al mare di Genova, veniva fondata una nuova, piccola citt. Case di legno, tetti di paglia. Erano i comuni della lega a fondarla, sfidando il sire di Monferrato e i pavesi. Ma la fondazione di una citt era una prerogativa regia: per cui la sfida vera andava a Federico. Non a caso, in omaggio a papa Bandinelli, l'avevano chiamata Alessandria. Molta gente proveniente soprattutto dal Monferrato si spost verso la nuova fondazione, per abitarla. E pare che pochi mesi dopo quell'aprile essa avesse ancora tetti di paglia, ma mura solidissime.(62)
La fondazione di Alessandria precedette di poco la dieta di Lodi, nel maggio, durante la quale si ripet - con qualche variazione - il giuramento del dicembre 1167 e si presero varie decisioni fra cui quella di stabilire una sorta di tribunale arbitrale interno alla lega che sostituisse il diritto d'appello all'imperatore: in altre parole, la lega si arrogava delle funzioni pubbliche nel momento stesso nel quale - decretando l'invalidit di appelli all'imperatore - impediva l'esercizio di quelle giuridicamente parlando legittime. Era evidente che ormai i lombardi non intendevano pi recedere dalle loro scelte. Il fatto che la lega si dotasse di un suo sigillo nel quale era effigiata un'aquila simile all'imperiale - ma con la testa rivolta a sinistra anzich a destra -, e forse di un proprio vessillo,  prova di questa sua ormai evidente volont di sostituirsi all'impero come autorit pubblica, o comunque d'imporsi a esso come entit sovracomunale. I patti della lega venivano periodicamente giurati di nuovo, a mano a mano che le adesioni giungevano a rafforzarne la compagine. E attraverso la sua politica si possono discernere le linee di un'organizzazione territoriale, d'una politica viaria e commerciale comune, d'un sistema doganale.
Le adesioni erano infatti pian piano aumentate fino a comprendere tutti i centri principali di quelle che per noi sono le regioni di Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, ivi comprese quelle citt che, al pari di Como (che ader alla fine del 1168) o di Pavia (che ader nel 1170), avevano alle spalle una tradizione imperiale consolidata ma che vennero indotte o addirittura costrette a collegarsi con la Societas per non subire l'isolamento e la pressione militare delle altre. Pian piano, le citt aderenti giunsero al numero di trentacinque, anche se i rispettivi rappresentanti non furono mai tutti presenti nelle varie riunioni della lega.
A essa dovettero anche, volenti o nolenti, unirsi dei feudatari: Obizzo Malaspina dal 1168 e poi stabilmente dal 1170, tramite i suoi legami con Vercelli (ma egli dal 1169 si era legato anche a Genova, impegnandosi a tenere aperte le vie verso la Lombardia); il marchese di Monferrato nel 1172; in modo particolarmente umiliante lo stesso conte di Biandrate; e altri pi tardi.
La lega aveva comunque tre punti deboli, che si sarebbero fatti sentire in seguito: anzitutto era concepita per la guerra e non per la pace, e dunque per ben funzionare aveva bisogno di un nemico comune senza il quale avrebbe preso a languire; poi era il risultato del convergere di interessi diversi e di forze disuguali, per cui era fatalmente candidata all'insorgere di rivalit interne e al costituirsi di egemonie non gradite nella stessa misura da tutti i suoi membri; terzo, esisteva una certa confusione fra i poteri dei rettori della lega e le prerogative dei dirigenti dei singoli comuni.
Tuttavia, almeno nei primi mesi, la lega sembr funzionare alla perfezione; e a meraviglia filava il suo idillio con Alessandro terzo, che si sentiva sempre pi forte per quanto il suo nuovo antagonista Giovanni di Strumi fosse insediato a Roma. Il vallombrosano Giovanni era un buon monaco, e questo piaceva all'imperatore che non perpetuava lo scisma soltanto per motivi politici o per orgoglio di regnante, ma doveva esser profondamente convinto che la sua causa era giusta. Al momento stesso, per, Federico si rendeva sempre pi conto che ormai la sua parte nello scisma stava diventando insostenibile e cercava un pretesto per poterne onorevolmente uscire. Per questo assistiamo, fra 1168 e 1170, a un fine e complesso lavoro diplomatico che coinvolgeva varie potenze cristiane e il cui scopo ultimo era senza dubbio l'uscita dalla situazione di stallo nella quale il permanere di due pontefici aveva messo la Chiesa. Nell'autunno del 1168, si svolsero fra Enrico d'Inghilterra e Luigi di Francia i negoziati che avrebbero portato, nel gennaio 1169, alla pace di Montmirail. Federico invi come osservatori all'incontro Enrico il Leone, Cristiano di Magonza e Filippo, nuovo arcivescovo di Colonia. Si discusse in modo particolare dell'organizzazione di una nuova crociata - e pu darsi che sia la missione di Cristiano di Magonza a Costantinopoli l'anno successivo, sia il pellegrinaggio di Enrico tre anni dopo, avessero anche questo scopo - e dello scisma, e si pens che forse i due abati di Cteaux e di Clairvaux, autorevoli figure della Cristianit alessandrina, avrebbero potuto interporre i loro buoni uffici per pacificare Federico e Alessandro. Difatti nel marzo i due abati furono spediti insieme con Eberardo di Bamberga a Veroli dove - abbastanza vicino a Roma, abbastanza vicino ai confini del regno di Sicilia - Alessandro aveva fissato l'incontro. Si disse che fine ultimo dell'ambasceria era, da parte di Federico, indurre Alessandro a incoronare imperatore suo figlio Enrico: in cambio, questi avrebbe riconosciuto lui come vero papa e lo scisma sarebbe finito senza bisogno che Federico rinnegasse il giuramento di Wrzburg.
Il riconoscimento pontificio avrebbe significato certezza nella successione al trono: la casa sveva ne sarebbe rimasta padrona. Alessandro da parte sua considerava la sua causa strettamente connessa a quella dei lombardi, alla presenza dei cui messi il papa ricevette addirittura gli ambasciatori imperiali: e ci urtava contro l'evidente proposito del sovrano, uno degli scopi del quale, offrendo la pace al pontefice, era proprio quello di dividere il fronte unico costituito da lui e dalla lega. D'altronde, Federico poteva accettare di riconoscere i prelati ordinati da Alessandro, ma non aveva alcuna intenzione di abbandonare al loro destino quelli che si erano schierati dalla parte sua e dei suoi papi. Per questo, le trattative fallirono; e Federico le denunzi ufficialmente nel giugno 1170, durante la dieta di Fulda.
Era stato uno smacco, per lui, l'episodio di Veroli? S, se si ritiene - e v' da ritenerlo - che le intenzioni di Federico fossero sincere; no, tuttavia, se si tiene presente che il rifiuto del papa di accettare le sue offerte di pace poteva essere usato dall'imperatore per dimostrare ai principi tedeschi che nessuna proposta ragionevole era in grado di vincere la preconcetta ostilit del pontefice, anche a causa dello stretto legame fra lui e la Lega lombarda. Per cui, l'unico modo di risolvere davvero la questione dello scisma consisteva nel battere la lega.
Non era una linea errata. Nel marzo 1170, dopo il fallimento delle trattative di Veroli, papa Alessandro aveva concesso ai lombardi la bolla Non est dubium, nella quale dichiarava: "Toccati dall'ispirazione divina, voi avete stabilito un patto di pace e di concordia per la Chiesa di Dio e per difendere la vostra pace e la vostra libert contro Federico, cosiddetto imperatore". La bolla ordinava di tagliare le vie di commercio fra Toscana e Lombardia, se i toscani - che si mostravano ancora ligi all'impero - non avessero aderito alla lega, e comminava scomunica e interdetto nei confronti di quelle citt che avessero ordito delle coniurationes ai suoi danni. Dal canto loro, le citt della lega risposero confermando e precisando il loro giuramento del 1167 in una forma dalla quale emergeva senz'ombra di equivoco la loro decisione di far guerra all'imperatore e ai suoi alleati.
Con tutto ci, Alessandro non aveva evidentemente intenzione di rompere del tutto con Federico. Confermandone la scomunica, confermava anche il rifiuto di deporlo; d'altro canto, accettava l'alleanza di Manuele - e proprio nel 1170 celebrava il matrimonio tra il suo fedele Ottone Frangipani e una principessa greca - ma non accedeva alle sue pressanti richieste d'investire lui della corona d'Occidente. D'altronde, Federico non trascurava da parte sua di trattare: sembra che scopo principale della missione di Cristiano di Magonza a Costantinopoli, nel 1170, fosse una proposta di matrimonio tra Enrico - gi re dei romani - e una principessa greca. Poco dopo, la figlia di Federico, la principessa Sofia, sarebbe stata offerta in sposa al re di Francia: papa Alessandro terzo avrebbe scritto immediatamente a Luigi per ostacolare questa progettata unione; scopo della quale, tuttavia, era quello di isolare non solo e non tanto il papa quanto, piuttosto, la lega.
La risposta della corte di Bisanzio fu comunque, a modo suo, molto chiara. Ancona era ormai divenuta una vera e propria fortezza greca mentre, nel 1171, era ricominciata la ricostruzione delle torri di cinta di Milano finanziata anche dal basileus. A questo punto, Federico aveva deciso di rompere ogni indugio e aveva cominciato con l'inviare in Toscana Cristiano di Magonza per preparare la sua discesa e impedire nuove affermazioni della lega anche in quella regione, come aveva viceversa auspiscato il papa.
Il cancelliere imperiale era in Italia alla fine del 1171. L, trovava qualcosa di nuovo: una delle citt tradizionalmente fedeli all'impero, Pisa, aveva stretto amichevoli rapporti con il basileus: e ci per tutelare e ampliare i suoi interessi commerciali a Bisanzio, cogliendo al balzo un'occasione quanto mai propizia rappresentata dal fatto che, qualche mese prima, Manuele aveva espulso dal suo impero i veneziani. Pisa e Firenze erano del resto in guerra contro una minacciosa coalizione toscana guidata da Lucca ed esternamente appoggiata da Genova. Cristiano era uno splendido e generoso principe, e i mercenari brabanzoni che si portava dietro gli avevano procurato anche una temibile fama militare: ma non era diplomatico. Convocata nel 1172 la consueta dieta a San Genesio, non riusc se non a ingarbugliare ulteriormente la situazione: cerc di risolvere le cose comminando il bando imperiale contro Pisa, dimentico sia del suo tradizionale orientamento filoimperiale sia della costante politica di Federico che consisteva nel non scontentare n l'una n l'altra delle potenti citt marinare: e fin con l'attirarsi la sanzione almeno verbale del suo signore. Punt poi su Tuscolo, dove sperava di cogliere di sorpresa Alessandro terzo, ma neppure questo colpo gli and bene. Si spost a Foligno, dove risiedeva allora il papa imperiale, e - sicuro dell'appoggio di Venezia, che intendeva far pagare ben cara al basileus la sua espulsione dagli empori bizantini; e ci anche senza rompere con la Lega lombarda, che evidentemente non apprezzava l'appoggio che essa stava per concedere a Cristiano - marci su Ancona, alla quale pose assedio all'inizio dell'aprile 1173. Rimini e altre citt della Romagna e delle Marche erano con lui, oltre ad alleati provenienti, pare, dalla Toscana e dal ducato di Spoleto; i veneziani ponevano il blocco navale alla citt con una flotta formidabile di quaranta galee, il che significa una mobilitazione di circa novemila uomini fra rematori e balestrieri. Ma Ancona resistette, validamente soccorsa da una romantica figura di guerriera, Aldruda Frangipani contessa di Bertinoro, e da Guglielmo Marchesella ch'era uno dei membri pi in vista del gruppo dirigente di Ferrara. La tradizione ci ricorda, in termini quasi fiabeschi, il rutilare delle bandiere imperiali bizantine in tessuto d'oro nelle mani di Aldruda e del Marchesella. La Frangipani sarebbe stata celebrata l'anno successivo in un panegirico greco da Eustazio, metropolita di Tessalonica, gran retore e commentatore di Omero, con immagini che fanno di lei una Pentesilea.
Furono sei mesi e mezzo di duri sacrifici, di eroici episodi, di nero confronto; ma alla fine, verso la met di ottobre, Cristiano fu costretto a togliere l'inutile assedio.
L'anno successivo, cio nel settembre del 1174, Federico calava in Italia. Aveva preso la via della Svevia, della Borgogna e del Moncenisio: come in un feroce rituale magico di vendetta, stava facendo a ritroso la medesima strada che aveva dovuto percorrere braccato e travestito nel marzo del 1168. Scese dal Moncenisio come una tempesta d'estate, preceduto forse da un vaticinium, la profezia detta "dell'onagro e del leone" che annunziava al mondo la prossima restaurazione della giustizia, la fine dello scisma, la vergogna dell'opulento e vile asino selvatico ("l'onagro"), cio il basileus, e la trionfante gloria del leone, Federico.
E la vendetta fu il suo primo pensiero. Susa, la citt che lo aveva veduto umiliato e fuggiasco, fu distrutta. Asti si arrese subito dinanzi a lui, e a lui accorsero - impauriti e desiderosi di perdono o avidi di rivalsa sulla lega che per anni li aveva costretti a subire la sua alleanza - i suoi tradizionali alleati piemontesi e lombardi: il marchese di Monferrato, il conte Uberto di Biandrate e le citt di Alba, Acqui, Pavia, Como.
Il panico invase la lega, che rivel a quel punto uno dei suoi punti deboli: la difficolt e la lentezza nell'assumer decisioni, corrispettivo del resto della sua mancanza di coesione. I collegati ben sapevano, e da tempo, che Federico stava preparando la vendetta; e sapevano altres che di certe tardive e coatte adesioni alla loro alleanza non era il caso di fidarsi. Eppure, in quell'autunno, sembra si lasciassero prendere di contropiede. Vero  d'altronde che giocavano la carta vincente concentrando il loro potenziale difensivo su Alessandria. L doveva giungere il Barbarossa.
Vi giunse, infatti. Come aveva scelto il Moncenisio non solo per evitare i passi alpini dell'est, troppo ben sorvegliati dalla lega, bens anche per vendicarsi del 1168, cos pose l'assedio ad Alessandria - alla fine d'ottobre - non tanto perch ritenesse quella citt dai tetti di paglia (ma dalle mura fortissime, per quanto ancora incompiute) un importante obiettivo militare o perch non si volesse lasciare piazzeforti nemiche alle spalle, ma soprattutto perch essa era il simbolo della resistenza contro di lui, della ribellione, dell'immondo patto fra le riottose citt lombarde e Alessandro falso papa scismatico. Il nomen imperii esigeva che quella citt, il cui nome era una sfida, venisse spazzata via dalla faccia della terra.
Pare che quel novembre, fra Lombardia e Piemonte, fosse molto piovoso. Il marchese di Monferrato assicurava che quel miserabile ammasso di legna e di paglia abitato da cialtroni, da banditi, da servi fuggitivi, non avrebbe retto. Contro Federico ci si misero per i temporali d'autunno; poi gli imperiali scatenarono un attacco maldestro durante il quale persero tutti gli ordigni d'assedio. A quel punto non c'era che piantare dinanzi alla citt dai tetti di paglia gli accampamenti invernali e rassegnarsi al solito lungo blocco, in attesa che gli assediati si arrendessero costretti dalla fame. Ma, come sempre accadeva in casi del genere, le truppe assedianti cominciarono ad assottigliarsi: i mercenari levavano le tende, e anche nelle file degli arruolati in forza del bando regio o degli obblighi feudali parecchi con una scusa o con un'altra se la svignavano. L'inverno fu, quell'anno, durissimo: e anche in quell'inclemenza del tempo c'era ovviamente chi voleva vedere la mano di Dio.
Dalla parte degli alessandrini, la tradizione ha colorato la resistenza di smalti epici, non senza qualche tratto buffo: come nella leggenda del villano Gagliaudo e della mucca Rosina, che si racconta ancora ai bambini di Alessandria. In breve, gli assediati sono allo stremo, non ce la fanno pi; allora il furbo contadino Gagliaudo si presenta al capitano della citt e gli chiede di far rastrellare tutto il grano possibile e farlo mangiare a Rosina. C' da immaginarsi quanto si sar fatta pregare la povera bestia, dopo mesi di stenti. Ci fatto, la mucca viene portata da Gagliaudo a pascolare fuoriporta; e in men che non si dica il villano e la bestia sono catturati e tradotti al cospetto dell'imperatore. Ma, squartata la bestia, sorpresa!: dal suo pancione vien fuori, come dal ventre di cartapesta del Re Carnevale, tutta quella grazia di Dio, palate e palate di grano. Leviamo le tende, commenta Federico sconsolato, una citt che in pieno inverno mantiene le sue mucche a grano non la prender mai. Strano che nessuno notasse il contrasto fra quel pancione pieno e l'aria smagrita che Rosina - dopo tanto digiuno precedente la sua grande abbuffata - doveva avere. Ma, si sa, la leggenda...
Ma pi della dieta della mucca Rosina, a preoccupare Federico era il fatto che, mentre egli perdeva tempo nell'inutile assedio, i collegati si andassero riunendo, sia pur non senza incertezze e ambiguit (ad esempio i soliti cremonesi cercavano di guadagnar tempo). Fra gli imperiali, i pareri erano discordi: era il caso di correre il rischio di un confronto in campo aperto con forze che si sapevano di parecchio superiori? Federico, che non aveva intenzione di commettere imprudenze, sped Cristiano di Magonza con un modesto contingente verso Bologna e la Romagna, in modo da stornare parte delle forze della lega: ma questo espediente ridusse ulteriormente le stesse forze a sua disposizione.
Dopo un inverno d'inutile assedio e di non meno inutili stratagemmi, Federico tolse l'assedio ad Alessandria: anche perch aveva saputo che due contingenti nemici guidati da Ezzelino da Romano e da Anselmo da Dovara e forti di parecchie migliaia di uomini si andavano avvicinando. Era il 12 aprile, Sabato Santo.
Fu, quella notte, una strana veglia di Pasqua. I campi di Marengo, poco fuori di Alessandria, videro Federico circondato dagli eserciti della lega che, tuttavia, non os attaccarlo. Forse l'imminente festa della Resurrezione consigli di non turbare con un evento sanguinoso la gioia d'un giorno sacro; forse - come fu detto - il timore di Federico, ma soprattutto la reverenza per il nomen imperii mai, nonostante tutto, rinnegato dai lombardi, arrestarono il loro slancio. Tortona si arrese all'imperatore, anzi - per gelosia nei confronti di Alessandria - pass dalla sua parte. Pochi giorni dopo, i due eserciti si trovavano ancora di fronte in un'altra piana adatta alla prova delle armi, tra Voghera e Casteggio.  evidente che Federico si stava dirigendo su Pavia, dove si sarebbe forse attestato; ed  altrettanto evidente che i collegati non avevano alcuna intenzione di farcelo arrivare. Tuttavia essi, pur disponendo della netta superiorit numerica, esitavano a loro volta ad attaccar battaglia. Si giunse cos - grazie anche alla mediazione dei consoli di Cremona, ansiosi forse di farsi perdonare dall'imperatore il voltafaccia del 1167 ma restii a rompere con la lega - alla "pace" che, dal luogo nel quale fu siglata, fu detta di Montebello. Le trattative furono condotte da una commissione di tre membri per ciascuna parte, con l'accordo che eventuali divergenze sarebbero state composte dai consoli di Cremona, i quali in questo modo sottolineavano ulteriormente la loro neutralit concettuale. Per l'imperatore due dei tre plenipotenziari erano italiani (uno torinese e uno di Pavia); per la lega essi erano Ezzelino da Romano, Anselmo da Dovara e il giudice milanese Gerardo Pesta. Anche i messi papali furono invitati ai lavori, ma pare che il loro contributo non riuscisse fattivo. La lega chiedeva, fra l'altro: che lo scisma avesse termine; che l'imperatore si accontentasse di quelle prestazioni che le citt avevano reso all'impero prima di lui, e sulle quali tuttavia ci si riservava di trattare a parte; che ciascuna citt potesse liberamente eleggere i suoi consoli; che la lega stessa fosse riconosciuta. I collegati si dichiaravano disposti a pagare all'impero certe tasse ma volevano da esso il diritto a disporre dei regalia. L'arbitrato dei consoli di Cremona manteneva sostanzialmente queste richieste introducendo per due modifiche: primo, non si parlava pi di fine dello scisma: secondo, Alessandria avrebbe dovuto essere distrutta, fatti beninteso salvi vita e beni degli abitanti. L'imperatore era disposto a cedere su molti punti anche essenziali con le citt, ma - non essendo riuscito a staccarle da Alessandro - non mollava sulla questione ecclesiastica e su tutto quel che poteva recar pregiudizio al prestigio dell'impero. E l'esistenza stessa di Alessandria era per lui un intollerabile affronto.
D'altro canto, l'alleanza col papa e il mantenimento di Alessandria erano proprio i due punti moralmente qualificanti della lega. Essa contest quindi l'arbitrato dei consoli di Cremona e abbandon le trattative; l'imperatore, da parte sua, si asserragli in Pavia con le poche forze rimastegli e prese a tempestare di messi la Germania affinch gli giungessero aiuti; concedeva intanto vari privilegi a Como, chiave dei passi alpini verso la piana del Reno, inviava ordini in Toscana e apriva trattative con re Guglielmo secondo di Sicilia - che, irritato per il suo fallito matrimonio con una principessa greca, aveva stretto con Venezia un accordo in funzione antibizantina - per dargli in sposa la figlia Sofia: matrimonio che papa Alessandro riusc a impedire, e difatti il monarca normanno di Sicilia spos Giovanna, figlia di Enrico secondo d'Inghilterra.
Pass un altro inverno: com'era d'uso, quella non era stagione di guerra. Ma Federico era in ansia perch conosceva bene la situazione generale e sapeva fino a che punto era debole. In tali frangenti, c'era soltanto un uomo al quale egli poteva ormai rivolgersi per aiuto.
Proprio in quell'inverno fra 1175 e 1176 Enrico duca di Sassonia e di Baviera doveva gi avere fra le mani, e sfogliarlo con grande ammirazione, il Vangelo miniato che aveva commissionato tre anni prima al monaco benedettino Herimann dell'abbazia di Helmarshausen. Nel 1983 il preziosissimo codice, dagli ori e dai colori ancor tanto freschi da sembrar usciti da poco dallo scriptorium dove passava le sue giornate di lavoro il bravo e paziente Herimann,  stato venduto a un'asta della Sotheby's di Londra per oltre otto milioni di sterline: a questo prezzo, il governo della Bassa Sassonia ha potuto assicurarselo.
Quel codice splendido rappresenta molto bene le ambizioni di Enrico il Leone, allora nel pieno vigore degli anni e all'apice della sua potenza. Egli amava i libri, e anche attraverso di essi gli piaceva organizzare un'abile propaganda. Gi attorno al 1170 aveva affidato al prete bavarese Corrado, chierico di quella Ratisbona ch'era uno dei grandi centri della cultura del tempo, l'incarico di celebrare le gesta della cavalleria cristiana con un Rolandslied, versione tedesca a rime accoppiate della Chanson de Roland; e Corrado si era servito a questo fine di un originale francese della Chanson che gli era forse pervenuto attraverso la stessa duchessa Matilde, che alla corte del Plantageneto Enrico secondo non aveva difficolt a procurarsi pregevoli esemplari librari. Pochi anni dopo, un anonimo discepolo di Corrado si sarebbe ispirato a Enrico il Leone e alla sua crociata del 1172 per narrare le glorie dei cavalieri sassoni e le meraviglie d'Oriente in un altro poema, il Reinfried von Braunschweig.
Tuttavia, nonostante la sua politica fastosa e indipendente - e le sue scoperte ambizioni regali - il duca non poteva negare un colloquio all'imperatore. I due cugini s'incontrarono nel gennaio del 1176 a Chiavenna, la cittadina poche miglia distante da Como sulla via fra Germania e Italia: essa apparteneva da una ventina d'anni al ducato svevo. La tradizione ha circonfuso di colori drammatici l'incontro: Federico sarebbe giunto a inginocchiarsi dinanzi al superbo duca, implorandone l'aiuto. Ma alla proposta di questi - il suo soccorso in cambio della contesa Goslar - il Barbarossa si sarebbe irrigidito nel rifiuto.  costante, nella vita dello Svevo, questa fedelt a principi dinanzi ai quali l'autorit imperiale non pu venir meno: la sua flessibilit che in pi occasioni non  arretrata neppure dinanzi all'opportunismo, s'arresta sempre davanti a questa barriera. A Montebello, sarebbe bastato forse che egli avesse accettato il principio che Alessandria poteva continuare a vivere; e ora, lo stesso accadde per la cessione di Goslar. Ma, al di l del sentire altissimo di s e della corona imperiale, in lu era anche il senso politico a parlare. A Montebello aveva compreso che, se avesse accettato la clausola su Alessandria, il suo prestigio in Italia sarebbe definitivamente crollato; ora, a Chiavenna, si rendeva conto che se avesse ceduto su Goslar il potere e il successo del cugino in Germania non avrebbero pi avuto limiti.
Respinti gli aiuti del Leone, non gli restava che contare su quel che in Germania poteva esser raccolto dall'imperatrice e dai vassalli fedeli e stringere i rapporti con gli alleati italiani. Anche la lega si andava preparando, e in quello stesso gennaio, a Piacenza, i rettori rinnovavano il giuramento.
Le nevi si sciolgono, in primavera; si pu di nuovo marciare sui passi alpini. L'erba cresce e i cavalli si rinvigoriscono dopo il lungo torpore invernale. Arriva maggio e il cavaliere balza in sella, come nelle sculture romaniche.
A maggio erano gi arrivati i rinforzi tedeschi, guidati dal cancelliere dell'impero Filippo arcivescovo di Colonia. Non erano granch: forse, con loro e con gli italiani che gli erano fedeli, Federico raggiungeva i 4000 cavalieri. Oltre all'arcivescovo di Colonia, li guidavano quello di Magdeburgo, il landgravio di Turingia, il duca di Zhringen, il conte di Fiandra e altri nobili e grandi signori. Giunsero attraverso il passo di Lucomagno, per la via di Bellinzona, e si acquartierarono con l'imperatore a Como. Da l, si mossero poi per raggiungere le truppe del marchese di Monferrato e di Pavia, che si erano concentrate attorno a quella citt e si stavano adesso dirigendo verso nord.
Gli armati della lega - i fanti milanesi con il Carroccio e poi i cavalieri di Milano, Vercelli, Novara, Lodi, Brescia, e delle citt venete - erano attestati a met strada circa fra Como e Milano, forse in localit San Martino presso Legnano, in modo da controllare sia la strada proveniente da nord, sia il passo sul fiume Olona.
 dubbio che una delle due parti cercasse la battaglia. Federico sapeva bene di essere in condizione d'inferiorit numerica e anche tattica, visto che il nemico era in posizione favorevole; gli premeva piuttosto raggiungere i suoi alleati. Quanto alla gente della lega, il loro stesso attestarsi  indice di una precisa volont difensiva. Del resto, i collegati avevano un esercito in cui abbondavano i fanti, che nell'arte militare e nella mentalit del tempo erano utili nelle difese di castelli e citt, non per negli scontri campali. Si trattava di truppe levate dalle citt, quartiere per quartiere, e che - armate di lancia e scudo - avevano il ruolo di sistemarsi in quadrato attorno al Carroccio e far siepe contro gli attacchi della cavalleria, permettendo cos ai loro cavalieri di riorganizzarsi dopo il primo scontro.
Si  molto fantasticato, sulla battaglia di Legnano: e gi a partire dal cronista trecentesco Galvano Fiamma. Si  parlato di "Compagnie della Morte" legate a sacri giuramenti, di segni, di prodigi. Notizie incontrollabili, che per  possibile provenissero da una tradizione orale nata gi all'indomani della battaglia, in un'atmosfera imbevuta di echi eroici.
La realt  meno romantica, ma ha i suoi colori. Il 29 maggio 1176, fra Ticino e Olona, sulla strada di Pavia, i cavalieri dell'avanguardia dei due eserciti s'incontrarono e gli imperiali, per quanto assolutamente inferiori di numero - trecento contro settecento, a quel che pare - sbaragliarono i nemici e li volsero in fuga. Era vera fuga, per, o stratagemma? Sta di fatto che nello scontro intervenne Federico con tutta la sua cavalleria. La corsa all'inseguimento dei fuggiaschi si arrest, tuttavia, dinanzi alla folta siepe di lance dei fanti: i cavalieri della lega ebbero cos modo di contrattaccare, soccorsi tempestivamente da rinforzi che, giunti proprio allora, urtarono le file nemiche di fianco provocandone lo scompiglio. La lega era senza dubbio pi forte di Federico: le forze a cavallo pi o meno si bilanciavano, ma i comuni lombardi potevano contare anche su qualcosa come forse 4000 fanti. Fu la resistenza della fanteria e il nuovo attacco della cavalleria lombarda a scardinare la compagine imperiale. Lo stesso Federico, che combatteva al centro della mischia, a fianco del suo vessillo, scomparve inghiottito dai flutti della battaglia e fu dato per morto. A questo punto, le truppe imperiali si dettero alla fuga disordinata: molti furono uccisi o annegarono nelle acque del Ticino; e soltanto qualcuno riusc a mettersi in salvo entro le mura di Pavia recando l'incredibile notizia: Federico, il signore del mondo, non  pi, giace nella piana fra Olona e Ticino; tutto  perduto. Molti furono i prigionieri, qualcuno anche di altissimo rango: opulento il bottino, gloria del quale - come trionfanti scrivevano i milanesi agli alleati bolognesi - lo scudo, il vessillo, la croce e la lancia dell'imperatore. Venerabili cimeli, sacri nella mentalit del tempo al pari di reliquie: ma, in quel momento, anche splendidi trofei di guerra, superbi pegni di vittoria. Quella "lancia dell'imperatore" non era tuttavia la reliquia della Lancia di san Maurizio, una delle pi prestigiose dell'impero, che i sovrani romano-germanici recavano talvolta in battaglia.
Federico si era nascosto con pochi compagni, celandosi ai vincitori. Ancora una volta eccolo quasi solo, braccato, forse travestito. Quando giunse a Pavia per strade traverse e fuorimano, l'imperatrice aveva gi indossato l'abito a lutto.
Era vinto, stanco, senza pi armata. Ma era vivo. E bast che questa notizia si spargesse, per togliere alla lega una parte dei frutti della vittoria. La sconfitta cedeva il passo all'offesa: i ribelli che avevano osato atterrare lui - l'Unto, il Cristo del Signore, il Prescelto, la Legge incarnata sulla terra - si erano resi rei di lesa maest. Federico voleva vendetta: e, al suo solito, la chiamava giustizia. E il diritto romano gli dava ragione.
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13. "IN VIRGA FERREA".
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Nel 1175, le trattative di Montebello erano andate a monte anche perch i comuni non avevano accettato la proposta dell'imperatore tesa a staccarli dall'alleanza col papa. Ora, per, Federico si rendeva conto che non sarebbe stato impossibile - a differenza di quanto era accaduto nel 1170 durante i negoziati di Veroli - ottenere il contrario, cio che fosse il papa ad abbandonare i comuni.
Ve n'erano i presupposti: Alessandro, per quanto in condizioni di netto vantaggio, desiderava chiudere al pi presto lo scisma e sapeva che ci non sarebbe stato possibile se non fosse giunto a un accordo con il sovrano. Inoltre, fra i componenti della lega cominciavano a serpeggiare tensioni e risentimenti che ne facevano facilmente presagire una prossima crisi.(63) Ancora, le prospettive d'una lega antimperiale a tre fra papa, comuni e re di Sicilia andavano sfumando. Infine, non si poteva evidentemente pi contare sull'appoggio del basileus Manuele, che il 17 settembre era stato clamorosamente sconfitto fra le montagne frigie, presso Myriokephalon (sulle sponde settentrionali del lago Egridir, non lontano dall'attuale Akshehir in Turchia), dalle truppe di Kilidji Arslan sultano selgiuchide di Iconio. Federico aveva puntato da tempo sull'alleanza col potente signore musulmano d'Anatolia, incoraggiandolo a resistere contro i bizantini: e ora coglieva i frutti della sua politica vicinorientale, che bilanciava l'influenza greca nei Balcani e nell'Italia adriatica. Si pu dire che Myriokephalon ripagasse il Barbarossa sia dello smacco del 1173 dinanzi ad Ancona, sia del rovescio di Legnano.
La notizia della sconfitta del basileus raggiunse rapidamente l'Europa occidentale, con grande soddisfazione del Barbarossa e dei veneziani. E difatti verso la fine d'ottobre una solenne ambasceria tedesca della quale facevano parte Cristiano di Magonza e Wichmann arcivescovo di Magdeburgo si presentava ad Anagni, dove allora risiedeva il papa, per avviare trattative. Pare che il pontefice e i cardinali che lo attorniavano sollevassero immediatamente la pregiudiziale della necessit che messi dei comuni lombardi, del re di Sicilia e dell'imperatore di Costantinopoli assistessero ai lavori: ma, dinanzi all'insistenza dei tedeschi, cedettero ben presto e di buon grado pur riservandosi il diritto di tenere gli alleati al corrente della situazione. Altre preoccupazioni consigliavano al papa - ormai stanco e alle soglie della vecchiaia - la prudenza nei confronti dell'imperatore. Francia e Inghilterra erano di nuovo in guerra, e dalla Terrasanta non giungevano notizie rassicuranti. Intanto, il Sud della Francia, la pianura padana, la Toscana, si andavano riempiendo di nuovi predicatori eretici: sembravano propagandare, al solito, il ritorno della Chiesa alla purezza delle origini, ma fra loro vagavano austeri prophetae nerovestiti, ascetici, rigorosamente vegetariani, che provenivano dalla penisola balcanica e diffondevano un credo nuovo, basato sulla coesistenza di due principi divini, uno buono e uno malvagio, uno della luce e uno delle tenebre. Erano i catari, che fino ai primi decenni del Duecento avrebbero costituito quasi una Chiesa alternativa, un'antichiesa, e a debellare i quali sarebbe stata necessaria una crociata. E gli eretici attecchivano anche nelle citt della lega: nella stessa Milano. In queste condizioni, Alessandro si rendeva conto che la normalizzazione dei rapporti con l'impero era necessaria. Del resto, la stanchezza dello scisma serpeggiava presso il papa non meno che in Germania. Verso il 1171, un anonimo autore d'ambiente romano, componendo il trattato De vera pace contra schisma sedis apostolicae, si era rivolto al papa per ricordargli solennemente che, nonostante il suo altissimo ruolo, egli era pur sempre membro della Chiesa, e come tale corresponsabile delle sue tristi vicende. Alessandro si rendeva conto che era giunto il tempo della pace.
Gli accordi preliminari di Anagni rinviavano il definitivo trattato di pace a una prossima solenne occasione. Intanto, Federico s'impegnava a riconoscere Alessandro terzo come unico legittimo papa, rinnegando il giuramento di Wrzburg di undici anni prima; inoltre, avrebbe restituito al legittimo pontefice tutti i regalia e i possessi del cosiddetto Patrimonio di San Pietro che la Chiesa deteneva dai tempi di Innocenzo secondo, nonch la prefettura di Roma (il che significava la rinunzia da parte imperiale al governo diretto della citt). L'imperatore s'impegnava a restituire al papa anche i beni matildini, restaurando la situazione, in quello stesso campo, qual essa era al tempo del suo predecessore Corrado. Egli assicurava altres - ed era una clausola che il pontefice aveva insistito affinch fosse inserita nel "pacchetto" delle trattative - che avrebbe al pi presto fatto pace anche con i comuni padani, con il re di Sicilia e con l'imperatore di Costantinopoli. Quanto alla situazione della Chiesa, Federico era intenzionato a restaurare ai loro posti - o a insediare in posizione da contrattarsi - i prelati fedeli ad Alessandro, ma non era beninteso disposto ad abbandonare al loro destino quanti avevano fino all'ultimo, per fedelt nei suoi confronti, appoggiato - e magari controvoglia - il papa imperiale. Si stabil pertanto che a colui che fino ad allora gli imperiali avevano riconosciuto pontefice con il nome di Callisto fosse assegnata un'abbazia; i suoi cardinali avrebbero conservato la porpora; il cancelliere Cristiano avrebbe naturalmente mantenuto la cattedra archiepiscopale di Magonza, ma Corrado di Wittelsbach - che l'aveva perduta per restar fedele ad Alessandro - si sarebbe in cambio visto aggiudicare il primo vescovato tedesco disponibile. Alessandro, dal canto suo, s'impegnava a incoronare Beatrice (che nel 1167 aveva ricevuto la corona dall'antipapa) ed Enrico di Svevia, e a convocare al pi presto un nuovo concilio. Si convenne anche di ratificare solennemente la pace cos delineata in un futuro convegno, da tenersi a Ravenna o a Venezia. Ma una clausola segreta dell'accordo stabiliva che, se l'imperatore non fosse riuscito a intendersi con la lega, papa e imperatore avrebbero unilateralmente deciso tutte le questioni ancora pendenti mediante la nomina di un collegio arbitrale.
Mentre Alessandro terzo procedeva nella sua tattica di sganciamento - sia pur condizionato - nei confronti dei comuni della lega, Federico lavorava alla frammentazione della sua del resto non pi solida compagine stipulando, nel dicembre, accordi separati con Cremona e con Tortona. Sembra che molte citt non attendessero altro: specie i centri minori, evidentemente stanchi dell'egemonia che quelli maggiori - e soprattutto Milano - esercitavano sulla lega, si affrettavano ora a riallacciare i rapporti con l'imperatore. Ma anche alcune grandi protagoniste (Genova, Torino, Pavia) facevano lo stesso, mentre i vecchi alleati come il conte di Biandrate tornavano volentieri tra le braccia del Cesare svevo. Federico gettava instancabilmente i suoi ami: verso la costa tirrenica e il Piemonte e, dall'altra parte, verso i centri emiliano-romagnoli.
Legnano, insomma, rischiava di venir vanificata. L'accordo fra la lega e il pontefice, vincente sul piano politico e militare, si mostrava aggirabile su quello diplomatico perch poggiava su un equivoco: tanto la prima quanto il secondo combattevano per la "libert", ma la libertas comunale (cio il mantenimento delle autonomie e dei privilegi garantiti dalla consuetudine) non era per niente la libertas Ecclesiae (che s'identificava nell'indipendenza del sacerdotium rispetto al regnum, anzi nel prevalere di quello su questo). Tuttavia anche l'alleanza dei comuni della lega fra loro poggiava su una base d'argilla: lacerate da interne lotte per il potere, le varie citt componenti la Societas Lambardiae avevano interessi fra loro contrastanti; solo il comune nemico le aveva tenute unite. Se avevano vinto la guerra, rischiavano ora di perdere la pace: l'abbozzo di convivenza a base federalistica nato fra il 1167-68 e il 1174 sul presupposto della lotta contro il Barbarossa, ora che essa veniva meno, si squagliava come la brina della pianura padana sotto i raggi del primo sole. Il fatto che certe citt appartenenti alla Societas avessero accettato la pace separata era molto significativo: evidentemente ciascuna stava ormai riprendendo a pensare a se stessa. L'imperatore sapeva bene tutto ci, e lavorava sottilmente, continuamente, per allargare le crepe nella compagine avversaria.  ovvio che avesse cura di far circolare per le citt lombarde alquanti particolari sugli accordi di Anagni: era suo interesse che i comuni prendessero atto di come il papa ricambiava la loro fedelt dei giorni di Montebello.
S'inscrive in questa manovra la proposta che egli lanci alla fine del gennaio 1177: un nuovo concilio che decidesse fra Alessandro terzo e Callisto terzo. I patti di Anagni non lo avevano del tutto soddisfatto, ed ecco che tentava ora da un lato d'intimidire Alessandro, dall'altro di approfondire il dissenso fra lui e i comuni lombardi. Ma l'idea fu abbandonata perch i consiglieri imperiali e gli stessi ecclesiastici pi vicini al trono - a cominciare dal cancelliere Cristiano di Magonza e dal patriarca d'Aquileia Ulrico - si opposero all'ulteriore rinvio di un accordo col papa che avrebbe permesso, fra l'altro, il consolidamento dell'autorit dell'impero in Italia per via diplomatica anzich militare.
Non c'era quindi altra via che giungere al pi presto a una pace definitiva col papa. Ma le trattative si annunziavano difficili nella scelta della citt nella quale incontrarsi. Federico e i suoi proponevano l'amica Ravenna: ma, proprio in quanto essa era filoimperiale, la controparte la rifiutava. In un primo tempo pare che l'imperatore accettasse come controproposta Bologna, e fu su questa base che Alessandro s'imbarc per Venezia su una nave messagli a disposizione dal re di Sicilia. Da Venezia egli avrebbe potuto, sempre per via d'acqua, raggiungere Bologna. Ma a Venezia gli ambasciatori imperiali lo informarono che il loro signore si rifiutava di incontrarlo a Bologna, citt che gli era tradizionalmente ostile: rilanciava la proposta di Ravenna e in alternativa indicava come possibili luoghi dell'incontro o Pavia o la stessa Venezia.
Il papa volle allora consultarsi con i lombardi: si trasfer a Ferrara e l ne ricevette la delegazione e beninteso dovette subirne le rimostranze per come egli aveva condotto - senza tener conto di loro - le trattative di Anagni. Giunsero poi a Ferrara anche gli ambasciatori imperiali e dopo laboriose trattative si stabil che l'incontro fra i due luminaria del mondo latino sarebbe avvenuto a Venezia, nonostante l'insoddisfazione dei rappresentanti della lega, che dal tempo dell'assedio di Ancona non si fidavano pi della citt di San Marco. Alessandro torn in quella citt per fermarvisi aspettando l'imperatore, mentre questi a sua volta vi si avvicinava con molte esitazioni. Dopo essersi stabilito a Ravenna per buona parte del mese di maggio, nel giugno si spostava all'abbazia di Pomposa e poi nel luglio a Cesena.
 calda l'estate, sul delta del Po. Passata la "Pasqua di Rose" - la Pentecoste - nell'ombrosa quiete dei chiostri pomposiani, Federico indugiava ancora: era evidente che non intendeva stipulare col papa un accordo che coinvolgesse anche i comuni lombardi, e difatti provocava la lega con minacce e con pretese che tendevano a respingere la situazione all'indietro, ai tempi di Roncaglia. Ma Alessandro mangi la foglia e tagli corto: anche a lui interessava far pace con il sovrano e rientrare, con il suo appoggio, in Roma; propose dunque che tanto il re di Sicilia quanto i comuni accettassero per il momento una tregua con l'impero, rinviando a pi tardi i problemi pi complessi. Il delegato siculo-normanno, ch'era poi il cronista Romualdo arcivescovo di Salerno, accett: i comuni della lega, vistisi di nuovo isolati, non poterono opporre alcuna resistenza. Federico fece cadere la cosa dall'alto e per accettare chiese segretamente al papa che almeno si rivedesse la questione dei beni matildini. Era forse una nuova manovra diversiva tesa a saggiare se Alessandro era davvero deciso a stipulare la pace. E naturalmente era un'altra mossa personale, non  chiaro se all'insaputa o contro il parere del cancelliere Cristiano.
L'imperatore salp quindi da Ravenna e si stabil verso il 20 luglio a Chioggia, a un passo dalla sede scelta per il convegno. Eppure, era ancora riluttante a stipulare una pace che - se non altro perch lo avrebbe sollevato dalla scomunica, fatto che richiedeva una cerimonia umiliante per lui - lo avrebbe trovato in obiettive condizioni d'inferiorit. Sembra che addirittura giocasse all'ultimo istante una nuova carta intimidatoria, quella della sollevazione della fazione popolana di Venezia che avrebbe forzato la mano al doge Sebastiano Ziani e avrebbe dovuto impaurire il papa. Ma il fermo contegno di Alessandro e l'appoggio che la delegazione siculo-normanna gli forn presso il doge fecero fallire anche questa macchinazione, del resto disapprovata con fermezza dal cancelliere imperiale, che regolarmente si trovava scavalcato e costretto a fronteggiare i colpi di testa diplomatici - non sempre felici, come si  or ora visto nel caso della proposta di un nuovo concilio - del suo signore.
Fallite tutte le manovre diversive, l'imperatore si adatt quindi a stipulare a Chioggia, il 21 luglio, una tregua di quindici anni con Guglielmo secondo - che riconosceva finalmente quale re di Sicilia - e una di sei con i comuni lombardi. Fra quel giorno e il seguente si stese anche l'atto di pace fra papa e imperatore, che avrebbe dovuto essere ratificato a Venezia, e che sostanzialmente riprendeva il trattato di Anagni. In sintesi, Federico accettava di riconoscere Alessandro come vero papa, e veniva in cambio assolto dalla scomunica; a Callisto terzo, ovviamente deposto, sarebbe stato riconosciuto il diritto a governare un'abbazia; i vescovi ex scismatici, tanto in Italia quanto in Germania, avrebbero ricevuto un trattamento adeguato caso per caso e gran parte di loro sarebbe rimasta in carica previo riconoscimento dell'errore commesso. Infine, si annunziava un futuro concilio ecumenico nel quale la vita della Chiesa sarebbe stata regolarizzata.
Il 24 luglio, vigilia della festa dell'apostolo Giacomo, Federico sbarcava alla chiesa di San Niccol del Lido, dove tre cardinali procedevano a liberarlo ritualmente e solennemente dalla scomunica; indi, accompagnato dal doge, giungeva a San Marco dove, nell'atrio della basilica, lo attendeva papa Alessandro. La cerimonia che avvenne allora doveva restare a lungo impressa nella memoria storica dell'Occidente. I due vecchi antagonisti erano entrambi commossi fino alle lacrime. L'imperatore si prostern, e l'anziano pontefice fu sollecitato a sollevarlo e ad abbracciarlo, dandogli il bacio della pace mentre attorno a loro s'innalzava trionfale il canto del Te Deum. Sembravano lontanissimi i tempi di Wrzburg, quando Federico aveva giurato che mai per tutta la vita avrebbe riconosciuto Rolando quale capo spirituale legittimo della Cristianit. L'aneddotica successiva si  sbizzarrita sull'incontro: Federico avrebbe mormorato, prosternandosi, Non tibi, sed Petro: "Non  dinanzi a te che m'inginocchio, ma dinanzi al Principe degli Apostoli", e il papa avrebbe replicato Et ego sum Petrus: "Ma io sono appunto Pietro". Tradizioni insicure, che forse falsano la sostanza dello spirito dell'incontro senza nulla aggiungervi di valido. Quel che semmai ci piacerebbe sapere,  piuttosto l'impressione che Federico ricevette di Venezia. Colui che da giovane aveva ammirato lo splendore di Costantinopoli, ma che ormai da trent'anni si moveva tra le citt e i castelli d'Italia e di Germania, forse comprese allora che cosa potesse rappresentare la forza della politica, del commercio e della diplomazia delle citt italiane rispetto al suo mondo ancora arretrato e arcigno. Venezia, certo, non era ancora la fastosa citt di marmi e di bronzi dorati che sarebbe divenuta dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204, quando si sarebbe abbellita delle spoglie della Nuova Roma. Il cronista Goffredo da Viterbo dice che l'imperatore era tuttavia rimasto impressionato dai veneziani - gli aristocratici che attorniavano il doge, ma anche i mercanti, gli armatori, forse gli stessi popolani negli abiti di festa -, tanta era la sontuosit delle loro vesti e l'eleganza del loro portamento. Venezia era la porta dell'Oriente: ed era all'Oriente che Federico - ora che la tregua con il re di Sicilia gli consentiva di tornare a pensare a una politica mediterranea, sia pure su basi diverse da quelle che presupponevano la conquista dell'isola - tornava a guardare.(64)
Il 25, festa dell'apostolo venerato a Compostela, il papa celebrava solennemente la pace con una messa e un lungo sermone in latino, che Federico si fece puntualmente tradurre. Alla fine della cerimonia, il pontefice trattenne a malapena l'imperatore che ad ogni costo voleva prestargli l'ufficio della staffa. Ventidue anni prima, il rifiuto di compiere questo gesto aveva portato papato e impero sull'orlo della rottura: ma ormai lo Svevo era cambiato. E, soprattutto, erano cambiati i tempi.
Con la sua splendida abilit a far buon viso a cattivo gioco, con la sua intelligenza prontissima che - se talvolta lo conduceva a far qualche passo falso - gli consentiva sempre di rimediare all'imprudenza e spesso alla superficialit di certe sue scelte con una duttile e pronta adesione alla realt delle cose, Federico a Venezia seppe utilizzare a fondo il suo fascino e il prestigio della sua corona. Il 1 agosto, ratificando solennemente la pace col papa e la tregua col re di Sicilia e con i comuni, pronunziava in tedesco un'allocuzione abilissima che traduceva nei termini della regalit sacra il concetto cristiano dell'umilt quale via regia verso l'esaltazione: anche colui che  rivestito del potere e della gloria dell'impero di Roma pu errare, per ignoranza, che neppure la dignit imperiale preserva dalla debolezza della condizione umana; eppure, ci non toglie che tale dignit permanga intangibile, al di sopra delle contingenze. C' da chiedersi quali reazioni avr destato un discorso del genere nel cancelliere Cristiano che lo traduceva in latino, e che da mesi si era dato da fare in ogni modo per impedire che la diplomazia approssimativa dello Svevo mandasse all'aria le prospettive di pace mentre veniva adesso a sapere dalla viva voce del suo signore che questi, se mai aveva commesso qualche passo falso, lo aveva fatto per ignoranza, il che vuol dire mal consigliato!
Eppure, i suoi "cattivi consiglieri" lo avevano servito molto bene, ed egli lo sapeva. Il pur irruente e orgoglioso Cristiano di Magonza, che non era stato in passato esente da errori nel condurre le trattative con i comuni, aveva costantemente lavorato - dall'indomani di Legnano in poi - a convincerlo che bisognava assolutamente battere l'alleanza tra papa e comuni lombardi, e che l'unico modo per farlo consisteva nel rappacificarsi senza possibilit di ritardi o di equivoci - costasse quel che costasse - con il pontefice. Giocava in ci anche la preoccupazione dell'ecclesiastico che non intendeva rischiar di perdere l'opulenta cattedra archiepiscopale di Magonza? Forse. Ma, senza dubbio, la linea da lui proposta era quella vincente: e il malumore del Barbarossa, i suoi tentati colpi di testa tra il gennaio e il luglio del 1177, sono la prova migliore del fatto che il sovrano sapeva benissimo che il suo cancelliere aveva ragione, ma che l'orgoglio gli impediva di aderire a una scelta che avrebbe comportato l'umiliazione di dover rinnegare una linea politica assunta con decisione fino dai tempi di Rainaldo di Dassel.
Romualdo di Salerno, riferendoci il testo dell'allocuzione da lui tenuta il 1 agosto quale plenipotenziario del re di Sicilia, ci offre una chiave interpretativa ulteriore. Il suo re non aveva mai inteso combattere contro un sovrano che era suo fratello in Cristo e che anzi, come imperatore, era il difensore pi prestigioso della Chiesa. Missione dei re cristiani  non il combattersi fra loro, bens il guerreggiare contro gli infedeli: e anche contro quei falsi cristiani che appoggiano gli infedeli, come faceva il basileus Manuele tanto in Anatolia quanto in Africa settentrionale, dove la diplomazia bizantina brigava in ogni modo per impedire al re siciliano di acquistare un'egemonia di fatto sui potentati musulmani. Era un discorso abile, che teneva conto del fatto che Alessandro terzo aveva pi volte manifestato il desiderio di organizzare una nuova crociata e che i veneziani odiavano il basileus Manuele dopo che questi li aveva cacciati, nel 1171, dal suo impero. L'intesa a quattro fra imperatore, papa, re di Sicilia e Venezia isolava ulteriormente la Lega lombarda e cancellava il paziente lavoro bizantino di penetrazione in Italia, mentre riproponeva lo scacchiere orientale - e non solo quello musulmano - come teatro della futura espansione latina. Nella pace di Venezia si delineano gi, in embrione, le condizioni spirituali e politiche che avrebbero presieduto alla terza e alla quarta crociata.
Federico si trattenne a Venezia fin oltre la met di settembre: e furono settimane di intensi rapporti diplomatici, dei quali ci resta puntuale traccia nella documentazione della cancelleria imperiale. Infine part per una lunga ricognizione attraverso i due regni d'Italia e di Borgogna, che lo avrebbe impegnato per un anno intero: sarebbe passato, quasi dappertutto trionfalmente accolto, attraverso la Romagna, le Marche, l'Umbria, la Toscana nei confini della quale avrebbe dimorato l'intero gennaio 1178, per visitare poi Genova, sostare fra il marzo e il maggio a Pavia, attraversare le terre del marchese di Monferrato e il Piemonte, e di l recarsi in Borgogna dove il 30 luglio, nell'antica e venerabile citt romana di Arles - sacra alle memorie epiche delle chansons e capitale del regno borgognone - ne avrebbe nuovamente cinto la corona.
Beninteso, questo che potrebbe sembrare un giro trionfale, aveva al contrario una precisa funzione politica. L'imperatore sapeva bene che, come sempre soleva accadere, la lunga ancorch necessaria assenza dai confini della Germania - e dal regno tedesco mancava ormai dall'estate del 1174 - gli sarebbe stata fatta pagare in termini politici molto pesanti: e, apprestandosi a rientrarvi, intendeva riaffermare la sua piena autorit in Italia e Borgogna in modo da guardarsi definitivamente le spalle, poich sapeva che una sua prossima discesa in quei paesi non avrebbe potuto essere troppo ravvicinata nel tempo. Non era certo un caso che alla fine del settembre 1177, cio poco dopo la pace di Venezia, anche Luigi settimo di Francia ed Enrico secondo d'Inghilterra avessero stipulato fra loro, a Nonaincourt, una nuova pace. L'alibi era il solito, tipico del dodicesimo secolo: le difficolt attraversate dal regno di Gerusalemme e la necessit che i re cristiani d'Occidente sostenessero la Terrasanta assediata dai musulmani. In realt, non  difficile scorgere in filigrana, dietro questa pace, la preoccupazione d'una ripresa della politica ecumenica di Federico, ora che il papa sembrava passato al suo fianco: e ci  confermato dall'intensificarsi delle trattative diplomatiche franco-bizantine in quel medesimo periodo. E l'incoronazione di Arles, in questa prospettiva, suona dura ammonizione al re di Francia: non credesse che l'imperatore, immerso nelle questioni tedesche e italiane, fosse disposto a cedere un palmo del suo regno occidentale, n a considerar solo formale il suo diretto potere fino al Rodano!
Si andava frattanto perfezionando, alla luce della concordia finalmente raggiunta, il risultato principale della pace di Venezia: la liquidazione dello scisma e il reinsediamento di Alessandro terzo nella sua sede romana, ancora occupata dall'antipapa. Questa era la consegna che Federico, partendo nell'autunno 1177 da Venezia, aveva lasciato al cancelliere Cristiano. E difatti, fra l'inverno del 1177 e la primavera del 1178, l'arcivescovo di Magonza, divenuto scorta fedele del pontefice, lo accompagn fino a Roma dove - non prima per di aver giurato di mantenervi il libero comune - fu trionfalmente accolto in marzo dai senatori e dal popolo romano, in una selva di vessilli, di croci, di trombe, di rami d'olivo. Il povero Callisto terzo, che non a torto si sentiva tradito, rifiut di sottomettersi e continu, da Viterbo, a proclamarsi il solo e vero papa. Cristiano occup allora Viterbo, nonostante la resistenza dei nobili di quella citt che si appoggiavano al praefectus Urbi Giovanni di Vico e invocavano l'aiuto del gi leggendario figlio di Guglielmo di Monferrato, Corrado, offrendogli la signoria della citt. La lotta per il potere fra nobili e popolani viterbesi si aggiungeva quindi ai postumi della lotta tra il papa e l'imperatore, complicandone l'appianamento. Tutto era per inutile: Callisto lo comprese e, alla fine di agosto, si rec a Tuscolo, dove Alessandro teneva corte, per sottometterglisi e tornare cos Giovanni di Strumi. Era in fondo un sant'uomo, e non sembra generoso pensare che non avesse agito in buona fede: la sua stessa ingenua ostinazione, tutto sommato, parla il linguaggio della sincerit piuttosto che quello della cieca sete di onori. Alessandro terzo lo tratt con clemenza, ed era giusto che cos fosse.
Frattanto, il pontefice andava predisponendo l'atto finale del suo trionfo e del ritorno all'unit della Chiesa: un nuovo concilio ecumenico, che in effetti si tenne tra il gennaio e il marzo 1179 in Laterano. Erano presenti centinaia di prelati provenienti da tutta Europa e dall'Oltremare: fra gli altri c'erano il filosofo Giovanni di Salisbury ch'era stato cancelliere di Tommaso Becket, il cronista Guglielmo vescovo di Tiro, il canonista e teologo Pietro Mangiatore, il non ancor famoso scrittore Walter Map. Si regolarono i princip che sanzionavano le elezioni papali; si dette un'ultima sistemazione alle varie questioni nate dallo scisma che si stava allora chiudendo; si definirono i caratteri d'idoneit nelle funzioni dei vescovi e dei sacerdoti; si emanarono una serie di decreti relativi alla disponibilit dei beni temporali delle chiese; si presero misure contro il traffico venale delle nomine ecclesiastiche, il concubinato dei chierici, la sodomia; si proibirono l'usura e l'esportazione verso i paesi musulmani di armi e di beni che potessero servire alla guerra. Ma soprattutto si avvi la lotta contro le comunit ereticali che ormai erano fortissime, specie in zone come la Provenza e la stessa Lombardia. In particolare, il catarismo aveva trovato tanti adepti che anni prima il conte di Tolosa aveva potuto scrivere che nel suo paese le chiese erano vuote. I fedeli erano attratti non gi dalla complessa sostanza mitico-teologica del messaggio cataro - che, fedele alle sue origini manichee, postulava alla base del cosmo due principi divini, uno del Bene o della Luce e uno del Male o delle Tenebre - bens dallo stile di vita dei santoni catari, i "perfetti", e dalla loro predicazione di una nuova Chiesa semplice e povera, a somiglianza del Cristo.
Il Concilio lateranense rispose con una serie di misure rigorosissime, basate sull'equiparazione dell'eresia al crimen lesae maiestatis. Tale principio poteva d'altronde appoggiarsi al dato obiettivo secondo il quale, in quello stesso Concilio, il papato affermava per s la plenitudo potestatis, cio la supremazia in termini di auctoritas su qualunque potere temporale. Alessandro terzo portava cos a solenne compimento la linea ierocratica inaugurata oltre un secolo prima da Gregorio settimo e che sarebbe stata, circa vent'anni dopo, ripresa con estremo vigore da Innocenzo terzo.
Eppure, una volta di pi tornava la vecchia contraddizione: per quanto si dicesse signore del mondo, e avesse fondati motivi per dirsi tale e mezzi effettivi per esercitare sull'Occidente latino questa sua signoria, il pontefice aveva sempre un punto debole, la sua citt. Nel giugno il papa, che due anni prima aveva trionfato sul Barbarossa e che da pochi mesi un grande Concilio aveva acclamato dominus mundi, dovette di nuovo fuggire da Roma dove poco dopo sarebbe stato eletto, sia pure per pochi mesi, un antipapa, Land di Sezze, che assunse il nome di Innocenzo terzo (lo stesso nome che sarebbe stato poi assunto di nuovo nel 1198 da Lotario di Segni, il grande papa del quarto Concilio lateranense) e tenne la cattedra pontificia fino ai primi del 1180, quando fu relegato nel monastero di Cava.
Cristiano di Magonza cerc disperatamente, secondo gli ordini ricevuti dall'imperatore, di restaurare l'autorit pontificia entro i confini del "Patrimonio di San Pietro". Ma si trov contro il fiero e valoroso figlio del marchese di Monferrato, Corrado. Questi lo odiava perch gli rimproverava - e non a torto - di esser stato con i suoi consigli il maggior artefice della tregua del 1177 tra comuni e imperatore, una tregua che certo non favoriva gli interessi dei feudatari italiani che erano stati fino allora fedelmente schierati dalla parte di Federico. Inoltre, grazie soprattutto ai suoi rapporti con i conti Guidi, Corrado aveva notevoli interessi in Italia e nello stesso "Patrimonio di San Pietro", nel quale - come abbiamo visto - non esitava a mirare a forti poste in gioco, ad esempio la signoria della stessa Viterbo. Egli seppe porsi a capo di una lega stipulata contro Cristiano, che univa anche le citt di Firenze, Pisa, Pistoia e Lucca; e verso la fine del settembre 1179 riusc addirittura a catturare il cancelliere e a trascinarlo nell'area del Patrimonio che egli teneva sotto controllo. Mentre Cristiano languiva nelle carceri di Montefiascone, il fratello di Corrado, Bonifacio, volava a Costantinopoli per trattare il trasferimento dell'illustre prigioniero in territorio bizantino.
Il basileus, infatti, era ben lungi dal considerarsi battuto sul fronte italiano. Se papa, comuni e re di Sicilia avevano lasciato da parte il suo appoggio per riaccostarsi a Federico, era evidente che tutti gli insoddisfatti della pace del 1177 divenivano dei potenziali alleati di Manuele. E comincia da allora, di qui, la straordinaria avventura orientale dei Monferrato che li avrebbe condotti ai troni di Gerusalemme e, pi tardi, di Tessalonica. Pochi mesi dopo l'imprigionamento di Cristiano, cio nel febbraio 1180, l'ultimogenito del marchese Guglielmo, il diciottenne Ranieri, aveva sposato a Costantinopoli la principessa primogenita Maria, figlia di Manuele, che aveva circa tredici anni pi di lui. Secondo l'uso bizantino, Ranieri assunse un nuovo nome, Giovanni, e ricevette il titolo di Cesare. Oltre a questo matrimonio, nel febbraio 1180 si celebrava anche quello tra Alessio (figlio di Manuele e gi incoronato basileus) e Agnese, figlia di Luigi settimo di Francia. Le norme della successione stabilivano che, qualora il matrimonio tra Alessio e Agnese fosse rimasto sterile, la corona sarebbe passata alla primogenita Maria e alla sua discendenza. In questo modo, il giovanissimo Ranieri-Giovanni vedeva profilarsi addirittura, fra le sue possibili prospettive, il trono sul Bosforo. Un sogno di fiaba, per un cavaliere piemontese. Federico assisteva con perplessit e preoccupazione, ma da lontano, a queste vicende. Il suo impero, la Tunica inconsutile del Cristo, si strappava da tutte le parti: e di continuo, con una volont di ferro e con un'altissima coscienza della sua dignit e della sua missione, egli correva a ripararne gli strappi. Se nel 1177 aveva sia pure di malavoglia accettato di rimangiarsi lo scisma, far pace con Alessandro e tregua con i comuni seguendo il consiglio del non mai particolarmente amato Cristiano di Magonza e addirittura alienandosi con ci le simpatie di alcuni dei suoi fedeli feudatari, il fatto era che egli non pensava soltanto all'Italia e alla Chiesa. Notizie allarmanti gli giungevano dalla Germania, da dove mancava da troppo tempo e dove la politica di Enrico il Leone stava ormai scardinando le basi di quell'ordinato viver civile che il Barbarossa aveva impiegato un quarto di secolo a costruire. Egli agiva quasi da sovrano assoluto nei due ducati di Sassonia e di Baviera, impedendo con la sua azione di governo quell'integrazione fra le dimensioni territoriale e feudale del potere ch'era ormai diventato uno degli obiettivi di Federico.
L'imperatore, inoltre, non perdonava al cugino il comportamento tenuto nel 1176, durante il colloquio di Chiavenna, al quale probabilmente attribuiva - a torto o a ragione - la principale causa del pi umiliante e cocente insuccesso della sua vita: Legnano.
Federico era rientrato in Germania nell'autunno del 1178, dopo l'incoronazione ad Arles e dopo un devoto pellegrinaggio al santuario di Saint-Gilles-du-Gard. L'11 novembre, festa di San Martino, si apriva a Spira una grande dieta dell'impero durante la quale venivano presentate le querele contro Enrico da parte di alcuni nobili e soprattutto di vescovi quali Ulrico di Halberstadt e Filippo di Colonia. In effetti, il duca di Sassonia e Baviera aveva sempre aderito allo scisma imperiale, e non era certo di ci che Federico avrebbe potuto fargli carico: si era servito anche, per, dello scisma per appropriarsi di vasti domini ecclesiastici e per esercitare nelle diocesi soggette al suo potere un controllo di gran lunga pi duro di quanto l'imperatore stesso non si sarebbe mai sognato di fare.
Era stato a causa sua se, addirittura, parecchi vescovi tedeschi avevano dovuto disertare il Concilio lateranense. Era del resto naturale che gli accordi di Venezia in materia ecclesiastica danneggiassero Enrico e certi suoi sostenitori che egli aveva favorito, e che pertanto il duca non avesse intenzione alcuna di aderirvi. Ma tutto ci si configurava agevolmente, al cospetto del sovrano, come tradimento.
I fatti emersi durante la dieta di Spira dettero a Federico il pretesto per toglier di mezzo una volta per tutte un potere che aveva trasformato il regno tedesco in una sorta di diarchia e condurre a compimento l'opera, iniziata nel 1152, di eliminazione dei ducati etnici e di razionalizzazione dei legami feudali. Enrico fu condannato a due diversi livelli, e secondo due diverse procedure giudiziarie. Fra il gennaio e l'agosto del 1179, nelle successive diete di Worms, di Magdeburgo e di Kayna, lo si giudic - beninteso in contumacia, giacch egli non si degn di presentarsi - secondo il Landrecht, il diritto territoriale: erano i nobili sassoni ad accusarlo, e il processo si chiuse con il bando regio scagliato contro di lui. Successivamente, fra gennaio e aprile del 1180, lo si giudic secondo il Lehenrecht, il diritto feudale, prima nella dieta di Wrzburg e quindi in quella di Gelnhausen: e in tale istanza egli fu dichiarato fellone e ribelle al suo signore. Tutto ci comportava sia il decadimento dei suoi diritti feudali, sia la confisca dei beni allodiali: e, data la straordinaria estensione degli uni e degli altri, la condanna coincideva con una generale riorganizzazione del regno di Germania. Difatti il ducato di Sassonia fu, appunto nell'aprile del 1180, definitivamente smembrato: la parte orientale di esso pass - mantenendo il nome di Sassonia - a Bernardo terzo di Anhalt, mentre quella occidentale - che noi meglio conosciamo come Westfalia - veniva attribuita a Filippo, arcivescovo di Colonia. In giugno, durante la dieta di Ratisbona, ci si occup invece della Baviera, che venne aggiudicata a Ottone di Wittelsbach dopo averne per ritagliata la Stiria, la quale fu a sua volta elevata a ducato autonomo sotto l'autorit della casa dei conti di Andechs. Questa ridefinizione feudo-territoriale avrebbe trovato compimento nel 1182-87, allorch Federico avrebbe staccato dal ducato di Boemia (ormai avviato a divenire un regno) la Moravia, a sua volta elevata a ducato indipendente, e il principato vescovile di Praga, legandoli entrambi direttamente alla corona. Si compiva cos definitivamente la cancellazione di quanto restava degli antichi "ducati tribali" e l'organizzazione del regno di Germania secondo una rigorosa piramide feudale al vertice della quale, immediatamente al di sotto dell'imperatore, stavano i Reichsfrsten, i "principi dell'impero": cio quei duchi, marchesi o prelati che dipendevano direttamente dal sovrano e che godevano di un'indipendenza territoriale relativamente ampia.
Beninteso, le varie diete avevano stabilito la nuova realt sul piano giuridico: si trattava ora di porla in pratica, giacch Enrico non sembrava avere alcuna intenzione di ritirarsi in buon ordine. Federico apr il 25 luglio del 1180 la campagna contro il cugino, e una ventina di giorni dopo, nella festa dell'Assunzione della Vergine, poteva emanare solennemente in Werla - antico centro della dinastia sassone - l'ordinanza che scioglieva tutti i vassalli dell'ex duca Enrico dal giuramento di fedelt: il che implicitamente era la sentenza di bando per quanti a tale giuramento avessero voluto invece tener fede.
Accadde quel che era prevedibile: per quanto forse Enrico si fosse a lungo illuso del contrario. Il suo temperamento gli aveva fatto commettere tante soperchierie a danno dei suoi fideles che questi, pur temendolo, non lo amavano: e al momento opportuno lo abbandonarono quasi tutti, fuorch alcuni con i quali egli contava di resistere ad oltranza a nord, nello Schlewig. Ma la diplomazia di Federico aveva lavorato a togliergli ogni appoggio: sia quello del re di Danimarca, sia quello di Lubecca, che l'imperatore accett di riconoscere come citt libera direttamente ed esclusivamente dipendente da lui. Enrico, dopo aver ottenuto qualche passeggero successo in Turingia, si asserragli in Stade, ma dovette presto riconoscere che la sua causa era perduta: e fu da sconfitto, in veste di penitente e di supplice, che egli, nel novembre del 1181, si presentava a Federico e ai nobili tedeschi riuniti nella dieta di Erfurt. Erano anni che i due cugini non si vedevano: e l, ancora una volta, Federico mostr contemporaneamente due aspetti, se non contraddittori, certo difficili a coesistere della sua personalit: cio la tendenza alla generosa commozione sul piano personale e la durezza inflessibile a proposito di quanto atteneva all'honor imperii. Si chin verso il cugino prostrato ai suoi piedi, lo alz commosso, lo abbracci, pianse con lui; ma come imperatore non poteva perdonarlo. Si priv volentieri dei beni allodiali di Enrico, che aveva aggregato ai suoi secondo il diritto di confisca, e glieli restitu: ma gli neg quelli feudali e lo condann al bando per la durata di tre anni. Al Leone non restava che recarsi tristemente in Normandia, presso la corte del suocero Enrico IL
Della strana, affascinante e "resistibile" ascesa di Enrico il Leone, a guardarla a distanza, quel che oggi pi commuove - assieme al leone bronzeo e al sepolcro del duca nella diletta Braunschweig -  una reliquia letteraria: e abbiamo gi visto quanto egli amasse i bei libri e i poemi che esaltavano le sue gesta. Lo Herzog Ernst ("il duca Ernesto")  un poema giullaresco scritto da un anonimo rimatore bavarese al tempo del pi duro conflitto fra il Barbarossa e il Leone, e narra di un perfido imperatore che, sulla base di vergognose calunnie, tenta di strappare la Baviera al fido e buon duca Ernst che  suo figliastro. Questi, dopo un'inutile resistenza, accetta di andare in esilio in Terrasanta e in Oriente. L lo attendono le pi meravigliose avventure attinte alla tradizione dei favolosi viaggi di Alessandro Magno e alla letteratura teratologica antica: gli incontri e le lotte contro le popolazioni dei pigmei, degli arimaspi da un solo occhio, dei panoti dalle grandi orecchie, degli uomini-gru dal lungo becco. All'antropologia fantastica fa riscontro la geografia fantastica che coniuga Plinio con i viaggi di Sindbad: il Monte dei Gioielli, il Monte della Calamita, il Mare Vischioso. E, tornando da queste avventure, il duca Ernst doner al suo sovrano in segno di pace, durante la messa della notte di Natale celebrata nel duomo imperiale di Bamberga, la mirabile gemma dagli arcani poteri, der Waise, "l'unica", tratta dal Monte dei Gioielli e che da allora adorner la corona imperiale. Il duca Enrico non somigliava forse granch al duca Ernst quanto a fedelt: eppure, si  tentati di immaginare che vi si identificasse, nei tristi giorni dell'esilio, ripensando ai tempi gloriosi del suo "pellegrinaggio" a Gerusalemme del 1172, quando pareva davvero che nelle sue mani fosse, se non proprio il fulgido Waise, quanto meno il destino dell'impero germanico.
Lo scardinamento del potere del Leone doveva, comunque, avere dei contraccolpi: il pi spettacolare di essi fu lo svincolarsi della Danimarca dalla soggezione feudale rispetto all'impero. Re Valdemaro l'aveva mantenuta, subendo tuttavia soprattutto l'influenza del duca di Sassonia: ma Canuto sesto, che gli succedette nel maggio 1182, non esit a denunziarla. Era questo un grave smacco per Federico: se l'imperatore voleva continuare a presentarsi come dominus mundi, quindi rex regum, aveva ben bisogno di qualche regulus che ne riconoscesse la sovranit. E tuttavia, paragonato alla vittoria su Enrico il Leone, ci era poca cosa.
Gli anni della lotta contro Enrico il Leone segnano in effetti un mutamento di rotta nella politica di Federico in Germania. Egli continua, beninteso, a pensare al suo casato: persevera quindi non solo in tutte quelle scelte atte a legare definitivamente le corone imperiale, tedesca, italiana e borgognona alla casa di Svevia, ma anche nel disegno di rafforzare l'autorit sua e della sua famiglia mediante la costruzione di un sempre pi esteso e solido patrimonio, arrogandosi territori importanti in Svevia, Sassonia, Turingia e perfino Lusazia, in modo da poter sorvegliare ora anche lo scacchiere nordorientale del regno di Germania. Su tutte queste terre insedia fidi ministeriales e fonda solidi castelli.
Ma  all'organizzazione feudo-territoriale del regno tedesco che bisogna guardare per comprendere in che senso, dal 1180 in poi, stia nascendo una nuova Germania. I Reichsfrsten, i "principi imperiali", direttamente dipendenti dall'imperatore e radicati ciascuno in ben precisi e delimitati territori, con prerogative ampie ma anch'esse precise, ne costituiscono ormai la solida struttura di fondo: e con ci preludono a quel carattere "feudale" che sar da allora in poi tipico della storia tedesca (e che ha ben pochi e superficiali legami, a parte il permanere di qualche norma, con il precedente carattere "tribale"). I Reichsfrsten prestano omaggio direttamente e solamente al sovrano: sono vassalli esclusivamente suoi. Al di sotto di essi, si viene ordinando una gerarchia feudale che si scandisce dapprima in tre Stnde, tre Ordines (principi ecclesiastici, principi laici, nobili) e pi tardi si suddivide ancora, fino a raggiungere nel tredicesimo secolo il numero di sei o sette gradi gerarchicamente subordinati.  il sistema che i successivi giuristi tedeschi hanno chiamato Clipeus militaris, cio Heerschild, e la stabilit del quale  garantita dall'istituto del Leihenzwang, la reinvestitura obbligatoria, in forza della quale nessun feudo poteva rimanere vacante e le norme per l'attribuzione di ciascuno di essi erano accuratamente stabilite. L'espressione Clipeus militaris, "Scudo cavalleresco", dipende dal fatto che l'istituzione nasce dal diritto che ciascun feudo ha, nel sistema feudale, di chiedere ai suoi vassalli delle prestazioni di guerra; ma il suo significato era destinato ad avere ben altro, diverso peso.
In sintesi, il sistema piramidale delineato dallo Heerschild  molto semplice. Al vertice v' il re. Seguono i Reichsfrsten, poi i vari nobili ecclesiastici o laici che dipendono da loro, indi freie Herren, i "liberi signori" (concetto in francese ordinariamente tradotto con la parola baron). Ma in certe zone si ammisero ben presto alla dignit cavalleresca anche i ministeriales, che liberi non erano ma che anzi per nascita conservavano la tara della condizione servile e che ci nonostante, insigniti della cintura cavalleresca e divenuti pertanto Ritter, andavano a costituire una bassa "nobilt di servizio" che poteva ricevere feudi anche se non poteva darne (non poteva quindi ricevere giuramento di fedelt da nessuno; non era in grado di avere vassalli). Intanto i ranghi della cavalleria si andavano "chiudendo" in Germania, com'era gi accaduto in Inghilterra e nel regno siculo-normanno. Contro la primitiva norma della libera cooptazione da parte di un gruppo di guerrieri, ora che la dignit cavalleresca diveniva un gradino d'una scala feudale istituzionalizzata e il suo accesso veniva limitato a quanti nascessero in un lignaggio illustrato da membri gi insigniti di essa. Con un'ordinanza del 1186, Federico l'avrebbe definitivamente chiusa ai figli dei contadini e dei chierici.
Ormai sistemate le cose in Germania, erano quelle del regno d'Italia a tornare in primo piano. La tregua stipulata con la Lega lombarda nel 1177 stava per scadere, e gli stessi rapporti con la Sicilia - presupposto al rilancio della politica mediterranea - erano in attesa di una sistemazione meno provvisoria di quella conferita loro a Venezia.
La Lega lombarda si era riunita in un congresso a Verona gi nel settembre 1178, sia per esaminare la nuova situazione creatasi in Italia in seguito alla tregua di Venezia e alla fine dello scisma, sia per discutere le misure da prendere contro le citt che avevano defezionato. D'altronde la lega, se era nata sulla base di una concordia pi contingente che reale e pi fittizia che strutturale (quella cio determinata dall'esistenza di un nemico comune), si era sviluppata grazie anche all'appoggio del papa, del re di Sicilia e del basileus: bisogna dire che fra 1177 e 1181 tutte queste condizioni erano venute meno. La lunga assenza dell'imperatore dall'Italia aveva naturalmente, se non eliminato, attutito le vecchie ragioni d'inimicizia che la tregua da sola non sarebbe bastata a cancellare; la morte, nel settembre 1180, del basileus Manuele - al quale era succeduta una lunga fase di crisi culminata nel 1182 con un massacro dei latini residenti in Costantinopoli - e quella alla fine d'agosto 1181 di Alessandro terzo a Civita Castellana (i romani non solo non lo avevano pi accettato fra loro, ma ne avevano addirittura insultato il cadavere), avevano sottratto alla lega i due referenti esterni tradizionali. Ora pisani e genovesi erano preoccupati per gli sviluppi della crisi dell'impero bizantino mentre, nella Curia pontificia, il nuovo papa Lucio terzo - cio l'anziano cardinale Ubaldo, che aveva partecipato alle trattative di Anagni e di Venezia - si mostrava molto conciliante con l'impero. In queste condizioni, la cosa pi saggia era trasformare la tregua in vera e propria pace. Le trattative in tal senso, gi avviate alla fine del 1182, proseguirono nella prima met dell'anno successivo attraverso una serie di nuovi passi distensivi di modesta entit, ma in cambio di sicuro effetto, da parte dell'imperatore. Questi, sempre risiedendo in Germania, nel febbraio aveva concesso il perdono e la pace a Tortona, e ai primi di marzo si era addirittura riconciliato con Alessandria attraverso una complessa cerimonia formale - cio una "distruzione" simbolica della citt, seguita da una sua altrettanto simbolica rifondazione imperiale - che le aveva mutato il nome in Cesarea ("citt di Cesare") e aveva assicurato ai suoi consoli l'investitura.
Nella primavera si tennero quindi a Piacenza i solenni preliminari di pace, ratificati il 30 aprile: la delegazione imperiale era guidata dal vescovo di Asti, quella della lega non pi dai rettori di essa, bens dai rappresentanti di ciascuna citt fra quelle che avevano firmato la tregua del 1177, escluse beninteso Venezia, Como e Alessandria che con la lega avevano ormai rotto. Erano rappresentate le citt di Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano, Lodi, Novara, Vercelli, Mantova, Bobbio, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna. C'erano anche i rappresentanti di Ferrara, Imola e Faenza, che tuttavia non giurarono i preliminari e si riserbavano di farlo in seguito, al pari di Feltre e di Belluno che non avevano partecipato alle trattative.
Alla fine della primavera Federico si spinse fino a Costanza, nel suo ducato di Svevia, l dove si avviava uno dei tronchi della strada che attraverso Coira e Chiavenna conduceva in Lombardia. L, il 25 giugno, egli ratific personalmente la pace con i comuni, alla presenza dei delegati delle singole citt e dei rappresentanti del pontefice. La pace di Costanza rappresentava,  vero, un'obiettiva sostanziale vittoria dei comuni. Ma non  meno vero che, sul piano formale e contingente - un piano che noi commettiamo talvolta l'errore di sottovalutare - l'imperatore aveva riportato un successo. I comuni membri della lega (ma non la lega nel suo complesso) venivano a Costanza non gi a trattare una pace, ma ad accogliere un magnanimo e benevolo verdetto.
Il sovrano figurava come colui che, da solo e al di sopra di costrizioni e condizionamenti di sorta, emanava a vantaggio delle citt lombarde - che gli riconoscevano senza ombra di dubbio la superiore autorit e che d'altro canto sborsavano in cambio dei bei soldi - una costituzione che concedeva loro certe libert e certi regalia, riservandosene naturalmente altri. Si ribadiva beninteso che i regalia costituivano un diritto intangibile dell'impero, ma si accettava che tale diritto potesse trovare un limite nell'esercizio delle consuetudines, a loro volta fonte di diritto. L'esercizio dei regalia, naturalmente, comportava l'obbligo di mantenere efficienti strade, ponti e via dicendo, nonch quello di pagare il fodrum quando l'imperatore fosse sceso in Italia. Il sovrano accettava inoltre di investire dei pubblici poteri i rettori delle citt (si era quindi non alla scelta diretta da parte sua, ma alla ratifica di quelli scelti dalle citt stesse), e questi avrebbero dovuto prestargli in cambio giuramento di fedelt. Ai consoli era altres demandato il potere di giudicare in casi comportanti una pena pecuniaria sino al massimo di venticinque libbre di danari d'argento; dopodich ci si doveva appellare al sovrano. A fronte di questo loro ampio riconoscimento dell'autorit imperiale, le citt si vedevano riconosciuto il diritto di avere fortificazioni e di mantenersi strette in lega.  indispensabile sottolineare che l'imperatore, a Costanza, figurava concedere tutto liberamente, senza che si facesse parola di necessit o di trattative di alcun genere. Il giuramento richiesto tanto ai vassi quanto ai cives sottintendeva un parallelismo fra autonomie signorili e autonomie cittadine, entrambe trattate alla medesima stregua nel quadro della comune subordinazione all'impero. Pur nella considerazione della concreta situazione locale,  chiaro che in Italia Federico stava lavorando, non diversamente che in Germania, alla costruzione di una "monarchia feudale". Ed  chiaro altres che le "concessioni" di Costanza tenevano a rimaner giuridicamente tali nella misura in cui l'imperatore non intendeva assolutamente ch'esse potessero divenire in futuro dei precedenti per analoghe richieste da parte di altre citt.
Vinto ed esiliato Enrico il Leone, pacificata l'Italia, sgombrato il campo ecclesiastico dalla pietra d'inciampo della rivalit col papato e dallo scandalo dello scisma (e non c' dubbio che le fonti coeve avvertissero la fine dello scisma come il principale avvenimento di quegli anni), Federico poteva raccogliere ormai i frutti del suo lungo lavoro. Nel giorno di Pentecoste del 1184, egli celebrava a Magonza una grande Curia, una Hoffest: una festa di corte durante la quale i suoi figli Enrico - gi incoronato re - e Federico furono armati cavalieri. La splendida festa dur tre interi giorni, fra banchetti e tornei che furono a lungo cantati, di castello in castello, dai Minnesanger, e l'imperatore in persona, ormai circa sessantenne, fece atto di presenza in torneo presentandosi preceduto da una lancia. Tra la citt e il palazzo di Ingelheim fu eretta per l'occasione una specie di "capitale della festa" in legno, con un grande palazzo imperiale e un'imponente cattedrale. Gli ospiti giunsero da ogni parte di Germania, d'Italia, di Borgogna; e fra essi c'erano poeti come Guiot di Provins ed Heinrich von Veldeke, che alla descrizione della festa dedicano i loro versi. Per l'occasione, Federico e Beatrice cinsero solennemente la corona - e sappiamo che la stefanoforia era una cerimonia riservata ai giorni di grande festa - ed Enrico, adorno di fresco della cintura cavalleresca, fu acclamato coreggente del regno, mentre Federico suo fratello ricevette ufficialmente il ducato di Svevia. L'imperatore fu poi largo, secondo i costumi cortesi che erano penetrati dalla Francia forse soprattutto grazie alla mediazione della raffinata imperatrice borgognona, in magnifici doni ai "poveri cavalieri" e ai poeti di corte.
La festa avrebbe forse dovuto durare pi a lungo: ma un temporale primaverile, quasi un ammonimento del cielo, intervenne facendo crollare alcune strutture lignee e causando la morte di una quindicina di persone. Si decise allora che ci si era divertiti abbastanza e con una punta d'amarezza, probabilmente con l'inquieto presagio di future sventure, la Curia fu chiusa.
Ma Federico mancava ormai dall'Italia da sei anni. Era necessario scendere di nuovo dai passi alpini, visitare le citt lombarde e toscane, incontrarsi con il papa, ristabilire i contatti con il re di Sicilia. Federico pass il Brennero ai primi di settembre e si trattenne fino a met ottobre nelle citt lombarde, dovunque - e soprattutto a Milano - acclamato e festeggiato. Nell'ottobre, a Verona, s'incontr con Lucio terzo, col quale non aveva pi conferito dai tempi dei negoziati per la pace di Venezia, allorch egli era ancora cardinale. L'incontro era stato fissato per la festa degli apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno: e il vecchio pontefice - giunto a sua volta in ritardo, fuggiasco con tutta la Curia da Roma, donde ancora una volta era stato cacciato - aveva pazientemente atteso che Federico terminasse il suo giro trionfale per la Lombardia. Al papa stava a cuore che l'imperatore si associasse alla solenne condanna dell'eresia e che s'impegnasse per la crociata, dato che la situazione del regno di Gerusalemme, accerchiato dai saraceni, era di giorno in giorno meno tollerabile: il patriarca di Gerusalemme e i Gran Maestri degli ordini militari del Tempio e di San Giovanni, anch'essi presenti, sollecitarono a loro volta in termini allarmati l'interesse imperiale per la loro causa. Quanto all'eresia, l'imperatore non esit ad allinearsi sulle posizioni della decretale Ad abolendam, promulgata appunto da Lucio terzo e base di quella che di l a qualche decennio sarebbe stata la procedura inquisitoriale. Il papa era particolarmente preoccupato per quanto stava accadendo in Milano, dove l'eresia catara aveva fatto progressi tali che la citt poteva ora essere soprannominata fovea hereticorum, "sentina d'eretici". Le fonti ci hanno tramandato il gesto teatrale di Federico - che amava i gesti teatrali - in piedi, ardente di sdegno, mentre pronunzia con voce stentorea il bando imperiale contro gli eretici e scaglia collerico a terra, in segno di sfida, il suo guanto. Per quanto riguarda la crociata, non c' dubbio che l'imperatore vi fosse interessato. Ma anch'egli aveva, da parte sua, un piccolo bagaglio di richieste da fare al pontefice: e, forse con sorpresa, dovette rendersi conto che Lucio era assai meno malleabile di quanto sembrasse. Il papa non prese impegni, difatti, n per l'associazione di Enrico di Svevia alla corona imperiale, n per la liquidazione del residuo contenzioso riguardante i beni matildini, n per la reintegrazione di taluni prelati ex scismatici, la posizione dei quali stava a cuore al sovrano.
Le trattative di Verona, insomma, si rivelarono sostanzialmente sterili: e per causa pi della chiusura del papa che non di un irrigidirsi dell'imperatore, che fu semmai una conseguenza. Forse a rendere pi difficile l'intesa furono i consigli che il pontefice ricevette da certi prelati tedeschi ostili a Federico in quanto convinti che egli andasse riproponendo la vecchia politica egemonica nei confronti della Chiesa del regno di Germania: fra loro, particolarmente aspro doveva essere Filippo di Colonia, che si stava ormai avviando a un'aperta rottura nei confronti del suo signore. Difficile invece - ma non impossibile - ritenere che a raffreddare i rapporti fra papa e imperatore fosse la notizia (che Federico aveva cercato di mantener segreta, ma che era tuttavia filtrata) del fidanzamento di Enrico di Svevia con la principessa Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero secondo e quindi zia del sovrano siculo-normanno allora regnante, Guglielmo secondo.  da escludersi che tale unione fosse intesa come la premessa di una possibile successione sveva al trono degli Altavilla: Guglielmo secondo, allora trentenne, aveva una moglie diciottenne e nulla consentiva di pensare che la loro unione sarebbe stata sterile. Il papa poteva comunque manifestar malumore per una decisione della quale non era stato informato e che riguardava quel regno di Sicilia che era formalmente vassallo della Chiesa. La reazione indispettita del papa provoc le ritorsioni di Federico, che fece orecchio da mercante alle richieste di aiutarlo a reinsediare il pontefice in Roma. Si era alle soglie di un nuovo raffreddamento fra i due massimi poteri d'Occidente.
Federico rimase entro i confini del regno d'Italia fino al giugno 1186, occupato a riaffermare i suoi poteri in Lombardia e in Toscana. Favor molte casate feudali, come gli Estensi: ma soprattutto riemp di segni di benevolenza la sua nuova beniamina e alleata, Milano.
In questo giro di timone non solo e non tanto della politica, quanto delle simpatie di Federico, v'era un elemento logico ma forse anche uno passionale. Il primo era senza dubbio costituito dal fatto che Milano, rasa al suolo poco pi di vent'anni prima, era risorta dalle sue stesse ceneri e aveva di nuovo imposto la sua egemonia sulla pianura padana: dopo aver senza troppo successo provato la formula della lotta contro la metropoli lombarda in appoggio alle citt sue antagoniste, l'imperatore sceglieva ora la linea alternativa, quella dell'alleanza con chi si era dimostrato localmente pi forte, quindi - diciamo cos - dell'accettazione e dell'avallo della funzione subimperialistica di Milano fra le Alpi e il Po. Il secondo elemento della scelta di Federico era per, forse, il desiderio di punire la principale antagonista di Milano, Cremona. Se Milano gli era stata sempre apertamente e lealmente nemica, Cremona lo aveva tradito nel 1167, nonostante i molti segni di favore che egli le aveva dedicato.  vero che nel 1175, al tempo delle trattative di Montebello, una fazione almeno tra quelle che in citt si contendevano il potere aveva tentato un riavvicinamento: ma, se Federico era - come lo celebrava, secondo una formula liturgica, la sua cancelleria - "lento all'ira", pi lento ancora era al perdono: e in materia di offese aveva la memoria lunga. Nel gennaio del 1185 la Lega lombarda aveva rinnovato per un trentennio il suo patto, sia pure con il puro pretesto del mantenimento della pace di Costanza: e Federico aveva puntualmente risposto siglando a Reggio l'11 febbraio con i milanesi un accordo, in base al quale essi si impegnavano ad assisterlo e ad imporre il rispetto dei diritti imperiali in Lombardia, nelle Marche, in Romagna, nelle terre della contessa Matilde; esattamente coeva, la rottura dell'imperatore con Cremona, che - morto alla fine del novembre 1185 Lucio terzo - il nuovo papa Urbano terzo incoraggiava alla rivolta e che sarebbe stata piegata nel giugno 1186 dalle forze congiunte dell'imperatore, dei milanesi, dei piacentini e dei cremaschi. Federico si rendeva perfettamente conto che dopo la pace di Venezia l'interesse della Curia pontificia per le citt italiane non era affatto venuto meno, nonostante quanto era potuto sembrare. Tramite le Chiese locali, i pontefici avevano continuato a far sentire sui centri urbani la loro influenza, esercitando addirittura su di essi una certa forma di controllo. Il sovrano stava quindi all'erta, ben sapendo di non aver definitivamente vinto la gara col papato sul terreno dell'influenza sulle citt del regno italico.
Fra 1185 e 1186, Federico aveva celebrato un nuovo trionfo. Trascorse le feste di Natale entro la cinta muraria della vecchia amica Pavia, il 27 gennaio egli era a Milano dove si erano solennemente celebrate le nozze fra il re dei romani Enrico di Svevia e la principessa Costanza d'Altavilla: la citt lombarda distrutta dal Barbarossa, ormai pi fiorente di prima, aveva visto sfilare per le strade i centocinquanta muli che portavano il corredo della principessa normanna e la sua dote, quarantamila libbre d'oro. In quell'occasione, secondo un cronista, si sarebbero addirittura tenute tre incoronazioni, poich Federico avrebbe di nuovo assunto la corona di Borgogna gi cinta nel 1178, Enrico quella d'Italia e Costanza quella di Germania. La notizia non  sicura, anzi  piuttosto sospetta: tuttavia, se rispondesse - come non  impossibile - a verit, significherebbe due cose: da una parte, il sottinteso desiderio di Federico di uscire di scena, che forse sarebbe stato pi facile se Lucio terzo avesse accettato di cingere della corona imperiale la fronte di suo figlio Enrico; dall'altra la sua ferma - e, questa, esplicita - volont di legare le corone di Germania, d'Italia e di Borgogna al fato dinastico degli Hohenstaufen.
Ma c' ancora di pi. Il nuovo papa Urbano terzo altri non era se non Umberto Crivelli arcivescovo di Milano, che una volta asceso al soglio del Vicario di Pietro non per questo aveva abbandonato la cattedra archiepiscopale milanese: e, appunto, nel suo ruolo di metropolita della chiesa di Sant'Ambrogio avrebbe avuto il diritto tradizionalmente riconosciutogli di procedere all'incoronazione dei re d'Italia. Viceversa, quel 27 gennaio, tale ruolo era stato svolto dal patriarca d'Aquileia. Se si era potuto fare a meno di lui come arcivescovo per l'incoronazione regale, si sarebbe potuto fare altrettanto a meno di lui anche come pontefice per quella imperiale?
Non possono esserci ragionevoli dubbi che il gesto di Milano era insieme un'offesa, un ricatto, un ammonimento e una minaccia. E Urbano terzo - che pure, scegliendo quel nome a ricordo di Urbano secondo, l'iniziatore della prima crociata, aveva sottolineato come l'Oltremare avrebbe dovuto essere la sua prima preoccupazione - non era da parte sua un uomo da lasciar passare un simile affronto senza replicare con durezza. Difatti il 1186 fu caratterizzato da una nuova fase di tensione fra papa e imperatore e da ripetuti attacchi del nuovo re d'Italia Enrico sesto al "Patrimonio di San Pietro", sul quale l'impero rivendicava le prerogative temporali.
Federico approvava senza dubbio le azioni del figlio, anzi doveva averle in gran parte direttamente ispirate: ma per quanto lo riguardava sapeva che era di nuovo giunto, dopo circa due anni, il tempo di rientrare in Germania. La situazione italiana era sotto controllo, garantita da un'organizzazione amministrativa dedicata specificamente al regno d'Italia, una Curia composta di vicari ecclesiastici e di giudici laici. E indubbi successi avevano coronato questa politica: il deciso reinserimento dei comuni lombardi nell'area dell'impero e la rottura sia pure solo parziale dell'alleanza fra essi e il papato, anzitutto; ma anche la conferma dell'egemonia imperiale sulla Toscana e l'insediamento di ministeriales quali funzionari imperiali sui beni della contessa Matilde, a conferma di un orientamento accentratore al quale non si voleva rinunziare nonostante si potesse derogarvi (ma solo spontaneamente, come sottolinea almeno la forma del trattato di Costanza); e infine il legame matrimoniale - ch'era, come sempre all'epoca, anche politico - con il regno di Sicilia. In Germania, invece, Federico aveva motivo di temere soprattutto per l'atteggiamento dei principi ecclesiastici che - Filippo di Colonia e Folkmar di Treviri in testa - non erano insensibili agli appelli che il papa inviava loro affinch resistessero alla politica imperiale.
Ma, dai giorni di Alessandro terzo, i tempi erano cambiati. Alla fine di novembre Federico convoc una grande dieta nel nuovo palazzo imperiale di Gelnhausen, appena ultimato; l fu esaminata soprattutto la questione relativa all'episcopato di Treviri, una faccenda abbastanza intricata ma in relazione alla quale il clero tedesco reag chiedendo quasi unanime che il papa recedesse da posizioni che potevano compromettere di nuovo l'unit della Tunica Inconsutile. Lo stesso arcivescovo Wichmann di Magdeburgo, uno dei pi autorevoli prelati tedeschi, insospettabile di atteggiamenti ambigui nei confronti della Santa Sede, non esitava ad alzare la sua voce contro Urbano, colpevole a suo dire di sentimenti d'inimicizia nei confronti dell'imperatore e d'intrighi sia in Germania sia in Italia. Immediatamente dopo, a Norimberga, Federico promulgava nuove costituzioni di pace e si dava con durezza a stroncare l'ormai aperta rivolta di Folkmar (insediato a Metz dopo aver perduto la cattedra di Treviri) e di Filippo di Colonia. Urbano terzo reag pi adirato che mai: sapendo che un'ambasciata imperiale si stava dirigendo a Verona, dove risiedeva, per comunicargli i risultati della dieta di Gelnhausen, tent di sottrarsi all'incontro. Si disse che intendeva muovere alla volta di Venezia, da dove avrebbe lanciato una nuova scomunica contro l'imperatore. Ma a Ferrara, nella notte del 20 ottobre, trov per un improvviso malore la morte.
Federico sembrava ormai padrone incontrastato dell'impero e delle tre corone che a esso afferivano: alla dieta di Magonza del 1188, lo stesso Filippo di Colonia, l'ultimo dei ribelli alla sua potest, si sarebbe sottomesso. Sgombrato il campo dai suoi nemici, l'imperatore appariva circonfuso di gloria, dolce e terribile come il Signore dell'Apocalisse che governa i suoi popoli in virga ferrea, "con scettro di ferro".
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14. VERSO LA CASA DEL PADRE.
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La strada. Sempre e soprattutto la strada. E la grande protagonista del dodicesimo secolo: pi dei castelli feudali, delle grandi abbazie, delle nascenti e popolose citt con le ricche cattedrali e le floride scuole. Sia antico tracciato romano mai caduto in disuso e pi o meno restaurato, sia passo alpino, appenninico o pirenaico, sia sentiero che taglia i boschi o le paludi o via segnata ai margini delle colture, la strada innerva l'Europa: per le sue vene, scorre la linfa dei pellegrini, dei chierici vaganti, dei contadini in cerca di terra nuova da sfruttare, dei mercanti, dei cavalieri a caccia di fortuna, dei briganti, degli emarginati. Lungo le strade, ai crocevia segnati dalle croci di pietra, sui ponti costruiti talvolta con tanto ardimento che la memoria folklorica ne vuole architetto il diavolo in persona, si tramandano le storie, s'imparano le canzoni nuove e si raccontano leggende di guerrieri, di santi, di reliquie. Strana Europa del dodicesimo secolo, questa dei monasteri dove i monaci sono legati alla stabilitas loci e dove nasce la cultura sedentaria della citt: a ben guardarla, a guardarla da vicino,  un continente di nomadi. L'avventura, il sapere, la ricchezza, la libert: tutto si insegue percorrendo il nastro erboso e polveroso della strada.
Anche il meraviglioso s'incontra per strada. Capita al viandante attardato d'imbattersi al crepuscolo, quando l'ospizio  lontano, nella "caccia feroce", nel terribile esercito dei morti; e magari gli capita d'incontrare un angelo, un santo, un demonio, e di accompagnarsi per qualche miglio con loro. Ai pellegrini di Emmaus, non accadde forse di viaggiare e di cenare col Cristo?
E, per strada, s'incontra il potere. Anche i vescovi col loro seguito, anche i grandi della terra con le loro masnade risonanti di ferro viaggiano per strada. Viaggiano i papi, con le loro mule e i loro tesori. Viaggiano i re, con i loro documenti di cancelleria ben chiusi negli scrigni.
Rex ambulans. La monarchia medievale  un'istituzione itinerante. I re del Medioevo non hanno una "capitale" nel senso antico o nel senso moderno del termine. La loro cancelleria, la loro corte, se le trascinano comunque dietro: ubi rex, ibi et curia. Vivono di palatium in palatium, di castello in castello, di abbazia in abbazia; drizzano i loro accampamenti, e vi tengono corte talora anche splendidamente; talvolta fanno costruire quasi per gioco manieri e cattedrali di legno che restano in piedi pochi giorni, il tempo d'una fiera o d'un torneo. Il fedele Goffredo da Viterbo, che per decenni aveva seguito Federico Barbarossa come cappellano, si lamentava: "Dovevo sempre esser pronto, da cappellano: di giorno e di notte, per dir messa; e poi a qualunque ora del giorno per stare a mensa, per seguire le diverse questioni, per scrivere lettere, per provvedere giorno per giorno nuovi alloggi, per guadagnarmi le paghe per me e per i miei; e poi dovevo sobbarcarmi importantissime ambascerie, e sono stato due volte in Sicilia, tre in Provenza, una in Spagna, sovente in Francia e quaranta volte a Roma dalla Germania...".
Lo abbiamo seguito per pi di sessant'anni, Federico: e lui ha continuato a sfuggirci. Non solo perch non sappiamo ancora chi davvero egli sia: ma anche perch non  mai stato fermo. Di rado si  stabilito in un luogo per pi di qualche giorno; solo eccezionalmente per poche settimane. Lo abbiamo veduto discendere e risalire i passi alpini, fra il manto dei boschi e il tappeto dei pascoli; traversare le brughiere sassoni, le valli bavaresi, le nebbiose piane lombarde: eppure abbiamo colto poco di lui, poche parole, pochi gesti. La sua solitudine ci appare, tutto sommato, il prezzo che egli ha pagato alla sua volont monocratica; cos come la sua continua necessit di spostarsi e la continua necessit di danaro che ci comporta, e che condizionava pesantemente la sua politica fiscale - cose, queste, fino a un certo punto normali in un sovrano medievale - erano in lui anche una funzione della sua costante volont di tutto controllare.  strano:  onnipresente, e tuttavia rimane un'incognita. In fondo, dei vecchi monarchi germanici - di Carlomagno, di Ottone primo - ci accorgiamo di sapere qualcosa di pi: i loro biografi si concedevano al gusto plutarchesco del ritratto, ci parlavano delle loro abitudini, dei loro cibi preferiti, del loro modo abituale di vestire. Ma Federico ha troppo meditato - complici i suoi consiglieri ecclesiastici e i dottori di Bologna - sugli antichi Cesari romani e sugli ieratici basileis di Bisanzio: non ha mai assunto le pose arcaiche e familiari del re-pastore, del capotrib secondo il modello biblico o gli esempi germanici: ha imparato fin da giovanissimo a recitare la parte della sacra persona, del Vicario di Dio sulla Terra, della Spada del Signore. Ci restano pochi e convenzionali ritratti di lui, nelle pagine dei cronisti, nelle carte dei codici miniati o nel bronzo dorato dei reliquiari: ma anche se ne avessimo qualcuno su mosaico - e gli si adatterebbe bene, come ai basileis in Santa Sofia, come ai re normanni nella Cappella Palatina o a Monreale -, esso ci parlerebbe lo stesso linguaggio dei suoi documenti di cancelleria, quello del gelido, immoto splendore del potere.
Eppure, un uomo gelido non doveva essere. Nei suoi tratti, fissati per noi dallo stilo dei cronisti, filtra spesso il calore della passione o dell'ira; e talvolta il tepore umano, quasi simpatico, della commozione e dello humour appena contenuti. Certo, ci piacerebbe sapere qualcosa di pi intimo, di pi "suo": ad esempio, che so, i suoi cibi o i suoi colori preferiti, o che tipo di donna gli piacesse; o magari - ora che lo abbiamo accompagnato fin sulle soglie della vecchiaia - quali fossero i suoi crucci o i suoi acciacchi segreti, quali le sue piccole manie o le sue pi o meno inconfessabili paure, quanti denti gli restassero ancora in bocca e quanti fili di rame nella barba che si andava argentando (che i biondi incanutiscono presto). Vorremmo sentire il suo respiro, i suoi colpi di tosse; ameremmo sapere se soffriva il freddo e se era tormentato dalle piaghe che il troppo viaggiare in sella gli avr quasi certamente procurato. Ce lo vediamo passare una volta davanti, di gran carriera, inseguendo il nemico per le piane di Lombardia; non smonta nemmeno da cavallo, mastica un boccone restando in sella e poi via di nuovo. Povero vecchio di Dio, al quale l'ansia di rammendare di continuo la Tunica inconsutile non lascia nemmeno il tempo di prendere in pace una scodella di zuppa come l'ultimo dei suoi monaci o dei suoi poveri! A Venezia, nell'agosto 1177, si alza a parlare solenne, e il mantello gli scivola dalle spalle: splendido gesto d'una regalit antica, provato magari chiss quante volte. Eppure, sotto quel mantello c' un uomo stanco che ha passato ormai abbondantemente la sessantina, e che magari - per strada, sotto il sole o la pioggia gelida, nella polvere aspra o nella nebbia umida - ha sperato gi tante volte che finalmente gli scivoli davvero dalle spalle, un giorno, il sudario di porpora del potere.
Ed eccolo adesso, ormai nella gloria della sua venerabile vecchiaia: vinti i nemici, pacificati i regni, cancellate almeno in apparenza e per il momento le onte delle sconfitte. Ma, se si volge attorno a s, si accorge di essere rimasto solo:  il destino dei vecchi, invidiabile quando ancor si  giovani, triste e malinconico quando ci si  arrivati.
Non  longeva, la gente, nel dodicesimo secolo. Statisti e guerrieri, poi, sono da sempre categorie che hanno la vita breve. Chi resta, ormai, attorno a Federico? Il dodicesimo secolo, il secolo del Barbarossa, sta morendo: e avanza un altro tempo, un tempo che non gli appartiene. La morte gli ha fatto il vuoto intorno: nel 1179 ha chiuso gli occhi Ildegarda di Bingen, la profetessa dalle folgoranti visioni che egli venerava e temeva; fra settembre 1180 e agosto 1181 sono successivamente scomparsi i suoi due grandi antagonisti storici, che condividevano con lui la gloria e il peso del dominium mundi, il basileus Manuele e papa Alessandro terzo; nel settembre del 1180  venuto a mancargli un altro "cordiale nemico", il vecchio compagno d'arme della seconda crociata, Luigi settimo re di Francia; durante l'estate del 1183 se n' andato anche Cristiano di Magonza, il cancelliere che Federico non ha forse mai amato ma che gli ha reso grandi servigi; nel novembre del 1184  scesa nel sepolcro la sua diletta Beatrice, pi giovane di lui; e di l a poco, nel 1189, sarebbero morti anche Enrico secondo d'Inghilterra e Guglielmo secondo di Sicilia.  un'intera generazione di regnanti e di protagonisti che scompare nel breve volger di un decennio. Federico si guarda attorno e vede solo volti nuovi, estranei, come quelli dei suoi stessi figli. Il futuro che ancora gli sta dinanzi  un velo sottile: e stranamente, ma come spesso suole accadere, ha l'aspetto del passato.  un futuro che gli ricorda un tempo lontano e un giovane signore dai capelli color d'oro fulvo, un ragazzo quasi, che percorreva le vie dell'Oriente...
La crociata era stata, dall'indomani del fallimento dell'impresa di Luigi settimo e di Corrado terzo, il cruccio segreto e l'orizzonte perduto dei sovrani occidentali. La cosiddetta "lettera" che il Prete Gianni avrebbe inviato ai sovrani cristiani si configurava, almeno sotto un certo aspetto, come un'epistola excitatoria all'impresa d'Oltremare. Alcuni grandi nobili europei - come Teodorico d'Alsazia conte di Fiandra, pellegrino in Terrasanta nel 1139, poi con la seconda crociata e poi di nuovo nel 1157 - sembravano disposti sul serio a offrire tutto se stessi per il Santo Sepolcro: ma in realt, gli appelli dei re di Gerusalemme per una spedizione occidentale che li liberasse dalla morsa islamica che si stava chiudendo su di loro, sembravano votati a cadere nel vuoto.  vero che, durante lo scisma che aveva opposto Alessandro terzo ai papi voluti da Federico, di crociata si era ripetutamente parlato da entrambe le parti in cui era divisa la Chiesa. Il pontefice aveva esortato con calore i cristiani, prima nel 1165 e poi nel 1169, anno questo nel quale l'Europa era stata visitata da una grande ambasceria del re di Gerusalemme che si era incontrata col papa stesso e poi con i re d'Inghilterra e di Francia. Ma la misura del disimpegno di fatto dell'Europa nei confronti della Terrasanta si era avuta quando, nell'autunno del 1168, il re di Gerusalemme Amalrico - approfittando di un conflitto di potere scoppiato al Cairo - aveva invaso l'Egitto nel tentativo di occuparlo e di sottometterlo. In quell'occasione gli occidentali non si erano mossi: anzi, pochi anni dopo, nel 1173, i pisani si sarebbero formalmente impegnati con i musulmani a esportare alla volta dell'Egitto armi, legname e altre merci suscettibili d'impiego bellico.
Uno dei sia pur indiretti risultati del maldestro tentativo di re Amalrico era stato, in prospettiva, l'unificazione dell'Islam vicinorientale sotto un unico capo, il prestigioso condottiero curdo Yusuf ibn Ayyub Salah ed-Din (il "Saladino" delle fonti occidentali) che era riuscito a farsi riconoscere sultano del Cairo e di Damasco e che minacciava di stritolare nella tenaglia del suo principato siro-egiziano il regno di Gerusalemme stretto fra Mar di Levante e Giordano.
Dall'Oltremare crociato si erano levate nuove invocazioni d'aiuto rivolte all'Europa. E i principi d'Occidente non si erano dimostrati insensibili a esse: a Nonaincourt, nel 1177, Enrico secondo e Luigi settimo avevano di comune accordo siglato la pace prendendo la croce; due anni dopo, nel 1179, si era parlato di crociata durante il Concilio lateranense; nel gennaio 1181 papa Alessandro aveva esortato con l'enciclica Cor nostrum i principi occidentali a correre in aiuto della Cristianit siro-palestinese minacciata; e di nuovo di crociata avevano discusso nel 1184, a Verona, l'imperatore e papa Lucio terzo. Ma le vere intenzioni dei potenti e gli autentici problemi dell'Europa del tempo si verificavano sul piano delle azioni pratiche, piuttosto che su quello delle dichiarazioni di principio. E le azioni pratiche erano queste: nel 1180 il giovane re Filippo secondo Augusto, succeduto sul trono di Francia a Luigi settimo, moveva guerra a Filippo d'Alsazia conte di Fiandra, che dal padre Teodorico aveva pur ereditato la passione per la crociata(65) ma che aveva il torto di essere un alleato del re d'Inghilterra; nel 1181 il legato pontificio Enrico abate di Clairvaux guidava un raid in Linguadoca contro i simpatizzanti catari; nel 1182 partiva dal centro della Francia una "crociata" tesa a ripulire il paese dai mercenari-briganti che la infestavano. Federico, come abbiamo visto, stava conducendo a termine un'opera trentennale di governo in Italia: e ora che, dopo sforzi inauditi e crudeli rovesci, sembrava riuscito a trovare soluzioni solide e durevoli, non poteva permettersi di lasciarsi distogliere da obiettivi per lui primari. I re d'Inghilterra e di Francia, d'altro canto, si erano lasciati scuotere da una nuova ambasceria gerosolimitana del 1184... e avevano di comune accordo stabilito di manifestare la loro buona volont gravando i loro rispettivi regni d'una nuova tassa, il ricavato della quale avrebbe dovuto essere impiegato per il finanziamento d'una spedizione crociata. Ma, una volta riscosso il danaro, la loro passione si era intiepidita.
Se i principi d'Europa, del resto, si comportavano cos, non  che quelli di Terrasanta dessero miglior prova di s. Sotto il debole anche se pateticamente coraggioso governo del giovanissimo Baldovino quarto, fin da fanciullo colpito dalla lebbra, l'aristocrazia franco-siriaca, l'alto clero e gli Ordini religioso-militari del regno di Gerusalemme si dissanguavano in continue lotte per il potere, nonostante il Saladino fosse alle porte: anzi, non esitavano ad appoggiarsi al sultano stesso nelle loro trame.
Quando nel marzo del 1185 il povero Baldovino quarto era morto, il Saladino si era apprestato - mentre il regno cadeva nella pi grande confusione dalla quale emergeva, re senza poteri, un nobile del centro della Francia, Guido di Lusignano vassallo del re d'Inghilterra - a dare l'ultimo colpo al regno di Gerusalemme. Ai primi del luglio 1187, in una grande battaglia presso la collina detta dei "corni di Hattin", in Galilea, in vista del lago di Tiberiade, i crociati erano stati sconfitti e il re di Gerusalemme, con alcuni fra i principali dignitari del regno, catturato. Da allora, le piazzeforti cristiane erano cadute l'una dopo l'altra, finch il 2 ottobre - nel giorno di venerd, sacro ai fedeli dell'Islam, e per giunta anniversario della notte nella quale secondo la tradizione islamica il profeta Maometto aveva visitato in sogno Gerusalemme ed era di l asceso al cielo - il Saladino entrava pacificamente nella Citt Santa e si recava a pregare nell'Haram esh-Sharif, la "spianata del Tempio". I crociati, conquistando la citt nel 1099, avevano indiscriminatamente massacrato musulmani, ebrei e cristiano-orientali (ch'erano fra l'altro incapaci di distinguere). Il Saladino permise a tutti i cristiani d'abbandonare Gerusalemme sani, salvi e con i propri averi, pagando solo un modesto riscatto; ma in realt liber quasi tutti coloro che non avevano mezzi sufficienti a riscattarsi. La conquista musulmana di Gerusalemme ebbe comunque in Europa un effetto dirompente. La Vera Croce, la pi santa e venerabile reliquia della Cristianit, era nelle mani degli infedeli; e dappertutto in Europa si sparsero notizie - false - di violenze e di profanazioni. Papa Gregorio ottavo, succeduto a Urbano terzo, ebbe tempo di regnare appena due mesi, fra l'ottobre e il dicembre del 1187: e in cos breve tempo emise ben due bolle di crociata. Il suo successore Clemente terzo ne continu l'opera, insistendo presso i principi d'Europa affinch deponessero le loro lotte fratricide e partissero non pi, ormai, alla tutela, ma alla riconquista del Sepolcro. La perdita di Gerusalemme poteva sembrare un incubo, un brutto sogno dal quale l'Europa avrebbe voluto svegliarsi subito, una condanna divina marcata a fuoco sulle sue carni corrotte. Una vergogna, soprattutto, per i suoi re.
In quell'ora cupa, un solo guerriero, un avventuriero uscito dal brumoso Norditalia per conquistare il favoloso Oriente, sembra ancora degno del nome della cavalleria cristiana.  Corrado di Monferrato, membro d'un casato che ha davvero, a quel che pare, scelto la via dell'avventura.
La principessa Sibilla di Gerusalemme, sorella del re lebbroso Baldovino quarto, aveva sposato nel 1175 Guglielmo detto Spada-lunga, figlio primogenito del vecchio marchese Guglielmo di Monferrato; il clima d'Oltremare non doveva peraltro giovare granch allo sposo poich era morto appena due anni pi tardi. Al loro figlio lo zio materno Baldovino, lo sventurato sovrano lebbroso, avrebbe voluto lasciare il suo regno: e nel 1185 l'anziano marchese Guglielmo, pacificatosi con l'imperatore dal quale si era allontanato come abbiamo visto all'indomani della pace di Venezia, ma al quale non aveva mai cessato di esser fedele nel segreto del suo cuore, era partito alla volta della Terrasanta per tutelare gli interessi di suo nipote. A Guglielmo era stata casualmente risparmiata, anni prima, l'onta del rovescio di Legnano; ma nel 1187 non gli fu risparmiata quella di Hattin, dove fu preso prigioniero. Pochi giorni dopo, verso la met del luglio 1187, giungeva nel porto di Tiro, l'unica grande citt costiera del regno ancora in mano ai crociati, il secondogenito del marchese aleramico: Corrado.
Nato intorno al 1140, Corrado era allora nel pieno delle forze.
Fra 1177 e 1179 aveva - come gi sappiamo - tentato la fortuna in Italia centrale, dove aveva combattuto anche contro Cristiano di Magonza. Nel 1183 suo fratello Ranieri, che aveva sposato a Costantinopoli la principessa bizantina Maria, moriva in circostanze misteriose; e due anni dopo - fallito un tentato assalto normanno a Bisanzio - Corrado partiva a sua volta per la Nuova Roma sul Bosforo, dove il basileus Isacco Angelo gli aveva destinato in moglie la sorella Teodora. A Costantinopoli egli si era comportato da prode, salvando fra l'altro da una rivolta il trono del cognato: ma questi - che ben sapeva quanto i latini fossero malvisti nella sua capitale e che forse era insospettito e geloso nei suoi confronti - lo aveva ricompensato freddamente, limitandosi ad attribuirgli il titolo onorifico di Cesare. A questo punto, forse addirittura temendo per la sua vita, Corrado aveva scosso dai suoi calzari di rude guerriero occidentale la polvere dorata di Costantinopoli e, su una nave forse genovese forse pisana, si era avviato alla volta della Terrasanta. L aveva trovato che suo padre era in prigionia e la situazione era disperata; e, da Tiro, aveva energicamente guidato la riscossa. A giudicare dai suoi atti di governo, anzi, si direbbe che egli si considerasse ormai il successore di suo cognato Baldovino quarto e di quel Baldovino V del quale era zio. Insomma, questo nobile piemontese, gi Cesare bizantino, voleva diventare re di Gerusalemme (e ci sarebbe del resto riuscito, per breve tempo, fra 1191 e 1192). Il Saladino assedi ripetutamente Tiro, ma Corrado seppe tenergli testa con l'energia e la genialit del cavaliere coraggioso e dello stratega di gran razza, che si era fatto solide ossa in Italia e a Costantinopoli: pare che usasse anche stratagemmi desunti dalla vita di Temistocle narrata da Cornelio Nepote e da Frontino. Si dice perfino che il Saladino avesse cercato di negoziare con lui, offrendogli, in cambio di Tiro, la vita e la libert del suo vecchio padre: ma Corrado avrebbe sdegnosamente risposto che per il genitore egli non avrebbe mai ceduto la pi insignificante pietruzza di Tiro, e che anzi se il vegliardo si fosse presentato sotto le mura l'avrebbe fatto colpire, perch aveva vissuto abbastanza. Il condottiero curdo era da parte sua troppo generoso e troppo intelligente per macchiarsi di un delitto inutile: pare che liberasse comunque l'anziano marchese, che si spense pacificamente nel 1188 in Italia.
Fu ancora Corrado a organizzare la propaganda psicologica per la nuova crociata. Fece dipingere una tavola nella quale era raffigurato un truce guerriero saraceno incombente sul Sepolcro di Cristo, mentre il suo cavallo profanava il venerabile sacello orinandovi sopra: l'arcivescovo di Tiro Josse fu incaricato di girar l'Europa con il dipinto per eccitar gli animi alla commozione e allo sdegno. Corrado scrisse inoltre ai genovesi, ai pisani, all'imperatore, al re d'Inghilterra e a quello d'Ungheria. E difatti, gi dai primi del febbraio 1188, assistiamo nelle citt d'Italia ai preparativi per la partenza dei contingenti crociati.
Alla notizia della caduta di Gerusalemme, Guglielmo secondo aveva rivestito il cilicio e formulato il voto di impiegare tutte le sue risorse per la riconquista della citt del Santo Sepolcro. I suoi sforzi si unirono a quelli di Corrado di Monferrato per incitare alla crociata soprattutto i suoi alleati e congiunti, il suocero Enrico secondo d'Inghilterra e il parente acquisito Federico. I canti di crociata si spargevano per tutta l'Europa cristiana, in quella primavera del 1188. La primavera  tempo pasquale, tempo di preghiera. Ed  stagione di guerra.
Il 27 marzo 1188, domenica Laetare Jerusalem, quarta domenica di quaresima, si tenne nella cattedrale di Magonza una grande Curia Jesu Christi, una "corte di Ges Cristo". L'imperatore non sedeva sul trono, ch'era lasciato vuoto affinch, come nelle raffigurazioni dell'Etimasia, si conoscesse ch'esso era destinato al Cristo rex regum et dominus dominantium, del quale il sovrano germanico era solo vicario e vassallo. Attorno a quel trono vuoto presero posto, secondo il rigido protocollo gerarchico, l'imperatore, i suoi figli e i grandi ecclesiastici e laici dell'impero. L'argomento della Curia Jesu Christi era l'onta della Cristianit: caduta di nuovo Gerusalemme nelle mani degli infedeli, non era l'Antichristo e la fine dei tempi che si appressavano? Il Ludus de Anticristo scritto qualche anno prima, con la Citt Santa profanata, tornava ora quanto mai attuale.
Parl per primo il legato apostolico, per leggere il documento pontificio relativo alla crociata; indi il vescovo Goffredo di Wrzburg tenne un commosso sermone sul dovere dei cristiani di liberare la Citt Santa dal giogo saraceno. Si lev infine il canuto sire di Hohenstaufen, e nella commozione pi intensa dei presenti tenne l'ultima delle sue grandi allocuzioni, nelle quali doveva essere maestro. Egli, il suo primogenito Federico duca di Svevia e i grandi del regno formularono voto solenne e presero la croce. Si disse che in quel giorno a Magonza avessero fatto il voto di crociata tredicimila uomini, di cui quattromila erano cavalieri. Il peso della reggenza, durante l'assenza del sovrano, sarebbe stato sostenuto da Enrico, gi incoronato re dei romani e d'Italia.
Federico era un veterano della crociata, avendo gi partecipato quarant'anni prima alla spedizione di suo zio, il re Corrado. Ma soprattutto egli concepiva la crociata e la difesa della Terrasanta come uno dei doveri precipui dell'imperatore, sia in quanto monarca universale, sia in quanto defensor Ecclesiae. Si  supposto che tra i suoi fini vi fosse quello di estendere l'autorit dell'impero al regno di Gerusalemme, che fino ad allora era rimasto fuori da quell'orizzonte: ma nel sentire di Federico questo aspetto del problema doveva essere sottinteso, dal momento che l'imperatore romano-germanico era erede naturale degli imperatori romani ai quali la Palestina era appartenuta; e dal momento altres che la Gerusalemme cristiana era stata si pu dire rifondata dall'imperatore Costantino e il regno crociato inaugurato da un membro del casato dei duchi della Bassa Lorena vassalli dell'impero, Baldovino di Boulogne.
Nel 1178, l'imperatore Manuele avrebbe scritto una lettera a Federico il quale, secondo una fonte a onor del vero abbastanza insicura, avrebbe risposto l'anno successivo con una missiva nella quale egli si poneva al centro del mondo cristiano e sottolineava perfino i suoi amichevoli rapporti con il sultano di Iconio per mostrare al collega orientale come tutte le fila del potere universale passassero per le sue mani.  dubbio che una tale lettera sia mai uscita dalla cancelleria di Federico, e tanto meno probabile  che sia stata inviata: la provocazione nei confronti dell'autokrator greco sarebbe stata troppo grave. Ma molto meno dubbio  che tale fosse il pensiero profondo di Federico; e la crociata costituiva appunto il momento-chiave di una verifica, il punto pi elevato dell'affermazione di un'auctoritas e di una potestas a carattere universale.
Questo delle lettere apocrife circolanti per l'Occidente e attribuite a un qualche sovrano  un importante argomento, che del resto si avvicina a un altro celebre motivo propagandistico non a caso frequente durante la crociata, quello delle lettere "cadute dal cielo". Sarebbe imprudenza e superficialit riduttiva il limitarsi a definire questi documenti dei "falsi": in realt, venivano messi in circolazione proprio per motivi politici e propagandistici molto precisi, affinch a livello di opinione pubblica si affermassero idee che sarebbe stato troppo rischioso dichiarare apertamente e ufficialmente. A questo livello, e in quest'ordine di problemi,  molto importante - al di l della sua "autenticit" - il "falso" scambio epistolare tra Federico e il Saladino.(66)
Il grande sultano ayyubide esaltava la potenza sua e quella del Principe dei Credenti, il califfo di Baghdad; e Federico a sua volta aveva nel 1188 inviato al Saladino un'ambasceria, guidata da Heinrich von Dietz. Di questa ambasceria, o di una di alcuni anni precedente, faceva parte Burcardo di Strasburgo, che del suo viaggio ci ha tramandato un resoconto nel quale testimonianza diretta e meraviglioso, realt registrata con attenzione e fantasia sostenuta dall'antica letteratura geografica e teratologica si fondono. Il grande porto di Alessandria lo ha stupito, con i suoi traffici e le sue imponenti rovine dell'et antica; ha poi visitato "Babilonia", cio il Cairo, e sa distinguerla da quella mesopotamica e anche da quella antica, la capitale "di Faraone"; il Nilo, con la sua larghezza e con i navigli carichi di spezie "indiane" che lo solcano, lo riempie di ammirazione; i giardini dolcissimi, la cortesia degli abitanti, i ricordi dell'evangelica fuga in Egitto, insomma tutta la delicatezza del paese lo affascina. E beninteso ha visto due grandi "montagne quadrate di marmo", le Piramidi, e si abbandona a un pezzo di bravura esotica descrivendo uccelli e coccodrilli. A Burcardo dobbiamo la solita mediocre e confusa presentazione dell'Islam - un topos in questo tipo di letteratura - ma anche un'interessante ancorch fantasiosa ricostruzione della "Setta degli Assassini" e del carattere iniziatico del sodalizio che fa capo al Veglio della Montagna. La descrizione che Burcardo ci offre di Damasco, nota con i suoi giardini in Occidente gi al tempo della seconda crociata,  commossa. Ma questi empi infedeli, che certo non hanno diritto alla vita eterna, quante dolcezze conoscono in questa! L'uomo del continente europeo, dove il clima  duro e la terra sa essere avara, ci dice con quest'ultima osservazione molte pi cose sullo spirito di crociata di quante non potremmo ricavare dalla lettura di parecchi saggi di critica storica.
A fronte di questa bella descrizione, che il Barbarossa pu davvero aver letto direttamente, ulteriore significato assume la presunta lettera che Federico avrebbe inviato al Saladino nel 1188; e non , intendiamoci, del tutto impossibile che l'abbia inviata, anche se in tal caso la mossa diplomatica non pu certo esser servita a gran che; ma ben pi probabile  che egli ne abbia consentito o addirittura promosso la circolazione in Occidente, che il suo tenore si denunzia come tanto pi efficace nella misura in cui gli occidentali sono i suoi effettivi destinatari.  sintomatico che il testo di questa lettera ci provenga dalla cronaca anglo-normanna di Benedetto di Peterborough, che ce l'ha tramandata. Federico, in quanto imperatore nel nome e per volont dell'Eterno Re, ingiunge al "capo dei saraceni" di abbandonare immediatamente la Terrasanta, rammentandogli quali e quante vittorie egli ha fin l raccolto: si guardi pertanto, l'infedele, dall'assaggiare a sua volta l'artiglio delle vittoriose aquile imperiali! Restituisca quanto ha predato, liberi la Terra-santa dalla sua presenza impura, o si appresti a subire il giudizio di Dio, che l'imperatore lo sfida a battaglia "nel nome del vero Giuseppe" padre di Ges (il Saladino, il cui nome personale  Yusuf, usurpa secondo i cristiani il nome di Giuseppe), e, secondo le tradizioni cavalleresche, stabilisce anche la data dello scontro: il giorno d'Ognissanti del 1189. Si tratta di una vera e propria lettera di sfida.
Retorica, senza dubbio, ad uso della Cristianit occidentale. Dalla quale tuttavia traspare con chiarezza l'alto concetto federiciano d'impero e il legame profondo fra esso e l'idea di crociata. La decisione di Federico nel 1188 di prender la croce e partire per l'Oriente non ha nulla quindi n di "romanticamente" cavalleresco - a parte certe "forme" -, n di senilmente commosso:  il riflesso d'una concezione politica che certo non esclude la sincera commozione e magari nemmeno la nostalgia di un'impresa giovanile, di un'aventure; ma che obbedisce sostanzialmente a un serrato discorso logico. Ne sono prova le misure che egli prende prima di partire e l'atteggiamento che assume nei confronti degli altri sovrani europei, segnatamente dei re di Francia e d'Inghilterra. La crociata  opera di pace e Federico deve guidarla appunto in quanto princeps pacis: guai se essa nuocesse all'equilibrio interno di Germania, d'Italia o di Borgogna! Inoltre, se l'imperatore ne sar capo assoluto, l'impresa sottolineer di nuovo che uno solo  il dominus mundi, mentre gli altri sono soltanto reguli provinciarum.
L'imperatore - dicevamo - non aveva alcuna intenzione di consentire che in sua assenza i risultati d'un lavoro durato trentasei anni andassero alla deriva. Oltre ad assegnare la reggenza al figlio Enrico, egli prese infatti una serie di misure significative: nel maggio del 1188, a Seligenstadt, assegn la contea di Namur - elevandola addirittura a marca - a Baldovino conte di Hainaut, che in questo modo diventava anche principe dell'impero. Era una mossa che rientrava nel programma federiciano di consolidamento del confine occidentale, per quanto i suoi rapporti con il giovane re di Francia fossero buoni. Nella dieta di Goslar dell'agosto successivo Federico affront di nuovo il cugino Enrico il Leone, reduce dalla corte anglonormanna, e gli propose la scelta fra un nuovo esilio ancora presso i Plantageneti, la restituzione solo parziale di alcuni suoi domini e la partecipazione alla crociata: ed Enrico scelse la prima soluzione. Infine, com'era giusto che un crociato facesse, Federico si riconcili nel marzo-aprile del 1189 con il papa: e tale conciliazione segn la fine dell'aggressione di Enrico sesto ai territori della Chiesa. Mancava soltanto un'organizzazione definitiva dei beni degli Staufer in Svevia e in Alsazia, cio nel loro nucleo storico, e di quelli che la famiglia aveva successivamente acquisito in Franconia, Baviera, Lorena, Turingia, Sassonia e Lusazia. Dei suoi figli, Enrico re dei romani e d'Italia e Federico duca di Svevia erano sistemati; al terzo figlio, Ottone, sarebbe andata la Borgogna con il titolo di conte palatino; al quarto, Corrado, veniva assegnata la contea di Rothenburg; infine il quinto, Filippo, avviato alla carriera ecclesiastica, era destinato a governare il capitolo della Cappella Palatina di Aquisgrana.
Ormai, tutto era pronto per la partenza. Federico, allora pi o meno sessantasettenne, aveva pensato agli interessi dell'impero, dei tre regni e del suo lignaggio: e - al di l dell'abitudine di crociati e di pellegrini di far testamento e di sistemare ogni cosa, prima della partenza, come se essa dovesse essere definitiva - v' davvero da chiedersi se in tanta cura non vi fosse, pi che un presentimento, una quasi certezza.  lunga e pericolosa, la strada di Terrasanta: per i vecchi, lo  ancora di pi. Gli uomini del dodicesimo secolo, inoltre, sono profondamente convinti che mundus senescit, che il mondo sta invecchiando, e il Giudizio Universale  vicino. E, infine, ha senso tornare indietro, dopo aver vlto i passi a oriente, verso la Casa del Padre?
Certo  comunque che quest'uomo, che ormai agisce come se fosse sul punto di abbandonare la terra, continua a stupirci per l'energia con la quale sembra pensare e governare: come se fosse certo di non dover mai morire. Il suo abbandonare il trono all'invisibile presenza del Cristo, durante la Curia di Magonza, per sedere "umilmente" accanto al legato pontificio, ha un senso profondo. Ormai l'imperatore ha assunto il suo ruolo - quasi nuovo Mos - alla guida del Popolo di Dio verso la Terra Promessa. A Magonza, dinanzi al trono vuoto, Federico  veramente rex et sacerdos. Per un istante, il papato sembra non esistere nemmeno pi in Occidente; per un momento, l'imperatore riveste una sacralit antica, patriarcale, che va al di l dello stesso linguaggio "romano" del suo potere.
L'esercito crociato guidato dall'imperatore moveva da Ratisbona l'11 maggio del 1189. Si era scelta la via di terra - la medesima della prima crociata - sia perch quella marittima sarebbe stata troppo costosa (e una flotta era cosa troppo lunga da preparare), sia perch i bizantini e saraceni controllavano il Mediterraneo orientale mentre i porti di Siria, esclusa la sola Tiro, erano tutti nelle mani del Saladino. Prima di partire, Federico aveva inviato messaggi amichevoli ai principi i territori dei quali avrebbe attraversato: al re d'Ungheria, al principe di Serbia, al basileus Isacco secondo Angelo, al sultano d'Iconio che non vedeva male una nuova crociata in quanto diffidente e geloso della potenza del Saladino. Il basileus, pur riluttante, aveva promesso aiuti e vettovaglie per l'attraversamento della penisola anatolica; si sarebbe puntato sul regno cristiano della Cilicia (la cosiddetta "Piccola Armenia", tra golfo di Alessandretta, catena dell'Antitauro e sponda destra dell'alto corso dell'Eufrate) per passare da l in Siria e quindi in Palestina.
A Ratisbona, dove l'imperatore aveva convocato i crociati per il 23 aprile, festa del santo-cavaliere Giorgio, si era radunata una gran folla di guerrieri: a evitare all'armata inutili pesi e anche il rischio di quei disordini che solitamente la presenza dei pauperes comportava, l'imperatore aveva prescritto che solo chi poteva equipaggiarsi e mantenersi per due anni a proprie spese avrebbe potuto prendere parte alla spedizione. Al solito,  molto diffcile valutare in termini numerici un esercito del dodicesimo secolo: ma forse non si esagera supponendo (senza cedere alle iperboli numeriche di certi cronisti) che i partenti fossero pi o meno una ventina di migliaia. Oltre ai tedeschi, erano presenti alcuni contingenti provenienti dall'Italia, fra cui - sembra - i cremonesi con il loro vescovo Sicardo, i veronesi col cardinale Adelardo, i bresciani.
Toccando Vienna e Gran, i crociati entrarono nel regno d'Ungheria, dove - forse contrariamente alle attese - i rapporti col re Bela furono ottimi, al punto che si pens a un matrimonio fra una sua figlia e Federico duca di Svevia che seguiva il padre nella spedizione. Questa prima fase del viaggio fu veramente - e non solo per motivi stagionali - una primavera. Possiamo immaginare la cavalcata lieta lungo le valli e per le foreste danubiane e ascoltare i versi del Knig Rother, dello Herzog Ernst, del Rolandslied che parlano dell'Oriente favoloso e delle gesta dei cavalieri del Cristo. Certo Minnesanger e giullari, presenti numerosi nell'esercito, li intonavano spesso. Attraverso Belgrado, Nis e Sofia, i tedeschi erano a Filippopoli il 24 agosto. L le cose cominciarono a farsi difficili: gi bande serbe e bulgare avevano a pi riprese tentato di impedire la marcia ai crociati, e pu anche darsi che dietro a questi attacchi vi fosse la mano bizantina; ma, pi probabilmente ancora, era il cattivo ricordo che le spedizioni crociate precedenti avevano lasciato nei Balcani ad armare gli indigeni. E fu con le armi in pugno che i crociati dovettero entrare in Filippopoli.
Non  credibile che Federico sognasse di rovesciare, strada facendo, l'impero bizantino e di impadronirsene. Certo per il basileus doveva pensare qualcosa del genere: egli era inoltre molto inquieto per il domani della stessa Terrasanta, che fino alla conquista musulmana del settimo secolo era appartenuta all'impero bizantino. Che cosa sarebbe accaduto quando Federico vi fosse giunto? Era pensabile che egli si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di attrarla nella propria sfera? E, se le cose stavano cos, non era meglio che Gerusalemme restasse nelle mani del Saladino? Di qui l'intesa, che ormai a livello diplomatico si andava delineando, tra le corti di Costantinopoli e di Damasco, che avevano fra l'altro un ulteriore nemico comune nel sultano di Iconio.
Certo, dopo le difficolt affrontate nei Balcani e la presa di Filippopoli, anche Federico sembrava aver cambiato idea: forse voleva punire la perfidia bizantina, forse aveva cominciato anche lui a ritenere - ed era un'idea che gi durante la seconda crociata si era fatta strada, specie tra i francesi - che Gerusalemme non sarebbe mai stata con sicurezza cristiana finch fosse restato in piedi l'infido impero scismatico di Bisanzio, pronto sempre a tessere trame con gli infedeli. Il fatto che il basileus avesse gettato in prigione alcuni suoi ambasciatori, fu troppo: in una lettera del 16 novembre Federico ordinava a Enrico sesto di mettere insieme una flotta e di chiedere al papa di predicare una crociata contro Bisanzio. Che cosa avrebbe potuto accadere se fosse stato ancora vivo Guglielmo secondo di Sicilia, che cinque anni prima aveva gi tentato l'assalto alle coste greche? Poco dopo, sempre nel novembre, i crociati conquistavano Adrianopoli e mettevano la Tracia a ferro e fuoco.
A quel punto, Isacco secondo Angelo ritenne molto pi proficuo trattare: anche perch quel che egli voleva a tutti i costi evitare era che l'imperatore e i suoi si affacciassero sul Bosforo e si accampassero sotto la sua citt. Si negozi affinch il passaggio in Asia avvenisse attraverso i Dardanelli, cio da Gallipoli; il che comportava una netta deviazione verso sud delle truppe crociate. Le condizioni proposte dal basileus, e forse anche le ragioni da lui addotte, dovettero esser convincenti, perch l'imperatore accett. Fra la prospettiva di un'avventura costantinopolitana e il sentimento del suo dovere crociato, questo trionf su quella. Del resto aveva fretta di arrivare, e gi nella lettera del novembre precedente aveva raccomandato al figlio di fargli trovare del denaro a Tiro, attraverso il mercante bavarese Bernardo che risiedeva a Venezia.
La marcia attraverso i Balcani era stata troppo lenta: e Federico sapeva bene che l'inverno anatolico  duro. Si acquartier quindi in Adrianopoli, da dove sapeva di poter costituire sempre un pericolo per i bizantini se essi avessero cambiato idea; e solo nel febbraio del 1190 si mosse per raggiungere Gallipoli e farsi traghettare dalle navi greche proprio nel periodo equinoziale di primavera. Giunti presso la Bitinia, non lontani dalle colline che celavano le rovine di Troia, i crociati procedettero verso l'interno. Ai primi di maggio, dopo uno scontro a onor del vero di scarsa portata con i turchi - ma secondo i crociati s'erano visti i santi Giorgio e Vittore combattere nelle loro file - Federico pass per la piana di Myriokephalon, dove, al sole di primavera, pare biancheggiassero ancora le ossa dei soldati di Manuele Comneno l massacrati quattordici anni prima nell'infausto anno di Legnano. Era ormai nel territorio di Kilidji Arslan, il sultano di Iconio che da lontano gli aveva forse fatto ampie profferte d'amicizia, ma che ora non era evidentemente granch disposto a mantenerle. I continui raids degli arcieri turchi disturbavano la marcia e rendevano difficile il vettovagliamento in un paese arido, povero. Iconio fu conquistata il 18 maggio, dopo un'aspra battaglia: ma il sultano si era ritirato. Deposte ormai definitivamente le speranze di un suo aiuto, Federico - dopo una sosta ristoratrice nei giardini attorno alla citt - punt decisamente verso sud-est, cio verso le montagne del Tauro. Alla fine del mese era a Karaman, da dove intraprendeva il passaggio della catena montana a sud, verso la costa. Aveva grandi progetti: e pare che il principe armeno Leone si aspettasse da lui la corona reale e fosse disposto a rendergli omaggio. Se fosse arrivato a Gerusalemme, come avrebbero potuto i principi crociati non fare la stessa cosa? Salve, mundi domine.
 calda, la primavera in Anatolia. Anche vicino alla costa, in vista quasi delle acque azzurre e profonde del golfo di Alessandretta, l'estate gi prossima si fa sentire. Gli uomini del dodicesimo secolo amano i bagni; e l fra le gole del Tauro scorre un fiumicello a regime torrentizio. I greci lo chiamavano Kalikadnos e lo conoscevano anche grazie alle gesta del grande Alessandro; il suo nome arabo-siriaco  Salef; oggi, i turchi lo chiamano Grku. Veramente, non  proprio un fiumicello:  lungo circa 240 chilometri, pi o meno come l'Arno (che difatti Dante definiva "fiumicello") o come il Ticino che Federico ben conosce. Ma, si sa, in Asia tutto  maestoso, tutto  immenso. Non  la madre dei mostri?
Ha fredde acque e gorghi impetuosi, nel suo alto corso, il Salef. Un invito al refrigerio dopo la polvere del cammino e l'aria secca dei monti. L, il Dio degli Eserciti alza la mano e dice al Suo servo: "Fermati".
 il 10 giugno del 1190, di domenica, e non si sa con sicurezza come sia successo. Forse Federico scese da cavallo tentato dalla frescura delle acque, forse l'animale scivol trascinando nel fiume il suo signore gi avanzato negli anni, stanco del viaggio e gravato dal peso delle armi. Pu darsi che sia morto annegato; pu darsi che il suo cuore abbia ceduto al balzo repentino di temperatura, tanto pi che l'imperatore aveva da poco consumato il suo pasto.
Il Saladino poteva ora trarre un sospiro di sollievo, lui che alla notizia dell'avanzare dell'imperatore aveva fatto appello a Nasr califfo di Baghdad chiedendo aiuti. Quel che per la Cristianit era un'altra dura prova, per i musulmani era un miracolo di Allah.
La prostrazione pi profonda s'impadron dei crociati tedeschi, anche se il figlio dell'imperatore, Federico duca di Svevia, assunse il comando della spedizione e fece del suo meglio guidando l'armata verso Seleucia e di l, a Tarso poi ad Antiochia. Boemondo principe di Antiochia e poi Corrado di Monferrato - giunto appositamente da Tiro - accolsero a braccia aperte il duca prostrato e febbricitante per un malessere contratto in Cilicia: ma ormai la spedizione tedesca non esisteva pi, ridotta com'era a una massa di gente disorientata che prendeva al balzo ogni occasione per defezionare. Lo stesso duca Federico sarebbe morto poco dopo, nel gennaio 1191: un cimitero dell'Ordine Teutonico ne accolse i resti. Molti altri grandi signori e umili crociati avevano del resto, o avrebbero entro breve tempo, condiviso la sorte del loro signore. Basti per tutti un nome: quello del Minnesanger renano Friedrich von Hausen, il poeta della lacerazione fra servizio a Dio e servizio ad Amore, del conflitto fra amore-ascesi e amore-passione.
Il viaggio di Federico di Svevia dal Salef ad Antiochia assomiglia a un lungo funerale, scandito dai riti - per noi atrocemente macabri - della riduzione di un corpo umano a reliquia. Al calore estivo, il cadavere - per quanto trattato con aceto - andava corrompendosi. Lo si dovette far quindi bollire, secondo un procedimento consueto, e se ne sotterrarono gli intestini a Tarso e la carne nella cattedrale antiochena di San Pietro, in un sarcofago marmoreo dinanzi all'altar maggiore. Le ossa proseguirono il viaggio, ed era certo intenzione del figlio e dei crociati farle riposare in Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro. Pare fossero sepolte in Tiro, ma secondo altri potrebbero aver trovato anonima pace, in Acri.
Lo sconforto incredulo, attonito, accolse nella Cristianit la notizia della morte del grande sovrano.(67) Uno storico bizantino che sempre e duramente gli era stato avverso, Niceta Coniate, scrisse di lui un elogio commosso: "Lo zelo di quest'uomo fu degno degli Apostoli; la sua intenzione religiosa non inferiore in niente alla santit di quanti, posti al di sopra della comune condizione umana, si elevarono all'altezza del messaggio evangelico con tutta la forza del loro animo e per tutta la vita stimarono al pari d'immondizia la vanagloria umana. Per questo la sua morte fu felice". Gli fa eco dolorosa l'autore della Klner Kaiserchronik: "... la nostra penna inaridisce, mute divengono le parole".
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15. "ER IST NIEMALS GESTORBEN..."
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La repentina scomparsa di Federico nelle acque del Salef fu probabilmente quel che pi impression i contemporanei. Da una parte, v'era il contrasto evidente e drammatico fra una vita gloriosa e una morte che poteva sembrare miserabile. Dall'altra v'era il segno della Provvidenza, tracciato attraverso il simbolo arcano e sacramentale dell'acqua. Era mai possibile che l'imperatore, impegnato nella santa impresa, fosse potuto perire come Faraone mentre insegue il Popolo Eletto? La chiave simbolica della fine di Federico doveva per forza essere un'altra. Il cronista Alberto di Stade vuole che l'imperatore, annegando, pronunziasse una giaculatoria di questo tipo: "Benedetto il Figlio crocifisso di Dio, che mi ha accolto per mezzo di quell'acqua che mi ha rigenerato nel battesimo; e, quell'acqua stessa che mi fece cristiano, possa farmi martire!". Il risultato di questa scena edificante  un tantino ridicolo, ma mostra con chiarezza come la morte per acqua potesse venir trasfigurata nell'esegesi degli uomini del tempo. Il poeta italo-meridionale Pietro da Eboli, fedele a Enrico sesto e a Costanza d'Altavilla, aveva composto un poema dedicato al Barbarossa, i Gesta Friderici, che non ci  pervenuto; ma di Federico parla anche nella sua opera pi famosa, il De rebus siculis carmen, dove l'imperatore  avvicinato a No e a Mos, la testimonianza dei quali fu qualificata dal confronto con la forza delle acque. Fu nel linguaggio esegetico del tempo, l'esodo del Popolo Eletto guidato da Mos verso la Terra Promessa era una figura della crociata. Sembra che a Palermo, nel palazzo imperiale, fossero effigiate la crociata e il sacrificio di Federico.
La crociata confer comunque un nimbo di gloria alla figura dell'imperatore romano-germanico anche in ambienti come quello inglese, dove la tradizione fondata da Giovanni di Salisbury e le consuetudini di affinit con Enrico il Leone non sembravano predisporre a simpatie nei suoi confronti.
La crociata di Federico aveva in effetti - insieme con la pacificazione della Cristianit, che ne era stato corollario - fatto tacere le polemiche attivate negli anni precedenti dagli stessi apparati pubblicistico-propagandistici imperiali e papali, impegnati rispettivamente a dimostrare come Federico fosse rex iustus o tyrannus, e quindi a collegare il suo "personaggio" alla fine dei tempi, come "imperatore dei tempi ultimi" o "figura dell'Anticristo". Questo tipo di pubblicistica e di polemica sarebbe beninteso continuato nel tredicesimo secolo, anche a causa del diffondersi degli scritti di Gioacchino da Fiore o di quelli comunque a lui attribuiti: ma in ci il ruolo di Federico sarebbe stato ereditato dal di lui nipote Federico secondo. E in effetti proprio attorno alla memoria di quest'ultimo sarebbe nata la leggenda dell'imperatore che "vive e non vive": e che - non morto, bens nascosto in un luogo segreto - attende la fine dei tempi per tornare sulla terra. Un mito ambiguo, sospeso fra demonico e teofanico, nel quale per un verso sembra di poter cogliere il riflesso d'una dimensione viva in molti cicli culturali, quella del "monarca universale" - la leggenda iranica di Kereshspa, quella vedica di Puracu-Rma, la tradizione popolare del Buddha Amida, l'escatologismo musulmano legato al tema dell'"Imam velato" e cos via - mentre per un altro paiono conservarsi i resti di antiche leggende come quella della "caccia feroce". Beninteso, credenze di questo tipo possono essere a lungo rimaste dormienti nel sottosuolo folklorico d'Europa, per risvegliarsi - e riproporsi in termini sempre diversi - in periodi di paura, di crisi, comunque di contingenza. Dopo la prima crociata, in Germania si conserv il ricordo d'una delle pi truci e sanguinarie figure di cavalieri-predoni ch'erano state a capo di spedizioni "popolari" risolte in massacri di ebrei, Emicho conte di Leiningen, che - si diceva - era stato veduto entrare alla testa d'un terribile esercito di larve nelle viscere d'una montagna infocata. Ancora il tema dell'"esercito dei morti" - un antico tema della mitologia germanica rivisitato in termini cristiani di apparizioni di defunti dannati o tormentati dalle fiamme del Purgatorio - si riproponeva nella leggenda di Carlomagno che dorme nelle viscere del Gudenberg ("Montagna di Wotan") o in quella di Art che, dopo la morte, sopravvive nell'Avallon - o, secondo un'altra versione, nell'Etna - e di l torner nel suo regno (e nel Medioevo si canzonavano i bretoni che aspettavano il ritorno di Art: Arthurus, rex quondam, rex venturus).
Queste leggende sono state talvolta alla base d'imprese politiche, come quelle tentate verso il 1284 da due personaggi che, in Germania, si spacciarono per Federico secondo tornato nel suo regno. Di questi "ritorni del re"  piena la letteratura politico-escatologica tedesca fra Medioevo e Rinascimento; anzi, si pu dire che questo tipo di mitologia  una delle componenti nelle quali affondano i presupposti della Riforma, ed  senza dubbio legato al profondo disagio e al vasto disorientamento politico di quegli anni. Ma sostanzialmente la memoria di Federico Barbarossa scompare, obliterata da quella del nipote e sommersa dalle vicende posteriori.
Anche in Italia, il ricordo di Federico non visse a lungo: anche l, le polemiche nate attorno alla figura di Federico secondo lo fecero dimenticare. Anzi, se per la propaganda ghibellina egli poteva essere il prototipo dell'imperatore forte, vittorioso e giusto, per quella guelfa egli continuava a essere il primo dei tre "flagelli" della casa di Svevia, quel "vento di Soave" che allo stesso Dante sembrava aver sconvolto la storia del dodicesimo tredicesimo secolo.
D'altra parte, Dante ricorda con grande rispetto Federico. Chiamandolo, nella Divina Commedia, "il buon Barbarossa - di cui dolente ancor Melan ragiona",(68) egli dimostra di volersi accostare all'immagine stessa che l'imperatore intendeva dare di s e del suo potere: giustizia e clemenza da un lato, ma dall'altro inflessibilit contro i ribelli. E nella lettera spedita "agli scelleratissimi fiorentini", erano ancora gli esempi di Spoleto e di Milano, ribelli a Federico e quindi punite duramente, a tornare nella polemica dantesca contro Firenze ribelle a un altro imperatore, Enrico settimo di Lussemburgo. Ancora, nel Convivio, Dante osserva che "... quasi dire si pu de lo Imperadore, volendo lo suo officio figurare con una imagine, che elli sia lo cavalcatore de la umana volontade". Ed , questa, un'immagine che si avvicina molto all'idea che dell'impero come armonia di cavaliere e di cavallo viene presentata dalla letteratura tedesca, e che torna nell'esegesi di una celebre scultura gotica conservata nella cattedrale di Bamberga e chiamata appunto il Bamberger Ritter, il "Cavaliere di Bamberga", spesso additata appunto come un'allegoria dell'impero.
Ma Dante scriveva queste cose proprio quando l'ideale universalistico dell'impero medievale stava venendo meno: e non  certo strano che egli fosse, anche in ci, inascoltato. Ben pi attuale era, al confronto, la pur tanto pi povera e unilaterale visione di un Barbarossa annegato in punizione delle persecuzioni che aveva inflitto alla Chiesa, secondo la proposta del cronista guelfo fiorentino Giovanni Villani.
Pu comunque darsi che all'eclisse di Federico primo dalla memoria storica italiana abbia in qualche modo contribuito il fatto che fra Tre e Quattrocento Milano fu, con i Visconti, la roccaforte del ghibellinismo. Stando cos le cose, la storiografia encomiastica viscontea non poteva certo assumere a gloria cittadina la lotta contro l'imperatore: e, tacendosi di essa, anche del Barbarossa si taceva. Anche nella Patria Historia di Bernardino Corio, scritta alla fine del Quattrocento per Ludovico il Moro, Federico ha il ruolo del sovrano nemico e terribile, non senza tuttavia tratti di grandezza. E negli episodi relativi alla lotta tra Federico e Alessandro terzo effigiati nel Palazzo Pubblico di Siena e nel Palazzo Ducale di Venezia, se si vuol rendere omaggio - rispettivamente - ad Alessandro come grande cittadino di Siena e alla Repubblica di San Marco in quanto mediatrice della pace del 1177, non si vogliono comunque eternare - in una sorta di pittura infamante - la sconfitta e l'umiliazione dell'imperatore.
Che l'interesse per Federico Barbarossa in Italia fosse sopito, e tale restasse per tre lunghi secoli, lo dimostra il fatto che l'Esame dell'antica libert dei Lombardi, e della pace di Costanza del vercellese Jacopo Durandi, che pur aveva superato nel 1772 l'esame di censura a Torino ed era quindi pronto per la stampa, non venisse edito che sessantasei anni dopo, nel 1838, in un clima storiografico e - soprattutto - politico completamente nuovo.
Ed  appunto a questo mutamento di clima politico che noi dobbiamo, in Germania come in Italia - con un significativo parallelismo di fatto, anche se suscettibile com'era naturale e come vedremo di generare prodotti di opposto segno -, la "resurrezione" del Barbarossa.
Nel Settecento tedesco, a Federico aveva dedicato uno studio biografico edito nel 1722 il conte Heinrich von Bunau, erudito statista sassone. Ma il rinnovamento degli studi federiciani in Germania si deve essenzialmente a due opere: la Geschichte der Hohenstaufen und ihrer Zeit edita in sei volumi tra 1823 e 1825 da Friedrich von Raumer e la Geschichte der deutschen Kaiserzeit pubblicata anch'essa in sei volumi, fra 1855 e 1895, da Wilhelm von Giesebrecht. Nell'arco di tempo sotteso a queste due opere, che riempirono di s romanticismo e storicismo tedeschi, si snodano la vicenda della nascita della nazione tedesca moderna e il dramma del sorgere - tra Restaurazione e Quarantotto - del patriottismo tedesco e del suo degenerare in nazionalismo. Che l'opera del Giesebrecht fosse tutta percorsa da un messaggio politico di segno romantico-nazionale, quello teso a suscitare nei tedeschi del suo tempo - e specie nei giovani - ammirazione per le memorie del passato,  noto. E ancor pi importante  l'accoglienza che l'opinione pubblica tedesca riserv alla Entstehung des deutschen Knigstums del von Sybel, edita nel 1844, che condannava la politica universalistica degli imperatori germanici del Medioevo come "non tedesca" (undeutsch), e alle due opere del Ficker, Das deutsche Kaiserreich in seinen universalen und nationalen Beziehungen e Deutsches Kaisertum und Knigtum, del 1861 e 1862, nelle quali la visione del von Sybel veniva duramente contestata. Dietro questa polemica, si individuavano le linee portanti di due diverse visioni politiche, quelle, rispettivamente, dei "Piccoli Tedeschi" e dei "Grandi Tedeschi". E il Barbarossa diveniva, con i suoi caratteri di pater patriae per un verso e con i suoi sogni universalistici per un altro, la cerniera della storia tedesca rivisitata in termini romantici.
Ma a questo punto Federico Barbarossa era gi entrato nel mito: e il vecchio ciclo leggendario del "nuovo Federico" che attende il giorno del risveglio gli veniva ormai attribuito, con evidenti connotazioni politiche. Federico era la nuova Germania, in attesa di risvegliarsi. Cristianesimo, medievismo, culto della tradizione: tutto il romanticismo tedesco dalla lotta di liberazione contro l'egemonia napoleonica in poi convergeva su questo mito al quale nel 1815 il poeta Friedrich Rckert aveva dato voce narrando in una celebre ballata la leggenda del grande imperatore che non  mai morto ("Er ist niemals gestorben") e dorme sognando in una grande sala sotterranea:
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Il vecchio Barbarossa,
l'imperatore Federico,
sta, nell'incantesimo,
in un castello sotterraneo.
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Egli non  mai morto,
e, chiuso l dentro, egli vive ancora;
si  nascosto nel castello,
ed  immerso nel sonno.
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Egli ha portato con s
tutto lo splendore dell'impero,
e con esso torner alla fine,
quando sar il tempo.
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Tutto d'avorio  il trono
su cui siede l'imperatore;
ed  di marmo la tavola
sulla quale egli tiene piegata la testa.
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La sua barba non  come lino,
ma come fuoco ardente,
e giace allungata sulla tavola
sulla quale egli tiene reclinato il mento.
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Come in sogno, egli muove la testa
e ammicca con gli occhi socchiusi;
e talvolta, a lunghi intervalli,
egli chiama con un cenno uno dei suoi servitori.
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In sogno, cos gli dice:
- Esci, o nano, dal castello,
e guarda se i corvi
volano ancora attorno al monte.
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E se i vecchi corvi
stanno ancora volando,
questo  il segno che io debbo ancora dormire
nell'incantesimo, per altri cento anni -.
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Fu grazie alla ballata del Rckert e all'opera di ricerca e di reinvenzione delle tradizioni tedesche compiuta dai fratelli Grimm che il Barbarossa rientr fra le glorie germaniche, prendendo posto fra gli "eroi della patria tedesca". Il Barbarossa  il protagonista magico di un racconto fantastico di Achim von Arnim, Die Kronenwchter, edito nel 1817: esso parlava della rigenerazione magico-mistica del Sacro Romano Impero, e non a caso divenne una delle letture preferite alla corte degli Hohenzollern. Ma tutto ci poneva un problema: quello del legame fra mito germanico antico e realt storica. Il problema fu in un certo senso risolto da Richard Wagner, il quale in un "suo" Federico Barbarossa, reinterpretato e fatto protagonista di un'opera che non fu peraltro mai scritta, ricollegava gli Staufer ai Nibelunghi. L'imperatore svevo diveniva cos l'anello mancante della catena che dal mito conduceva alla storia.
Il poema Friedrich I, febbrilmente buttato gi nell'ottobre 1846, era quanto di pi rigorosamente storico l'artista potesse immaginare: egli voleva appoggiarsi appunto alla storia, ai fatti della storia, per fondare qualcosa di veramente popolare. Dietro questo progetto si nascondeva l'idea solita di Wagner, quella dell'eroe popolare, del grande capo in grado di guidare la rivoluzione salvatrice dall'alto. La storia non poteva esser sufficiente a legittimare una tale visione: per essere piegata a ci essa doveva per forza di cose venir corrosa dal mito. Ed ecco come Wagner stesso, nel Mein Leben, rivive appunto il passaggio dalla storia al mito:
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... pensai alla composizione di un dramma che avesse per eroe l'imperatore Federico Barbarossa. L'idea di "sovrano" doveva esservi rappresentata nella sua pi grande e terribile importanza; di fronte all'impossibilit di realizzare la sua idea, l'imperatore serbava una dignit che destava la simpatia e dava una chiara nozione della molteplicit delle cose di questo mondo. Disegnai solo a grandi tratti l'abbozzo di quel dramma che doveva essere in versi rimati popolari e nello stile dei nostri poeti epici del primo Medioevo tedesco; qualche cosa che somigliasse al poema Alessandro del prete Lamberto. L'azione era distribuita in cinque atti, come segue. Atto primo: riunione della dieta nella pianura di Roncaglia; esposizione della sovranit imperiale che comprendeva anche l'investitura dell'acqua e dell'aria. Atto secondo: assedio e presa di Milano. Atto terzo: tradimento di Enrico il Leone e rotta di Legnano. Atto quarto: dieta di Augusta, umiliazione e punizione di Enrico il Leone. Atto quinto: dieta e grande riunione della corte a Magonza; pace con i lombardi, riconciliazione con il papa, presa della croce e partenza per la Terrasanta.
Ma l'interesse che m'ispirava questo progetto drammatico fu distratto fin dal primo momento dall'attrattiva assai pi potente esercitata sul mio cervello dal lato mistico di un altro argomento dello stesso genere, nella leggenda dei Nibelunghi e di Sigfrido. La scoperta di questa analogia tra la storia e la leggenda, che qui si toccavano, mi port a scrivere in proposito una dissertazione, per la quale mi servii di monografie (non ricordo pi i nomi degli autori) trovate nella biblioteca reale, che mi diedero indicazioni precise sui regni primitivi dei germani. Pubblicai in seguito con il titolo Wibelungen quello studio abbastanza lungo, e dopo il Barbarossa non ho pi trattato alcun soggetto storico nel dramma.

Il mito del ritorno di Federico riempie di s, variamente atteggiato, la fantasia di Wagner, ma anche la storia della Germania di quei tempi. Un biografo dell'artista, il Gregor-Dellin, commenta: "Tra i frammenti postumi di Wagner si sono trovate delle "Parole conclusive" per la fantasia wibelungica... "Quando tornerai, Federico, splendido Sigfrido? Quando abbatterai il drago malvagio che tormenta l'umanit?": che mescolanza di mito e di storia contemporanea, di arte e di politica, di opera lirica e di quarantottismo!".
E fu proprio nel '48 che Wagner, rinunziando - come si esprime Robert W. Gutman - alla "storia" per il "mito" trasfigur i suoi diletti Hohenstaufen nel saggio Die Wibelungen, "risoluto ma confuso tentativo -  ancora il Gutman ad avvertirci - di organizzare e affinare le sue letture e i suoi pensieri sui miti del Reno, Siegfried e il tesoro dei Nibelunghi, e il loro rapporto con la storia tedesca". Giocando arditamente - e, inutile dirlo, del tutto arbitrariamente sul piano filologico - sulla lontana assonanza fra Weiblingen e Nibelungen, il maestro faceva di Federico Barbarossa un discendente diretto di Sigfrido, anzi un Sigfrido rinato, mentre il tesoro dei Nibelunghi subiva una duplice e in certo senso contraddittoria sorte: da una parte si spiritualizzava arcanamente sino a identificarsi nel Santo Graal, oggetto ultimo della crociata in Oriente nella quale Federico avrebbe sacrificato la vita (e quest'evoluzione del tesoro in mito spirituale sarebbe stata patrimonio della coscienza tedesca); dall'altra si trasformava gradualmente nel "possesso ereditario", cio si storicizzava nella propriet, origine di tutti i mali. Questa visione negativa dell'evoluzione storica del tesoro si compiva soprattutto nelle correzioni zurighesi che Wagner introdusse al dodicesimo capitolo del suo saggio, sotto l'impressione della sua grande avventura rivoluzionaria del '48-49: l'adesione al movimento rivoluzionario, l'amicizia con Michail Bakunin, la tumultuosa lettura di Proudhon, la partecipazione ai moti di Dresda, la fuga. In questo clima nascevano i drammi dell'Anello del Nibelungo, concepiti nel '48 e terminati a Zurigo nel '52. In questo medesimo clima, sempre a Zurigo, alla fine del luglio del '49 nasceva il saggio Arte e rivoluzione., ispirato a Proudhon e a Feuerbach, con i suoi attacchi al cristianesimo e al mondo dell'industria, del denaro, dello sfruttamento. L'operosit immorale o la corrotta indolenza, "ideologia dei ricchi", sarebbero - nota il Gregor-Dellin - esattamente le caratteristiche dei due personaggi negativi dell'Anello, Alberico e Fafner. Nella visione wagneriana, sembrano fondersi elementi desunti dalla critica alla societ industriale portata avanti dagli autori della Restaurazione ("le nostre fabbriche ci mostrano il quadro penoso della pi abietta degradazione dell'uomo: una fatica continua che uccide il corpo e lo spirito senza gioia n amore"), temi esaltanti la natura sulla linea da Rousseau a Proudhon e una certa individuazione del concetto di alienazione.
Nel 1870 l'impero tedesco veniva proclamato solennemente nella Sala degli Specchi di Versailles: il vecchio Barbarossa era risorto. E in effetti una serrata propaganda storico-demagogica si mise in moto. A Goslar veniva costruito in stile neoromanico un solenne "palazzo imperiale" vigilato da due grandi statue equestri: quelle degli "imperatori paralleli" Barbarossa e Guglielmo primo di Hohenzollern, al quale uno storico evidentemente sprovvisto di senso dell'umorismo, il Dahn, aveva affibbiato anche un "soprannome parallelo": Barbablanca. Ed era ancora il Kaiser Guglielmo a sovrastare, colossale in un altro monumento equestre, la cima della montagna turingia del Kyffhuser: nel piedistallo del monumento si ricavava la grotta del Barbarossa dormiente, anzi ormai risvegliato. Correva l'anno 1871. Anche a Goslar, nella sala d'onore, affreschi romantici narravano le gesta del pi medievale e pi tedesco degli imperatori. Qualche anno pi tardi, all'incirca verso il 1897-98, il Kyffhuserbund, la "Lega per le cerimonie sacre sul Kyffhuser", trovava nella montagna e nel monumento il suo centro, lo spazio mistico e magico per le sue cerimonie patriottiche, vere e proprie liturgie laico-militari.
Il "santuario turingio" del Kyffhuser diveniva da allora il centro sacrale di questo culto federiciano, che dall'escatologismo di una leggenda medievale rivisitata in chiave romantica si avviava al liturgismo teatrale della "nazionalizzazione delle masse". Beninteso, il Kyffhuser aveva dei rivali: ad esempio il centro svevo di Gppingen presso Weiblingen, culla degli Staufer, dove si inaugurava una cappella votiva in stile neogotico; oppure il massiccio bavarese dell'Unterberg, concorrente del Kyffhuser - nel nome di quella Germania meridionale che al Barbarossa aveva dato i natali - nell'offrire all'imperatore dormiente la sua residenza.
In un contesto di questo genere, assume un ambiguo significato l'impresa, suggerita dal Bismarck, volta a rintracciare il vero sepolcro del Barbarossa in Asia Minore. Vi parteciparono nel 1878 Johann Sepp ed Heinrich Prutz, e il resoconto del loro lavoro sollev una polemica nella quale entr anche il mentore dell'ipercritica del tempo, lo Scheffer-Boichorst. Ma che cosa avrebbe voluto fare il principe di Bismarck della tomba orientale del Barbarossa, se essa fosse davvero stata ritrovata? Un altro centro di culto patriottico? Un elemento per eventuali rivendicazioni tedesche sul litorale siro-libanese? O un argomento di razionalizzazione storica, giacch l'esatta ubicazione della sepoltura avrebbe raffreddato gli entusiasmi dei mistici del Kyffhuser, riuniti attorno al mito nato sul dato obiettivo dell'assenza d'un sepolcro effettivo?
Non lo sappiamo. Certo  che il Kyffhuser continu ad esercitare il suo fascino. Non bastarono i versi satirici che Heinrich Heine dedic alla leggenda nel poema Deutschland. Ein Wintermrchen, dove l'imperatore dormiente diviene un furbacchione reazionario che sonnecchia e non ha alcuna voglia di saltare a cavallo e vendicare la Germania umiliata. L'incanto romantico e wagneriano, appoggiato alla nevrosi nazionalistica, ebbe comunque la meglio sulla corrosiva satira di Heine. Il mito federiciano venne costantemente invocato in appoggio al radicamento della dinastia Hohenzollern nelle tradizioni tedesche, e ancora durante la repubblica di Weimar esso conobbe qualche fasto: come nella celebrazione che Friedrich Gundolf - uno dei pi interessanti esponenti della cerchia di Stefan George - gli dedicava nel suo Caesar del 1924; e vari gruppi e associazioni politiche continuarono, nel dopoguerra, ad ispirarsi al Barbarossa, alla sua storia e ai luoghi che lo avevano veduto nel suo splendore, come il palazzo imperiale di Gelnhausen. Lo stesso Hitler sfrutt almeno in parte il mito barbarossiano, facendone una delle basi per il messianico "Terzo Reich" che avrebbe dovuto durare "mille anni". La residenza estiva del cancelliere del Reich, sull'Obersalzberg, era in vista dell'Unterberg, cio del "Kyffhuser bavarese"; e al Barbarossa s'intitol la campagna di Russia per quanto - notoriamente - l'imperatore Federico non fosse mai stato un interprete del Drang nach Osten, ruolo che semmai storicamente era stato sostenuto dal cugino Enrico il Leone. E difatti, in realt, la propaganda nazionalsocialista non si appoggi mai granch al mito barbarossiano: in ci i nazisti si sentivano pi vicini al von Sybel che al Ficker, e consideravano anch'essi undeutsch la politica mediterranea di Federico. Egli era stato troppo cristiano, troppo ecumenico, troppo mediterraneo per i loro gusti. Il che non toglie che fuori di Germania - e segnatamente in Italia - si sia sviluppata nell'immediato dopoguerra una visione pseudostorica tanto spudoratamente falsa quanto dura a morire (sopravvive difatti ancora, in certi manuali scolastici) che vuole scorgere nell'indole e nell'azione politica del Barbarossa una sorta di nazismo avant la lettre.
Non metterebbe conto di occuparsi di volgarit di questo genere, neppure per confutarle, se esse non derivassero da illustri e significative (sia pur storicamente a loro volta forzate) origini. Alludiamo evidentemente alla visione romantico-risorgimentale della storia del nostro Medioevo, che nel secolo scorso indusse a vedere nella lotta fra il Barbarossa e i comuni della Lega lombarda il primo capitolo della storia della lotta di liberazione nazionale dallo straniero.
Dopo l'opera del Voigt dedicata alla storia della Lega lombarda, e soprattutto dopo l'Histoire des rpubliques italiennes di Sismondo de' Sismondi, and affermandosi l'idea che quella dei comuni italiani contro il Barbarossa fosse la lotta degli oppressi contro l'oppressore. Ma fu soprattutto con la Storia della Lega lombarda di Luigi Tosti, edita nel 1848, che l'analogia fra tedeschi del dodicesimo e austriaci del diciannovesimo secolo divenne un topos al quale risultava quasi impossibile opporsi.
La sincronicit fra l'uscita dell'opera del Tosti e il famoso "anno europeo", il Quarantotto, era da sola molto eloquente. Ma ancor prima il Barbarossa e la Lega lombarda avevano ispirato scrittori che in essi avevano trovato i referenti per un discorso che avrebbe dovuto essere, romanticamente, storico, letterario e artistico nello stesso tempo. Era ispirandosi alla lettura del Sismondi che Silvio Pellico aveva pensato di scrivere una tragedia sul Barbarossa, mentre gi fin dal 1816 Cesare Balbo si era cimentato in un romanzo su La Lega di Lombardia. Nel 1828 Cesare Cant, nella novella in versi Algiso, aveva rievocato la distruzione di Milano. E, in una della celebri Fantasie di Giovanni Berchet, quella dedicata al Giuramento di Pontida, lo spirito degli esuli dopo i fatti del '21 si anima di uno straordinario colore eroico. Ancora alla Lega lombarda si ispirarono il Mamiani per un poema, il D'Azeglio per un romanzo (ma poi, accortosi che la realt storica di quei tempi era sensibilmente diversa dalla lezione politico-propagandistica che se ne voleva trarre, lasci perdere) e infine Giuseppe Verdi per La battaglia di Legnano che - scritta su libretto di Salvatore Cammarano - fu rappresentata per la prima volta a Roma, il 27 gennaio 1849, pochi giorni prima di quel 9 febbraio che avrebbe visto la proclamazione della Repubblica Romana. Il Risorgimento rivelava, cos, le sue due anime: se l'opera verdiana dava alla lotta contro il Barbarossa un significato laico e repubblicano, pochi mesi prima, nel '48, era a Pio nono che Luigi Tosti aveva dedicato la sua Storia della Lega lombarda, da leggersi quindi in una prospettiva neoguelfa.
Giosu Carducci, con la poesia Sui campi di Marengo e con il frammento che avrebbe dovuto far parte dell'incompiuta Canzone di Legnano, canonizzava quell'opposizione fra un mondo germanico chiuso e feudale e un mondo latino aperto e mercantile che era ormai divenuta parte di un retaggio risorgimentale passato nelle scuole e a sua volta stanco e retorico. Intanto, una serie di pittori italiani - dal D'Azeglio stesso al Landriani, al Mazza, al Giuliano, al Gastaldi, al Bianchi, al Cao, al Cassioli - si davano a rappresentare momenti della vita del Barbarossa e della lotta contro di lui, privilegiando episodi come il giuramento di Pontida e la battaglia di Legnano.
I versi del Berchet e del Carducci, i dipinti del Cassioli, sono stati il pane quotidiano di alcune generazioni di scolari italiani delle elementari e delle medie inferiori: l'odio contro i "tedeschi", e l'identificazione di essi col Barbarossa,  stato per decenni fra Otto e Novecento, se non succhiato col latte, almeno imparato a memoria insieme con l'abbecedario. Verso il 1920 il popolare Vamba, cio lo scrittore Luigi Bertelli, nel suo Giornalino di Gianburrasca, non aveva dubbi su chi fossero i tiranni: Federico Barbarossa, Galeazzo Visconti e il feldmaresciallo Radetzky che il pestifero Giannino Stoppani, protagonista del libro, riciclava con fiorentina disinvoltura come "generale Radeschi".
Vecchia, vana, deleteria retorica, che anche da noi fin nel chiasso e nel cattivo gusto del nazionalismo. Cos, ora, sgombrato il campo dagli equivoci del "secolare nemico", anche noi possiamo finalmente guardare con chiarezza e serenit, da europei, alla figura di un grande sovrano dell'Europa cristiana del dodicesimo secolo.
Di questo grande sovrano, abbiamo rievocato qui la vita. Vorremmo attenerci alla modestia del "genere" biografico, e non tentarne un bilancio storico. Si pu tuttavia osservare che oggi non hanno ormai pi senso certe vecchie polemiche sul ruolo "reazionario" o "innovatore" della politica di Federico, o sul fatto che egli sia "riuscito" o abbia "fallito", che sia stato un vincitore o un vinto.
Certo  che il Barbarossa seppe essere all'altezza di un secolo centrale, nella storia dell'Europa, come il dodicesimo. Il suo profondo senso della dignit dell'impero e l'alta considerazione che egli sempre dimostr per il suo stesso ruolo non gli impedirono di assumere sovente posizioni ispirate a un deciso realismo politico, addirittura a spregiudicatezza: e, in reazione a vecchie tesi che - a torto - parlavano di un suo eccessivo rigore o di un suo unilaterale impegno in appoggio al sistema feudale contro qualunque altra forza, oggi si preferisce sottolineare la componente "opportunistica" della sua politica, la sua flessibilit condizionata solo dalla durezza con la quale usava sostenere quelle che egli riteneva questioni di principio, quelle su cui si basava la sua sovranit. D'altra parte, per quel che ad esempio riguarda i suoi rapporti con le citt italiane, la chiarezza con la quale Federico si rese conto delle loro grandi possibilit economiche fa da riscontro alla sua difficolt a comprendere anche la natura politica del movimento comunale: da qui un atteggiamento dispotico e soprattutto un fiscalismo pesante che partiva dal concetto che a cos ricche citt si potesse far pagare il peso di una politica di ampio respiro, che richiedeva spese molto ingenti. Ma questa pesantezza finiva col far giocare all'impero un ruolo obiettivamente eversore nello sviluppo della societ comunale italiana: e difatti, al di l dei risultati della pace di Costanza del 1183, l'equilibrio imposto dal Barbarossa non poteva reggere a lungo. Diversa la situazione in Germania, dove l'azione di Federico dette l'ultimo colpo al sistema basato sull'equilibrio fra i gruppi etnici e fond un nuovo assetto a base territoriale e feudale, destinato a rimanere alle radici "federali" della Germania moderna.
Cadde, certo, il progetto di monarchia universale appoggiata al diritto romano. Esso apparteneva troppo profondamente e specificamente al dodicesimo secolo per sopravvivergli. Ma il vigore di un disegno perseguito durante un regno durato quasi un quarantennio comport una serie di risultati obiettivi - in Germania come in Italia e in Borgogna - destinati a perdurare nel tempo. Essere stato appieno un uomo del suo secolo, un plasmatore del suo secolo; e quindi esser passato con esso. Questo  il ruolo di Federico, questa la sua posizione dinanzi alla storia.
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FINE.
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16. GLI EVENTI.
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1120-1126 Date entro le quali si situa la nascita di Federico.
1122 Concordato di Worms fra il papa Callisto secondo e l'imperatore Enrico quinto.
1123 marzo. Primo Concilio lateranense.
1125 maggio. Muore l'imperatore Enrico quinto.
agosto-settembre. Elezione e incoronazione di Lotario secondo a re dei romani.
1133 giugno. Lotario secondo incoronato imperatore a Roma.
1137 dicembre. Morte di Lotario secondo.
1138 marzo. Elezione e incoronazione di Corrado terzo a re dei romani.
1139 Il Concilio lateranense.
1143 Primi avvii del comune romano.
1144 Caduta della contea di Edessa, conquistata dall'atabeg di Damasco e Mosul.
1145 dicembre. Papa Eugenio terzo bandisce la seconda crociata.
1146 dicembre. Durante la dieta di Spira, re Corrado terzo e Federico duca di Svevia prendono la croce.
1147 autunno. Partenza dei crociati tedeschi da Ratisbona. ottobre. Disfatta dei crociati tedeschi presso Dorileo.
1149 Federico di Svevia sposa Adela di Vohburg.
1152 febbraio. Muore a Bamberga Corrado terzo.
marzo. Federico di Svevia eletto e incoronato re dei romani,
maggio. Dieta di Merseburgo. Bando delle guerre private.
1153 marzo. Dieta di Costanza. Primi accordi di Federico con il papato e con alcuni feudatari e comuni lombardi.
Annullamento del matrimonio tra Federico primo e Adela di Vohburg.
1154 ottobre. Prima discesa di Federico primo in Italia.
novembre. Prima dieta di Roncaglia.
1155 febbraio. Saccheggio di Asti.
aprile. Federico primo incoronato re d'Italia a Pavia.
Distruzione di Tortona.
maggio. Incontro di Federico primo con i giuristi bolognesi.
giugno. Incontro di Sutri tra Federico primo e papa Adriano quarto.
Incoronazione imperiale di Federico primo a Roma.
luglio. Distruzione di Spoleto. settembre. Federico primo torna in Germania. ottobre. Investitura ufficiale di Enrico il Leone duca di Sassonia a duca di Baviera.
1156 giugno. Matrimonio tra Federico primo e Beatrice di Borgogna.
settembre. Dieta di Ratisbona. Rainaldo di Dassel cancelliere dell'impero. Costituzione del ducato d'Austria affidato a Enrico di Babenberg.
1157 settembre. Dieta di Wrzburg.
ottobre. Dieta di Besanon. Scontro tra l'imperatore e il legato pontificio cardinal Rolando Bandinelli.
1158 luglio. Seconda discesa di Federico primo in Italia. Assedio di Brescia. agosto. Federico primo ordina la ricostruzione di Lodi distrutta dai milanesi. Distruzione di Brescia. Assedio di Milano.
settembre. Resa di Milano. novembre 11. Seconda dieta di Roncaglia.
1159 aprile 16. Milano dichiarata contumace e ribelle.
luglio. Inizio dell'assedio di Crema.
settembre. Morte di papa Adriano quarto. Contemporanea elezione di Rolando Bandinelli (Alessandro terzo) e di Ottaviano Monticelli (Vittore quarto).
ottobre 23. Lettera di Federico primo ai vescovi tedeschi sui fatti relativi alla doppia elezione papale.
1160 gennaio. Distruzione di Crema.
febbraio 5. Concilio di Pavia: i vescovi convocati dall'imperatore confermano l'elezione pontificia di Vittore quarto.
marzo 24. Alessandro terzo scomunica Federico primo.
1161 agosto. Federico primo inizia l'assedio di Milano.
1162 marzo. Resa di Milano, aprile. Distruzione di Milano.
agosto. Federico primo in Borgogna. Trattative infruttuose con il re di Francia.
1163 ottobre. Terza discesa di Federico primo in Italia.
1164 aprile. Formazione della Lega veronese.
Muore Vittore quarto; eletto papa di parte imperiale Pasquale terzo.
giugno. Rainaldo di Dassel parte da Milano con le reliquie dei Re Magi.
luglio 23. Rainaldo di Dassel arriva a Colonia.
settembre. Ribellione di Piacenza contro il rettore imperiale.
ottobre. Federico primo torna in Germania.
1165 maggio. Dieta di Wzburg. Giuramento dell'imperatore e dei nobili tedeschi di non riconoscere mai Alessandro terzo come papa legittimo, novembre 23. Solenne ingresso di Alessandro terzo in Roma, dicembre. Canonizzazione di Carlomagno ad Aquisgrana.
1166 ottobre. Quarta discesa di Federico primo in Italia, novembre 15. Dieta di Lodi.
1167 marzo 8. Lega tra Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, e invito di Milano a parteciparvi.
aprile 7. Data tradizionale del cosiddetto giuramento di Pontida.
27. La lega incomincia la ricostruzione di Milano.
maggio. Primo assedio imperiale di Ancona.
23. Lodi aderisce alla Lega cremonese.
29. Vittoria degli imperiali contro i romani a Monteporzio.
agosto 1. Nuova incoronazione imperiale di Federico.
Epidemia nell'esercito imperiale.
settembre. Federico primo scaglia il bando contro la Lega cremonese.
dicembre 1. Si uniscono Lega veronese e Lega cremonese: nasce la Lega lombarda.
1168 marzo. Federico, sulla via del ritorno, a Susa.
primavera. Fondazione della citt di Alessandria, maggio 15. Dieta di Bamberga.
maggio 29. Dieta di Wrzburg: lodo di Federico tra Enrico il Leone e i suoi avversari.
settembre 20. Morte di Pasquale terzo. Elezione a papa imperiale di Callisto terzo.
ottobre 24. Rinnovo dei patti della Lega lombarda.
dicembre 1. Riunione della Lega lombarda a Lodi.
1169 giugno 24. Dieta di Bamberga: elezione di Enrico di Svevia figlio di Federico primo a re dei romani.
agosto 15. Incoronazione di Enrico a re dei romani.
1170 Negoziati tra Federico primo e Alessandro terzo a Veroli.
1171 marzo. Il basileus Manuele Comneno fa arrestare i veneziani in tutto il territorio dell'impero di Costantinopoli.
1172 Viaggio di Enrico il Leone in Terrasanta.
1173 aprile-ottobre. Secondo assedio imperiale di Ancona.
1174 settembre. Quinta discesa di Federico primo in Italia, ottobre. Inizio dell'assedio di Alessandria.
1175 aprile 12. Federico primo toglie l'assedio ad Alessandria. 16. Accordi di Montebello.
1176 gennaio. Colloquio di Federico primo ed Enrico il Leone a Chiavenna.
maggio 29. Battaglia di Legnano.
ottobre. Trattative fra papa e imperatore ad Anagni.
dicembre. Accordi separati di Federico primo con Tortona e Cremona.
1177 luglio-agosto. Pace di Venezia tra imperatore e papa. Tregua dell'imperatore con il re di Sicilia e con i comuni.
1178 luglio 30. Incoronazione di Federico primo re di Borgogna ad Arles.
agosto 29. Callisto terzo si sottomette a papa Alessandro terzo.
settembre 15. Congresso della Lega lombarda a Verona,
novembre 11. Dieta di Spira.
1179 gennaio. Dieta di Worms contro Enrico il Leone.
febbraio-marzo. Terzo Concilio lateranense.
giugno. Dieta di Magdeburgo contro Enrico il Leone.
agosto. Dieta di Kayna contro Enrico il Leone.
1180 gennaio. Dieta di Wrzburg contro Enrico il Leone.
aprile. Spartizione dei beni di Enrico il Leone.
giugno-settembre. Campagna militare contro Enrico il Leone e sua sconfitta.
settembre. Muore a Costantinopoli il basileus Manuele Comneno.
1181 agosto 30. Muore Alessandro terzo; gli succede Lucio terzo.
novembre. Enrico il Leone, graziato, va in esilio alla corte di Enrico secondo d'Inghilterra.
1182 Massacro dei latini a Costantinopoli.
1183 marzo 14. La citt di Alessandria riconosciuta da Federico primo e ribattezzata Cesarea.
aprile. Accordi preliminari di pace tra Federico primo e la Lega lombarda a Piacenza.
giugno. Gli accordi di pace tra Federico primo e la Lega lombarda ratificati a Costanza.
1184 maggio 20. Festa di corte a Magonza. Enrico re dei romani e Federico armati cavalieri.
luglio. Trattative fra l'imperatore e il papa a Verona,
novembre 14. Morte di Beatrice di Borgogna.
1185 gennaio. I patti della lega rinnovati per trent'anni.
febbraio 11 Accordo di Federico primo con Milano.
novembre 25. Muore Lucio terzo; eletto papa Urbano terzo.
1186 gennaio 27. Matrimonio a Milano tra Enrico quarto e Costanza d'Altavilla; grande cerimonia d'incoronazione.
luglio-agosto. Federico torna in Germania.
estate. Assalto di Enrico sesto ai territori della Chiesa.
novembre. Diete di Gelnhausen e di Norimberga.
1187 luglio 2. L'esercito del re di Gerusalemme sconfitto dal Saladino nella battaglia dei "corni di Hattin", in Galilea.
luglio 10. Il Saladino conquista Acri.
ottobre 2. Il Saladino conquista Gerusalemme.
ottobre. Muore Urbano terzo; eletto papa Gregorio ottavo.
dicembre 17. Muore Gregorio ottavo; eletto papa Clemente terzo.
1188 marzo 27. Curia Jesu Christi a Magonza.
1189 maggio 11. I crociati tedeschi partono da Ratisbona.
1190 marzo. I crociati passano lo stretto dei Dardanelli.
maggio 17. Conquista di Iconio.
giugno 10. Morte di Federico primo.
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17. NOTA BIBLIOGRAFICA.
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La bibliografia sul Barbarossa  immensa e va crescendo di giorno in giorno; queste pagine non hanno quindi alcuna velleit di completezza. Esse vogliono limitarsi a fornire un panorama delle fonti e degli studi che riguardano pi da vicino Federico e il suo mondo, astraendo dalle molte cose che sarebbe necessario citare per fornire un anche solo approssimativo quadro del suo mondo, l'Europa del dodicesimo secolo.
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Fonti.
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Oltre alle ormai classiche raccolte come Acta imperii selecta, a cura di J.-F. Bhmer - J. Ficker, Innsbruck 1870, e H. Simonsfeld, Jahrbcher des deutschen Reichs unter Friedrich 1., I, Leipzig 1908 (ristampa, Berlin 1967), le raccolte documentarie pi importanti su Federico primo sono: Regesta imperii, quarto. 2, a cura di J. F. Bhmer, riveduta e corretta da F. Opll, Wien-Kln-Graz 1980; Die Urkunden Friedrich 1., rielaborata da H. Appelt et al., 2 voll., Hannover 1975-79 (M.G.H. Diplomata regum et imperatorum Germaniae, X. 1-2); Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, a cura di L. Weiland (M.G. H. Legum sectio, IV. 1 (per le leggi di Roncaglia del 1158, cfr. nn. 175-178, p. 244 sgg).
Per l'Italia, oltre alla grande vecchia raccolta di J. Ficker, Forschungen zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, 4 voll., Innsbruck 1869-74, sono particolarmente importanti per Federico il Codice diplomatico del Senato romano, ed F. Bartoloni, I, Roma 1948, gli Atti del Comune di Milano fino al 1216, a cura di C. Manaresi, Milano 1919, e naturalmente la famosa Storia diplomatica della Lega lombarda, n. ed. a cura di R. Manselli, Torino 1966. Per Cristiano di Magonza in Italia, cfr. D. Hgemann, Die Urkunden Erzbischof Christians 1. von Mainz als Reichslegat Friedrich Barbarossas in Italien, in "Archiv fur Diplomatik", XIV, 1968, pp. 202-301. Un ricco repertorio delle fonti federiciane con una vasta bibliografia aggiornata alla met degli anni Settanta e riferimenti specifici a tutti i movimenti documentati dell'imperatore tra 1152 e 1190 si trova in uno studio indispensabile a chiunque voglia occuparsi del Barbarossa: F. Opll, Dos Itinerar Kaiser Friedrich Barbarossas (1152-1190), Wien-Kln-Graz 1978.
Tutti i cronisti italiani e tedeschi (e molti di quelli francesi o inglesi) del XII secolo parlano di Federico primo. Per un primo orientamento, sono indispensabili F. Bhm, Dos Bild Friedrich Barbarossas und seines Kaisertums in den auslndischen Quellen seiner Zeit, Berlin 1936, e O. Engels, Federico Barbarossa nel giudizio dei suoi contemporanei, in AA. VV., Federico Barbarossa nel dibattito storiografico in Italia e in Germania, a cura di R. Manselli e J. Riedmann, Bologna 1982, pp. 45-81.
Tra le cronache dedicate a Federico, s'impone per importanza quella redatta da suo zio, il cistercense Ottone vescovo di Frisinga, e poi continuata da Rahewino: cfr. Ottonis Frisingensis episcopi et Rahewini, Gesta Federici I imperatoris, a cura di G. Waitz - B. von Simon, in M.G.H. Script, rer. Germ. in usu schol., XLVI (n. ed. a cura di F. J. Schmale, 1965). L'opera  stata, come del resto l'intero contributo storiografico di Ottone di Frisinga, molto studiata. Ricordiamo: J. Hashagen, Otto von Freising als Geschichtsphilosoph und Kirchenpolitiker, Leipzig 1900; A. Hofmeister, Studien ber Otto von Freising. I - Der Bildungsgang Ottos von Freising, in "Neues Archiv", XXXVII, 1911, pp. 101-161; P. Brezzi, Le fonti dei "Gesta Friderici I" di Ottone e Rahewin, in "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio muratoriano", LXXV, 1963, pp. 105-121; J. B. Gillngham, Why did Rahewin stop writing the "Gesta Frederici", in "English historical review", LXXXIII, 1968, pp. 224-303; K. F. Morrison, Otto qf Freising's Questfor the Hermeneuticcircle, in "Speculum", LV, 1980, pp. 207-236.
Nel novero delle fonti italiane, un ruolo a s hanno anzitutto gli Annales Mediolanenses minores (a cura di Ph. Jaff, M.G.H.SS., XVIII) e maiores (meglio conosciuti come Gesta Federici I imperatoris in Lombardia auctore cive Mediolanensi, a cura di O. Holder Egger, M.G.H. Script, rer. Germ. in usu schol., XVII; l'autore venne a lungo identificato come un "sire Raul"). l'Historia Friderici I del lodigiano Ottone Morena, che giunge fino al 1160 ed  stato continuata da Acerbo Morena fino al 1164 e da un anonimo fino al 1168,  invece un interessante documento di parte filoimperiale (a cura di F. Guterbock, M.G.H. Script, rer. Germ., n.s., VII). Importante anche il poema Ligurinus attribuito a un Gunther, che descrive le guerre lombarde di Federico sostanzialmente attenendosi a Ottone di Frisinga: lo si trova in P. L., CCXII. Il tema della storiografia filoimperiale  trattato in modo molto interessante da R. Holtzmann, Dos Carmen de Friderico I imperatore aus Bergamo und die Anjange einer staufischen Hofhistoriographie, in "Neues Archiv", XLIV, 1922, pp. 252-313, e da E. Ottmar, Dos Carmen de Friderico imperatore aus Bergamo und seine Beziehungen zu Otto-Rahewins Gesta Friderici, Gunther Ligurinus und Burchard von Urspergs Chronik, in "Neues Archiv", XLVI, 1926, pp. 430-489. All'esaltazione di Federico  votato anche il Carmen de gestis Friderici I di Goffredo da Viterbo (M.G.H.SS., XXII), autore per il quale sono da vedere G. Baaken, Zur Beurteilung Gottfried von Viterbo, in AA. VV., Geschichtsschreibung undgeistiges Leben im Mittelalter. Festschrift fr H. Lwe, Kln-Wien 1978, pp. 373-396, e E. Schulz, Zur Entstehungsgeschichte der Werke Gottfrieds von Viterbo, in "Neues Archiv", XLVI, 1926, pp. 86-141.
Fra le molte altre testimonianze, un rilievo da non dimenticare hanno gli Annales Ianuenses di Caffaro, che giungono fino al 1163 e sono stati continuati da Oberto il Cancelliere fino al 1173 e da Ottobuono Scriba fino al 1197: il loro carattere ufficiale, come voce della repubblica di Genova, fanno di questi Annali una testimonianza di molto interesse (ed. L. T. Belgrano, F.I.S.I., Roma 1890). Si veda per una loro valutazione critica R. D. Face, Secular history in twelfth-century Italy: Caffaro ofGenua, in "Journal of medieval history", 6, 1, 1980, pp. 169-184, e G. Petti Balbi, Caffaro e la cronachistica genovese, Genova 1982. Su particolari episodi di rilievo, si veda ad esempio Burchardi Argentinensis, Epistola de Victoria Frderici I et de excidio Mediolani; ma su questo notaio imperiale Burcardo si sono addensati - anche a causa di varie omonimie - gli equivoci, per cui si deve oggi ricorrere al saggio e all'edizione che ne ha proposto F. Gterbock, Le lettere del notaio imperiale Burcardo intorno alla politica del Barbarossa nello scisma ed alla distruzione di Milano, in "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio muratoriano", LXI, 1949, pp. 1-65. Oltre alla celeberrima punizione di Milano del 1162, un altro episodio significativo  il fallito assedio di Ancona del 1173, sul quale  notevole la testimonianza del magister Boncompagno da Signa (De obsidione Anchonae, ed. G. Zimolo, R.I.S.2, VI, 3). Fra i cronisti non tedeschi n italosettentrionali che hanno parlato dell'imperatore (cio, insomma, fra quelli che non vivevano in terra d'impero), particolare importanza hanno le testimonianze di Romualdo arcivescovo di Salerno (Chronicon, a cura di C. Garufi, R.I.S.2, VII, 1) e del bizantino Niceta Coniate (Historia, a cura di J. L. van Dieten, Berlin 1975): due voci tanto pi notevoli in quanto nessuna di esse  portatrice di una visione politica filofedericiana, il che non impedisce loro di esprimere a pi riprese apprezzamento per il Barbarossa.
Molte le testimonianze di ecclesiastici coevi a Federico: anzitutto, vanno considerate le lettere dei papi Adriano IV e Alessandro III (entrambe in P.L., rispettivamente CLXXXVIII e CC); indi gli scritti del cardinal Bosone, i cui Gesta pontificum Romanorum sono un monumento all'azione politica antimperiale propria di Adriano e di Alessandro (cfr. O. Engels, Kardinal Boso als Geschichtschreiber, in AA. VV., Konzil und Papst. Festgabe H. Tchle, Mnchen 1975). Molto meno partigiana, e ben pi sofferta, la testimonianza di Gerhoh di Reichersberg, per il quale vanno consultati: P. Classen, Gerhoch von Reichersberg, Wiesbaden 1960; E. Meuthen, Der Geschichtssymbolismus Gerhohs von Reichersberg, in AA. VV., Geschkhtsdenken und Geschichtsbild im Mittelalter, a cura di W. Lammers, Darmstadt 1965, pp. 200-246; A. M. Lazzarino del Grosso, Societ e potere nella Germania del XII secolo. Gerhoch di Reichersberg, Firenze 1974.
Ma le voci pi malevole contro Federico vengono in un certo senso da un gruppo di autori che si muovono nell'area franco-anglo-normanna e che trasmettono al mondo euroccidentale le tesi antimperiali di Alessandro III: essi sono soprattutto Giovanni di Salisbury, Arnolfo vescovo di Lisieux, Gualtiero di Chatillon, Rodolfo di Diceto. Cfr. p. es. The letters of John of Salisbury, a cura di W. J. Miller - H. E. Butler - C. N. L. Brooke, 2 voll., Oxford University Press 1955-79 (cfr. nel vol. I,ep. 124, p. 206 sgg., il famoso giudizio: "Chi ha mai costituito i Tedeschi giudici su tutte le nazioni?"); The letters of Arnulf of Lisieux, a cura di F. Barlow, London 1939; K. Strecker, Moralistisch-satirische Gedichte Walthers von Chatillon, Heidelberg 1929. In particolare per Giovanni di Salisbury, si veda il fondamentale volume di K. Guth, Johannes von Salisbury. Studien zur Kirchen-, Kultur- und Sozialgeschichte Westeuropas im 12. Jahrhundert, St. Ottilien 1978. Per una tesi molto interessante, che riconduce alla lotta contro Federico la dottrina del tirannicidio in Giovanni di Salisbury, cfr. J. Sporl, Gedanken um Widerstandrecht und Tyrannenmord im Mittelalter, in AA. W., Widerstandrecht und Grenzen der Staatsgewalt, Berlin 1956, p. 21.
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18. Studi.
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La posizione di Federico primo nella storia tedesca  senza dubbio particolare, e come tale l'ha trattata la storiografia almeno a partire dalla fine del Settecento. Essa rientra comunque in un pi vasto e complesso problema, quello della Kaiserpolitik, la "politica imperiale", per il quale non si pu ancora astrarre dal classico libro di F. Schneider, Neuere Anschauungen der deutschen Historiker zur Beurteilung der deutschen Kaiserpolitik des Mittelalters, Weimar 1934. Che poi un problema barbarossiano sia nato per tempo  vero, e va da s: ma gi dal Duecento esso  stato fagocitato nel pi ampio problema del ruolo storico della dinastia sveva, e difatti cos in un certo senso lo vedeva l'Alighieri: cfr. W. Cohn, Die Hohenstaufen im Urteil Dantes und der neueren Geschichtschreibung, in "Deutsches Dante-Jahrbuch", XV, 1933, pp. 146-184; H. Lwe, Dante und die Staufer, in "Speculum historiale", 1965, pp. 316-333; B. Nardi, Dante e il "Buon Barbarossa", in "L'Alighieri", VII, 1966, pp. 3-27.
 cosa evidente che tutta la critica storica tedesca dell'Ottocento vede il Barbarossa non tanto e non solo in s e per s, quanto attraverso il filtro della costruzione della nazione tedesca e del rapporto fra politica imperiale e politica germanica. Da qui il giudizio negativo del von Sybel sull'universalismo imperiale e la sua portata undeulsch, "non tedesca"; da qui la difesa del Ficker il quale, proprio a proposito della suditalienische Kaiserpolitik e dell'unio regni ad imperium, replicava che a indebolire l'impero non era stata la politica mediterranea, anzi componente costitutiva della sua tradizione, ma semmai un atteggiamento non abbastanza energico nei confronti del papato: discorso questo dal quale scaturiva una tesi sulla missione specifica dell'impero stesso (cfr. H. von Sybel, Entstehung des deutschen Knigstums, 1844; J. Ficker, Dos deutsche Kaiserreich in seinen universalen und nationalen Beziehungen, 1861, e Deutsches Kaisertum und Knigtum, 1862). Ma al "mito" del Barbarossa in Germania valse soprattutto la commossa esaltazione dell'impero compiuta, con l'appoggio di una sterminata erudizione, da W. Giesebrecht, Geschichte der deutschen Kaiserzeit, 6 voll., Leipzig 1859-95; mentre pochi anni dopo K. Hampe, con accenti molto meno mistico-romantici ma pi marcatamente nazionalistici, celebrava negli Staufer e nella loro politica le basi della nazione germanica (cfr. K. Hampe, Deutsche Kaisergeschichte in der Zeit der Salier und Staufer, Leipzig 1909, 19296). Ben diverso, e in un certo senso opposto, come sappiamo, il ruolo del Barbarossa nel pensiero del nostro Risorgimento: anche l la strumentalizzazione e se vogliamo la distorsione politica erano palesi, ma il segno di esse era evidentemente opposto. Tuttavia, tra retorica risorgimentale e rilettura storica, l'erudizione riconquistava una serie di elementi storici obiettivi che preludevano a valutazioni meno anacronistiche e meno passionali (cfr. L. Simeoni, Note storiche all'ode "Sui campi di Marengo", in "Convivio", I, 1948). La mostra sul tempo degli Svevi organizzata a Stoccarda nel 1977 e il suo monumentale catalogo restano a testimonianza di un faticoso recupero del Barbarossa alla storia, dopo decenni di polemiche passionali. Resta comunque importante, per la ricostruzione di quelle polemiche (e di quel recupero), il volume di AA. VV., Federico Barbarossa nel dibattito storiografico in Italia e in Germania, Bologna 1982. (Si tratta degli Atti di un seminario tenuto a Trento nel settembre 1980, del quale si veda altres la cronaca molto intelligente di R. Dondarini, Federico Barbarossa in due storiografie, in "Quaderni medievali", 11, giugno 1981, pp. 152-158.)
Il colossale Die Zeit der Staufer, 5 voll., Stuttgart 1977-79, non  che il catalogo della mostra del '77: ma in realt costituisce un fondamentale strumento di lavoro non solo e non tanto per la storia di Federico e degli altri sovrani della dinastia sveva, quanto per le ricchissime informazioni che offre a livello iconografico e documentario. Sempre per l'iconografia sveva, prezioso il volume di C. A. Willemsen, Die Bildnisse der Staufer, Gppingen 1977; molto utili ancora, proprio a proposito dei luoghi natali di Federico, della culla del casato degli Staufer e del culto romantico che vi ebbe centro nell'Ottocento e che non  neppur oggi del tutto spento, i due libri di H. Schwarzmaier, Die Heimat der Staufer, Sigmaringen 1976, e di AA. VV., Hohenstaufen. Staufer-Forschungen im Stauferkreis Gppingen, a cura di W. Ziegler, Gppingen 1977. Ma, su quello che forse  il pi celebre - e addirittura, a modo suo, il pi attendibile - "ritratto" di Federico, si deve consultare H. Grundmann, Der Cappenberger Barbarossakopf und die Anfnge des Stiftes Cappenberg, Kln-Graz 1959.
Sulla dinastia sveva in rapporto al suo territorio d'origine, ci limitiamo a segnalare tre lavori tutti abbastanza recenti: E. Maschke, Das Geschlecht der Staufer, Aalei) 1970; K. Schmid, De regia stirpe Waibligensium, Bemerkungen zum Selbverstndnis der Staufer, in "Zeitschrift fur die Geschichte des Oberreheins", CXXIV, 1976, pp. 63-73; H. Schwarzmaier, Staufisches Land und staufische Welt im Ubergang, Sigmaringen 1978.
Gli Staufer sono stati duchi di Svevia: sul ducato di Svevia sia come istituto "transpersonale", sia come oggetto di studio da potersi affrontare con i metodi che si usano nella Landesgeschichte,  oggi disponibile un grosso lavoro: H. Maurer, Der Herzog von Schwaben. Grundlagen, Wirkungen und Wesen seiner Herrschaft in ottonischer, salischer und staufischer Zeit, Sigmaringen 1978.
 sempre difficile, per un re, distinguere la "biografia" privata dalla vita pubblica; per un sovrano del XII secolo, poi,  praticamente impossibile dato lo stato e la natura delle fonti a nostra disposizione. Al riguardo - e prescindendo da pur apprezzabili risultati - lavori come quello di E. Otto, Friedrich Barbarossa in seinen Briefen, in "Deutsches Archiv", V, 1941-42, pp. 72-111, suscitano perplessit - qualunque siano le cautele metodologiche usate - proprio per una questione di metodo:  impossibile cio (o  quanto meno molto difficile) trarre informazioni o dar giudizi sicuri di carattere personale-privato (posto che tali aggettivi, e specie il secondo, abbiano nel XII secolo un senso avvicinabile in un qualche modo a quello che noi gli attribuiamo) partendo da documenti che sono espressione stilizzata d'una cancelleria e che comunque non riflettono se non molto alla lontana non diciamo idee e intenzioni, ma quanto meno impressioni, umori e stati d'animo di un sovrano. D'altro canto le questioni di metodo permangono sempre aperte, e non  da escludersi che nuovi sistemi d'interrogazione delle fonti conducano, anche in questo delicatissimo campo, a risultati molto lontani da quelli che oggi sembrano possibili. Quanto sopra detto non va inteso quindi nel senso d'una totale chiusura (e diciamo pure sordit) nei confronti di future "nuove frontiere dello storico", di qualunque tipo esse siano: ma semplicemente come un richiamo alla necessaria cautela. Nella fattispecie, prima di accingersi a giudicare le varie biografie di Federico,  consigliabile premunirsi almeno con la lettura di due saggi a mio avviso indispensabili: W. Holtzmann, Quellen und Forschungen zur Geschichte Friedrich Barbarossas, in "Neues Archiv", XLVIII, 1930, pp. 284-413, e O. Engels, Beitrge zur Geschichte der Staufer im 12. Jahrthundert, in "Deutsches Archiv", XXVII, 1971, pp. 432-456.
Tale lunga premessa serve soltanto per sottolineare - se ce n' bisogno: e ne dubitiamo - che una "biografia" del Barbarossa finisce sempre con l'essere non tanto un racconto della vita d'un uomo, quanto piuttosto un discorso sulla regalit romano-germanica del XII secolo.
Esistono molte biografie di Federico. Almeno a livello storiografico, non si pu prescindere dalle due grandi opere di F. von Raumer, Geschichte der Hohenstaufen und ihrer Zeit, 5 voll., Leipzig 1840-422, e del Giesebrecht, Geschichte, cit., i cui due ultimi voll., V e VI, sono dedicati a Federico. Dopo l'ampio studio di H. Prutz, Kaiser Friedrich 1., 3 voll., Danzig 1871-74 e quello di E. Otto, Friedrich Barbarossa, Potsdam 1940, l'agile profilo di E. Maschke, Kaiser Friedrich I., in AA. VV., Die grossen Deutschen, a cura di H. Heimpel - Th. Heuss - B. Reifenberg, Berlin 1956, pp. 70-86, costituisce una utile messa a punto, non tanto per il quadro vnementiel, quanto sul piano critico di sintesi. Interessante il pur non sempre critico (ma piuttosto espositivo) e qua e l celebrativo disegno proposto da K. Jordan, Friedrich Barbarossa, Kaiser des christlichen Abendlandes, Gttingen-Berlin-Frankfurt 1959 (Gttingen 19672; trad. it. Federico Barbarossa, Edizioni Paoline, Roma 1970). Un altro profilo di sintesi, quello proposto da H. Heimpel, Friedrich I., in AA. VV., Neue deutsche Biographie, V, Berlin 1961, pp. 459-478,  notevole; cos come F. J. Schmale, Konrad 3. und Friedrich 1. als Knige und Kaiser, in AA. VV., Probleme des 12. Jahrhunderts, Stuttgart-Konstanz 1968, pp. 33-52. Ma sono della fine degli anni Sessanta due grandi studi biografici - entrambi, significativamente, di autore non tedesco -: quello di M. Pacaut, Frdric Barberousse, Paris 1967, che tuttavia ha suscitato perplessit nel suo atteggiamento volto ad anticipare al XII secolo la divisione fra "guelfi" e "ghibellini", sulla quale com' noto molti sono i malintesi e le polemiche anche a proposito di epoche successive; e quello di P. Munz, Frederick Barbarossa. A study in medieval politics, London 1969.
Dopo le due biografie del Pacaut e del Munz, sono ancora da segnalare: A. Cartellieri, Dos Zeitalter Friedrich Barbarossas 1150-90, Aalen 1972, e la notevole raccolta di studi di AA. VV., Friedrich Barbarossa, a cura di G. Wolf, Darmstadt 1975, strumento critico di primario valore. A un tema che - contrariamente a quel che si potrebbe credere - non  affatto chiaro, si dedica E. Assmann, Friedrich Barbarossas Kinder, in "Deutsches Archiv fur Erforschung des Mittelalters", XXXIII, 1977, pp. 435-472. Importante, poi, A. Borst, Reden uberdie Staufer, Frankfurt a.M. 1978.
In Italia, molti sono gli studi relativi all'et del Barbarossa: ma essi non riguardano in genere la sua biografia. Dopo la bella sintesi di R. Morghen, Federico primo, in Enciclopedia italiana, XIV, pp. 942-944, di Federico si  a lungo occupato ancora R. Morghen, Gli Svevi in Italia, n. ed., Palermo 1974. Ma - a parte il moderato successo della traduzione italiana di un autore tedesco, R. Wahl, Barbarossa, Torino 1945 (n. ed., Milano 1973) - a tutt'oggi la sola biografia corrente in italiano  quella di R. Manselli, Federico primo, Milano 1967. Accanto ad essa, si pu citare il profilo divulgativo di E. Momigliano, Federico Barbarossa, Milano, 19689.
Esistono anche studi su alcuni episodi e periodi specifici della vita dell'imperatore. Per la sua giovinezza, ad esempio, si pu ricorrere tuttora a W. Berhardi, Konrad 3., Leipzig 1883.
Sulla politica di Federico in generale, sono notevoli i due libri di H. J. Kirfel, Weltherrschaftsidee und Bndnispolitik. Untersuchungen zur auswrtigen Politik der Staufer, Bonn 1959, e P. Rassow, Honor imperii. Die neue Politik Friedrich Barbarossas 1152-59, Mnchen-Berlin 1940, ristampa Darmstadt 1961. Per alcuni particolari aspetti della politica federiciana, cfr. p. es.: R. Holtzmann, Zum Strator und Marschalldienst, in "Historische Zeitschrift", CXLV, 1932, pp. 301-350; H. Mitteis, Die deutsche Knigswahl, Brno 19432; W. Heinemayer, Die Verhandlungen an der Sane im jahre 1162, in "Deutsches Archiv", XX, 1964, pp. 155-189; F. J. Schmale, Friedrich 1. und Ludwig 7. im Sommer des jahres 1162, in "Zeitschrift fur Bayerische Landesgeschichte", XXXI, 1968, pp. 315-368; J. P. Niederkorn, Die Datierung des Tafelgtverzeichnisses. Bemerkungen zu einer Neuerscheinung, in "Mitteilungen des Instituts fur sterreichsgeschichtsforschungen", LXXXVII, 1979, p. 471 sgg.; R. M. Herkenrath, Studien zum Magistertitel in der frhen Stauferzeit, ibid., LXXXVIII, 1980, pp. 3-35; F. Opll, Amator ecclesiarum. Studien zur religisen Haltung Friedrich Barbarossas, ibid., pp. 70-93.
Fondamentale, per Federico come per qualunque sovrano del XII secolo, la cancelleria, sulla quale esiste una letteratura davvero molto vasta. Ci limitiamo a citare quindi: il classico studio di K. T. Stumpf-Brentano, Die Reichskanzler des 10., 11. und 12. Jahrunderts, Innsbruck 1865-83; e poi i pi recenti R. M. Herkenrath, Regnum und lmperium. Das Reich in der fruhstaufischen Kanzlei (1138-55), Wien 1969; W. Koch, Die Reichskanzlei in den jahren 1167 bis 1174, Wien 1973; R. M. Herkenrath, Die Reichskanzlei in den jahren 1174 bis 1180, Wien 1977; W. Koch, Die Schrift der Reichskanzlei im 12.Jahrhundert, Wien 1979; Id., Zu Sprache, Stil und Arbeitstechnik in den Diplomen Friedrich Barbarossas, in "Mitteilungen des Instituts fur sterreichische Geschichtsforschung", LXXXVIII, 1980, pp. 36-69.
Il discorso sulla cancelleria porta a quello relativo ad alcuni collaboratori del Barbarossa; in certi casi, addirittura a coprotagonisti della sua attivit di governo. Anche qui, ci limitiamo a un'indicazione generale (R. M. Herkenrath, I collaboratori tedeschi di Federico 1, in AA. VV., Federico Barbarossa, cit., pp. 199-232) e a qualche studio monografico, quale p. es.: F. Keszycka, Kaisern Beatrix, Freiburg 1923; F. J. Jakobi, Wibald von Stablo und Corvey (1098-1158), benediktinischer Abt in der frhen Stauferzeit, Mnster 1979; W. Grebe, Studien zur geistigen Welt Rainalds von Dassel, in "Annaien des Historischen Vereins fur den Niederrhein", LXXI, 1969, pp. 30-36; C. Varrentrapp, Erzbischoff Christian I. von Mainz, s. 1. 1867; K. Pfisterer, Heinrich von Kalden Reichsmarschall der Stauferzeit, Heidelberg 1937.
Ma il collaboratore, il coprotagonista e anche l'antagonista per eccellenza di Federico resta Enrico il Leone. E anche su di lui la bibliografia  ampia. Citiamo soltanto: A. L. Poole, Henry the Lion, Oxford 1912; F. Gterbock, Der Prozess Heinrich des Lwen, Berlin 1909; M. Philippson, Heinrich der Lwe, Herzog von Bayem und Sachsen. Sein Leben und seine Zeit, Leipzig 19182; J. Heydel, Das Itirurar Heinrichs des Lwen, Hildesheim 1929; O. Haendle, Die Dienstmannen Heinrichs des Lwen, s. 1. 1930; G. Lwen, Die herzogliche Stellung Heinrichs des Lwen in Sachsen, s. 1. 1937; K. Jordan, Bistumgrndungen Heinrichs des Lwen, Stuttgart 1939; J. Bhrmann, Die Stadtegrunungen Heinrichs des Lwend und die Stadtverfassung des 12. Jahrhunderts, Kln-Graz 1961; K.Jordan, Enrico il Leone e la Lega lombarda nella politica di Federico Barbarossa, in AA. VV., Popolo e stato in Italia nell'et di Federico Barbarossa, Torino 1970; G. Scaramellini, Barbarossa ed Enrico il Leone a Chiavenna, Chiavenna 1976; P. Barz, Heinrich der Lwe. Ein Welfe bewegt die Geschichte, Bonn 1977; K.Jordan, Heinrich der Lwe, Mnchen 1979; AA. VV., Heinrich der Lwe, a cura di W.-D. Mohrmann, Gttingen 1980; K. Jordan, Friedrich Barbarossa und Heinrich der Lwe, in "Bltter fur deutsche Landesgeschichte", CXVII, 1981, pp. 61-71; K. Heinemeyer, Der Prozess Heinrichs des Lwen, ibid., pp. 1-60.
Per la Chiesa nel XII secolo in generale, sia sufficiente il ricorso a: G. Alberigo, Cardinalato e collegialit. Studi sull'ecclesiologia tra l'XI e il XIV secolo, Firenze 1969; A. Fliche - R. Foreville - J. Rousset de Pina, Dal primo concilio lateranense all'avvento di Innocenzo III, Torino 1974 (Storia della Chiesa, dir. A Fliche - V. Martin, IX); R. Foreville, Latran I, II, III et IV, Paris 1965. A proposito dei rapporti con Adriano IV: M. Maccarrone, Papato e impero dalla elezione di Federico primo alla morte di Adriano IV, Roma 1959; H. Schrors, Untersuchungen zu dem Strette Kaiser Friedrich 1. mit Papst Hadrian 4. (1157-58), Bonn 1915. Sul convegno di Besanon del 1157, cfr. W. Heinemeyer, "Beneficium - nonfeudum sed bonum factum". Der Streit aufdem Reichstag zu Besanon 1157, in "Archiv fur Diplomatili", XV, 1969, pp. 155-236. A proposito di Alessandro III, resta molto importante la biografia proposta da M. Pacaut, Alexandre III, Paris 1956; notevoli, ancora, M. W. Baldwin, Alexander III and the twelfth century, New York 1969; C. Ober, Papst Alexander III. und Friedrich Barbarossa, Mnchen 1980; G. Tabacco, Empirismo politico e flessibilit ideologica nelle relazioni fra Alessandro III e i due imperi, in "Bullettino storico-bibliografico subalpino", LXXXI, 1983, pp. 239-246. Sullo scisma: M. Meyer, Die Wahl Alexanders III. und Viktors IV., Gttingen 1871 ; A. M. Ameli, La Chiesa di Roma e la Chiesa di Milano nella elezione di papa Alessandro III, Firenze 1910; H. Karge, Die Gesinnung und die Massnahmen Alexanders III. gegen Friedrich Barbarossa, Greifswald 1914; P. Brezzi, Lo scisma inter regnum et sacerdotium al tempo di Federico Barbarossa, in "Archivio della deputazione romana di storia patria", LXII, 1940; O. Capitani, Alessandro III, lo scisma e le diocesi d'Italia, in AA. W., Popolo e stato, cit.; N. Gussone, Thron und Inthronisation des Papstes von de Anfngen bis zum 12. Jahrhundert, Bonn 1978, pp. 270-278; W. Madertoner, Die zwiespltige Papstwahl des Jahres 1159, Wien 1978; J. Petersohn, Papstschisma und Kirchenfriede, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", LIX, 1979, pp. 159-197; O. Capitani, Federico Barbarossa davanti allo scisma: problemi e orientamenti, in AA. VV., Federico Barbarossa, cit., pp. 83-130. Ancora su Alessandro III, si vedano R. Somerville, Pope Alexander HI and the Council of Tours, Berkeley-Los Angeles-London 1977, e K. Schreiner, Geschichte, symbolische Handeln, standortbedingte Urteilsbildung. Wirkungsgeschichtliche Studien zur Begegnung zwischen Kaiser Friedrich Barbarossa und Papst Alexander III., Bielefeld 1981. Gli Atti del convegno tenutosi nel marzo 1982 ad Alessandria su Alessandro III sono in corso di stampa mentre scriviamo.
Sul conflitto fra papato e impero nel XII secolo in generale, si pu inoltre ricorrere - oltre che al vecchio ma classico U. Balzani, Italia, papato e impero nel secolo XII, Milano 1930-a: G. Dunken, Die politische Wirksamkeit der ppstlichen Legaten in der Zeit des Kampfes zwischen Kaisertum und Papstum in Oberitalien unter Friedrich I., Berlin 1931 ; K. Jordan, Die Stellung des deutschen Episkopats im Kampf umdie Universalmacht unter Friedrich I. bis zum Frieden von Venedig, Wrzburg 1939; F. Kempf, Der "Favor apostolicus" bei der Wahl Friedrich Barbarossas und im deutschen Thronstreit, in AA. VV., Speculum Historiae. Geschichte im Spiegel von Geschichtsschreibung und Geschichtsdeutung, Freiburg 1965, pp. 469-478; H. Tillmann, Ricerche sull'origine dei membri del collegio cardinalizio nel XII secolo, in "Rivista di storia della Chiesa in Italia", XXIV, 1970, pp. 441-464; XXVI, 1972, pp. 313-353; XXIX, 1975, pp. 363-402; K. Jordan, Investiturstreit und frhe Stauferzeit, in Gebhards Handbuch der deutschen Geschichte, a cura di A. Grundmann, I, Stuttgart 19739, pp. 323-426. Per il quadro storico generale, La riforma della Chiesa e la lotta fra papi e imperatori, Milano 1979 (Storia del mondo medievale - Cambridge, IV).
Il governo di Federico ha avuto importanza notevole sul piano - com' noto - del diritto. In generale si possono vedere le seguenti opere: C. Wacker, Beitrge zur Geschichte der staufischen Reichstage, Leipzig 1882; I. Ott, Der Regalienbegriffdes 12. Jahrhunderts, in "Zeitschrift fr Rechtsgeschichte", Kan. Abt., LXVI, 1949; H. Appelt, Friedrich Barbarossa und das Rmische Recht, in "Rmische Historische Mitteilungen", V, 1961-62, pp. 18-34: P. Costa, Iurisdictio. Semantica del potere politico nella pubblicistica medievale, Milano 1969; H. Kellenbenz, Das deutsche Reich, in Handbuch der europischen Wirtschafts- und Sozialgeschichte, a cura di H. Kellenbenz, II, Stuttgart 1980, part. pp. 521-522 sui regalia iura. Sui rapporti fra l'imperatore e i giuristi bolognesi e sulla dieta di Roncaglia del 1158: G. Blondel, Les droits rgaliens et la constitution de Roncaglia, in AA. VV., Mlanges Paul Fabre, Paris 1902, pp. 237-257; H. Koeppler, Frederick Barbarossa and the Schools of Bologna, in "English historical review", LIV, 1939, pp. 577-603; A. Erler, Die Ronkalischen Gesetze des Jahres 1158 und die oberitalienische Stadtfreiheit, in "Zeitschrift fr Rechtsgeschichte", Germ. Abt., LXI, 1941; E. Rota, Il valore politico immediato per l'Italia della costituzione "De Regalibus" del 1158, in "Studi sassaresi", s. II, vol. XXIII, 1950; W. Ullmann, The medieval interpretation qf Frederick I Authentic "Habita", in AA. VV., L'Europa e il diritto romano. Studi in memoria d Paolo Koschaker, I, Milano 1954, p. 99 sgg.; G. de Vergottini, Lo Studio d Bologna, l'impero, il papato, in AA. VV., Studi e Memorie per la storia dell'Universit di Bologna, n. s., I, Bologna 1956; A. Haverkamp, Die Regalien-, Schutz- und Steuerpolitik in Italien unter Friedrich Barbarossa bis zur Entstehung des Lombardenbundes, in "Zeitschrift fr bayerische Landesgeschichte", XXIX, 1966, pp. 3-156 (saggio fondamentale, come del resto molte cose di questo studioso, per comprendere il rapporto fra diritto, politica amministrativa e sistema tributario); V. Colorni, Le tre leggi perdute di Roncaglia (1158) ritrovate in un manoscritto parigino, in AA. VV., Scritti in memoria d Antonino Giuffr, I, Milano 1967, pp. 113-170 (la scoperta del Colorni ha impresso una svolta nelle ricerche relative alla legislazione federiciana dal 1158 in poi); G. Santini, L'origine bolognese d due leggi di Roncaglia: le Constitutiones "Habita" e "Sacramenta puberum", in "Archivio giuridico Filippo Serafini", s. VI, voi XLIV, 1968, p. 494 sgg. Importanti, ancora, i due saggi di T. Szab, Rmischrechtliche Einftsse aufdie Beziehung des Herrschers zum Recht. Eine Studie zu vier Autoren aus der Umgebung Friedrich Barbarossas, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", LUI, 1973, pp. 34-48, e W. Stelzer, Die Summa Monacensis (Summa "Imperatorie Maiestati") und der Neustifter Propst Konrad von Albeck. Ein Beitrag zur Verbreitung der franzosischen Kanonistik im fruhstaufischen Deutschland, in "Mitteilungen des Instituts fr sterreichische Geschichtsforschung", LXXXVIII, 1980, pp. 94-112.
Sulla "politica estera" di Federico, molti argomenti sarebbero degni di attenzione. Ma gli studiosi - pi che dalla diplomazia un po' episodica nei confronti della Francia capetingia o della Normandia-Inghilterra plantagenete - sono stati giustamente attirati da due aspetti dell'azione politica federiciana: quello rivolto al regno normanno di Sicilia e quello indirizzato a Bisanzio. Per il primo, basti il rinvio a G. Baaken, Unio regni ad imperium. Die Verhandlungen von Verona 1184 und die Ehendrebung zwischen Knig Heinrich VI. und Konstanze von Sizilien, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", LII, 1972, pp. 219-297, e a G. Tabacco, Impero e regno meridionale, in A A. VV., Potere, societ e popolo tra et normanna ed et sveva, Bari 1983, pp. 13-48. Per il secondo, oltre alla bella ricerca di P. Lamma, Comneni e Staufer. Ricerche sui rapporti fra Bisanzio e l'Occidente nel secolo XII, 2 voll., Roma 1955-58 (importante in realt anche per un quadro molto pi vasto di quanto il titolo non prometta), si debbono ricordare W. Ohnsorge, Die Byzanzpolitik Friedrich Barbarossas und der "Landesverrat" Heinrich des Lwens, in Id., Abendland und Byzanz, Darmstadt 1958, pp. 456-491, e P. Classen, La politica di Manuele Comneno tra Federico Barbarossa e le citt italiane, in AA. VV., Popolo e stato, cit., pp. 265-279.
Per il ruolo di Federico nella storia tedesca, si vedano anzitutto: G. Barraclough, Le origini della Germania moderna, Firenze 1957, e J.-P. Cuvillier, L'Allemagne medievale. Naissance d'un tat (VIIIe-XIIIe siecle), Paris 1979. Sull'amministrazione e l'attivit di governo sveve vere e proprie, cfr.: J. Ficker, Die Reichshqfbeamten der Staufischen Periode, Wien 1862; O. V. Dungern, Die Staatreform der Hohenstaufen, Mnchen-Leipzig 1913; K. Bosl, Die Reichsministerialitt der Salier und Staufer, 2 voll., Stuttgart 1950-51 (uno studio fondamentale, e del resto ormai classico); G. Rauch, Die Bundnsse deutscher Herrscher mit Reichsangehoringen. Vom Regierungsantritt Friedrich Barbarossas bis zum Tod Rudolfs von Habsburg, Aalen 1966; W. Hotz, Pfalzen und Burgen der Stauferzeit, Darmstadt 1981 ; J. Fried, La politica economica di Federico Barbarossa in Germania, in AA.VV., Federico Barbarossa, cit., pp. 311-383. Per la nascita dell'Austria: H. Fichtenau, Von der Mark zum Herzogtum. Grundlagen und Sinn des Privilegium minus fur sterreich, Munchen 1958; O. Brunner, Land und Herrschaft. Grundfragen der territorialen Verfassungsgeschichte sterreichs im Mittelalter, Wien 19592 (ch' senza dubbio alcuno uno dei pi bei libri di storia scritti in questo secolo); H. Appelt, Privilegium minus. Das staufische Kaisertum und die Babenberger in sterreich, Wien-Kln-Graz 1973; K. Lechner, Die Babenberger, Wien-Kln 1977; E. Zllner, Das Privilegium minus und seine Nachfolgebestimmungen in genealogischer Sicht, in "Mitteilungen des Instituts fur sterreichische Geschichtsforschung", LXXXVI, 1978, pp. 1-26; AA.VV., Das Babenbergische sterreich, a cura di E. Zllner, Wien 1978, pp. 43-53. Per altri ducati, si veda ad esempio: E. Heyck, Geschichte der Herzoge von Zhringen, Freiburg 1891; T. Mayer, Der Staat der Herzoge von Zhringen, s.l. 1935; A. K. Hmberg, Westfalen und das schsische Herzogtum, Mnster 1963. Sulla riforma feudale: H. Gunia, Der Leihezwang, Dusseldorf 1938; W. Goez, Der Leihezwang, Tbingen 1962. Sulla politica federiciana relativa alle citt: H. Planitz, Der deutsche Staat in Mittelalter, Graz-Kln 1954; H. Boockmann, Barbarossa in Lbeck, in "Zeitschrift des Vereins fur Lbeckische Geschichte und Altertumskunde", LXI, 1981, pp. 7-18; F. Schwind, Reichsstadt und Kaiserpfalz Gelnhausen, in "Bltter fur deutsche Landesgeschichte", CVII, 1981, pp. 73-96. Una frontiera importante del regno tedesco nel XII secolo era quella nordorientale, per la quale si pu consultare: R. Ktzsche, Quellen zur Geschichte der ostdeutschen Kolonisation im 12.-14. Jahrhundert, s.l. 19312; K. Hampe, Der Zug nach dem Osten, Leipzig 19353;
E. Christiansen, Le crociate del nord. Il Baltico e la frontiera cattolica, Bologna 1983. Beninteso, per la politica di Federico in Germania e la frontiera nordoccidentale, va ricordato quanto si  gi segnalato, supra, a proposito di Enrico il Leone.
La politica tedesca di Federico  strettamente congiunta a quella italiana: su ci molte sono le disparit di giudizio e molte quindi le polemiche, ma il rapporto in s  innegabile. Per criticamente definirlo, giovino: E. Jordan, L'Allemagne et l'Italie aux XIIe et XIIIe sicles, Paris 1939; G. Fasoli, Citt e sovrani fra il X e il XII secolo, Bologna 1963; F. Opll, Effetti della politica italiana di Federico Barbarossa in Germania, in AA.VV., Federico Barbarossa, cit., pp. 265-309.
Per l'Italia di Federico primo, resta classica la ricerca di J. Ficker, Forschungen zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, Innsbruck 1868; allo stesso modo, non si pu astrarre da G. von Below, Die italienische Kaiserpolitik des deutschen Mittelalters. Mit besonderem Hinblick auf die Politik Friedrich Barbarossas, Mnchen-Berlin 1927. Per quanto molti studi in merito alla posizione dell'imperatore come rex Italiae si siano ispirati in passato alla ricostruzione di questioni politiche e militari, le grandi indagini circa il patrimonio imperiale nel regno hanno modificato il tono della storiografia degli ultimi decenni. Alla base di questo mutamento di rotta, possiamo quindi porre due ricerche a giusto titolo famose: F. Schneider, L'ordinamento pubblico nella Toscana medievale, Firenze 1975 (l'originale in tedesco  stato edito nel 1914), e K. Schrod, Reichsstrassen und Reichsverwaltung im Knigreich Italiens, Stuttgart 1931. Naturalmente, ha molto rilievo lo studio di H. Meyer, Die militrpolitik Friedrich Barbarossas in Zusammenhang mit seiner Italienpolitik, Berlin 1930: il discorso sulla politica militare (a parte le spese che essa comportava, le questioni tecniche e quindi il necessario riallacciamento di essa a questioni a loro volta generali) non era ad ogni modo quello globalmente pi adatto a far avanzare gli studi. La via giusta, sulle orme dello Schneider e dello Schrod, stava in ricerche quali quella di G. Deibel, Die italienischen Einknfte Kaiser Friedrich Barbarossas, in "Neue Heidelberger Jahrbcher", 1932, pp. 21-58. Ed  su questa strada che si  giunti alle fondamentali e innovatrici conquiste scientifiche del Brhl e dello Haverkamp. Cfr.: C. Bruhl, Fodrum, gistum, servitium regis, 2 voll., Kln-Graz 1968; Id., La politica finanziaria di Federico Barbarossa in Italia, in AA.VV., Popolo e stato, cit., pp. 195-208 (cfr. Id., Die Finanzpolitik Friedrich Barbarossas in Italien, in "Historische Zeitschrift", CCXIII, 1971, pp. 13-37); A. Haverkamp, Herrschaftsformen der Fruhstaufer in Reichsitalien, 2 voll., Stuttgart 1970-71. Il fondamentale studio dello Haverkamp ha provocato anche qualche polemica, ma ha senza dubbio imposto un rinnovamento critico negli studi specifici, sia per la massa di dati eruditi messi a disposizione degli specialisti, sia per la ricchezza e la finezza degli spunti interpretativi. In particolare, lo Haverkamp ha - e, crediamo, in modo sostanzialmente irreversibile - ridimensionato la leggenda romantica di un Barbarossa duro, implacabile, dalla ferrea volont, disposto a spezzarsi pur di non piegarsi (una leggenda suscettibile poi di due interpretazioni, di segno beninteso diametralmente opposto) per sottolineare invece la flessibilit, il possibilismo, addirittura la opportunistische Komponente della politica dell'imperatore. Un ridimensionamento salutare, contro schematismi e interpretazioni antistoriche: ma che a sua volta cela il pericolo di un certo anacronismo, nella misura in cui - mirando a ristabilire il quadro dello sviluppo concreto di una linea politica - pu approdare a una sottovalutazione obiettiva delle idee di giustizia e di dignit dell'impero del Barbarossa. E quanto  stato ad esempio notato da D. von der Nahmer, Zur Herrschaft Friedrich Barbarossas in Italien, in "Studi medievali", s. III, vol. XV, 1974, pp. 587-703. Osservatore attento di questo rinnovamento degli studi relativo al regnum Italiae federiciano, ma al tempo stesso anche protagonista di tale rinnovamento,  stato in Italia Giovanni Tabacco, che in parecchi contributi ha lucidamente riconsiderato la politica amministrativa e finanziaria di Federico, il suo confronto con la feudalit e via dicendo. Ricordiamo: G. Tabacco, La costituzione del regno italico al tempo di Federico Barbarossa, in AA.VV., Popolo e stato, cit.; Id., recensione ad Haverkamp, Herrschaftsformen, cit., in "Studi medievali", s. III, vol. XIV, 1973, pp. 226-237; Id., Alleu et fief considrs au niveau politique dans le royaume d'Italie (Xe-XIIe sicle), in "Cahiers de civilisation medievale", XXIII, 1980, pp. 3-15; Id., Gli orientamenti feudali dell'impero in Italia, in AA.VV., Structures fodales et fodalisme dans l'Occident mditerranen, Roma 1980, pp. 210-237.
I rapporti fra l'impero e i comuni italiani sono un vastissimo e complesso problema. In linea generale, si pu partire da: P. Brezzi, I comuni cittadini italiani e l'impero medievale, in AA.VV., Nuove questioni di storia medioevale, Milano 1964, pp. 177-207; J. Riedman, Die Beurkundung der Vertrge Kaiser Friedrich Barbarossas mit den italienischen Stdten, Wien 1966; AA.VV., Popolo e stato in Italia nell'et di Federico Barbarossa. Alessandria e la Lega lombarda, Torino 1970; AA.VV., I problemi della civilt comunale, a cura di C. D. Fonseca, Milano 1971; C. G. Mor, La politique de la maison de Souabe  l'gard des villes italiennes, in AA.VV., La ville, Institutions administratives et judiciaires, Bruxelles 1954, pp. 297-317; G. Fasoli - F. Bocchi, La citt medievale italiana, Firenze 1973; J. K. Hyde, Societ e politica nell'Italia medievale, Il Mulino, Bologna 1973; P. Racine, Nuove vedute su Federico Barbarossa e i comuni italiani, in "Bullettino storico piacentino", LXVIII, 1973, pp. 2-11; P. Classen, Die Communen und die Kaiserkrone des Westens, in "Journal of medieval history", III, 1977, pp. 207-244; AA.VV., Aristocrazia cittadina e ceti popolari nel tardo Medioevo in Italia e in Germania, a cura di R. Elze - G. Fasoli, Bologna 1984.
Sui rettori federiciani delle citt italiane: C. Ludwig, Untersuchungen ber die frhesten "Potestaten" italieniscker Stdte, Wien 1973.
In genere sulla politica cittadina: P. Brezzi, Caratteri, momenti e protagonisti dell'azione diplomatica di Federico Barbarossa, in "Rivista storica italiana", LII, 1940, pp. 192-205, 339-368; Id., Gli alleati italiani di Federico Barbarossa (feudatari e citt), in AA.VV., Federico Barbarossa, cit., pp. 157-197; G. Fasoli, Federico Barbarossa e le citt lombarde, in Id., Scritti di storia medievale, Bologna 1974, pp. 229-255; Id., Aspirazioni cittadine e volont imperiale, in AA.VV., Federico Barbarossa, cit, pp. 131-156.
La politica relativa ai passi alpini: G. L. Barni, La politica di Federico primo circa i passi retici e il problema del castello di Serravalle in Val di Blenio, in Atti del Convegno di studi per i rapporti scientfici e culturali italo-svizzeri, Milano 1956, pp. 197-204; K. Meyer, Blenio und Leventina von Barbarossa bis Heinrich VII., Luzern 1911; R. Bordone, Una valle di transito nel gioco politico dell'et sveva. Le trasformazioni del potere e dell'insediamento nel comitato di Serralonga, in "Bullettino storico-bibliografico subalpino", LXXIII, 1975, pp. 109-179.
Sui rapporti tra il Barbarossa e le varie citt italiane fino alla Lega lombarda, ci limitiamo a qualche riferimento regione per regione (prendendo per comodit quali punti di riferimento le regioni odierne).
Piemonte. In generale sulla regione: F. Cognasso, Il Piemonte nell'et sveva, Torino 1968. Alessandria: G. Jachino, Le origini di Alessandria nella storia e nelle tradizioni popolari, Torino 1926; C. Patrucco, Come e perch fu fondata Alessandria, Casale Monferrato 1927; G. Pistarino, Alessandria nel mondo dei comuni, in "Studi medievali", s. III, vol. XI, 1970; AA.VV., Popolo e stato in Italia nell'et di Federico Barbarossa. Alessandria e la Lega lombarda, Torino 1970 (sul quale si veda la lucida recensione di A.A. Setta in "Rivista della Chiesa in Italia", XXVI, 1972, pp. 526-528); G. Airaldi, Giudici e notai nella nascita di una citt, in "Rivista di storia, arte e archeologia per le province di Alessandria e Asti", LXXXII, 1973, pp. 137-160. Asti: R. Bordone, Citt e territorio nell'Alto Medio Evo. La societ astigiana dal dominio dei Franchi all'affermazione del comune, Torino 1980. Novara: Novara e la sua terra nei secoli XI e XII: storia documenti architettura, ed. M.L. Gavazzoli Tomes, Milano 1980. Monferrato: A.A. Setta, Monferrato. Strutture di un territorio medievale, Torino 1983.
Il territorio padano in generale. A.A. Setta, Castelli e villaggi nell'Italia padana, Napoli 1984.
Lombardia. Milano: G.P. Bognetti, Sopra la condizione dei cittadini milanesi dopo la distruzione di Milano, in "Rivista storica del diritto italiano", I, 1928; AA.VV., Dalle lotte contro il Barbarossa al primo signore (1152-1310), Milano 1954 (Storia di Milano, IV); G.L. Barni, Riflessi giuridici della lotta fra comuni e Federico primo nelle consuetudini milanesi, in AA.VV., Studi in onore di A. Calderini e R. Paribeni, I, Milano 1956, pp. 449-468; G. Rossetti, Motivi economico-sociali e religiosi in atti di cessione di beni a chiese del territorio milanese nei secoli XI-XIII, Milano 1967; A. M. Ambrosioni, Il testamento del prete Ariprando (1166). Note sulla situazione dei Milanesi dopo la distruzione della citt, in "Ricerche storiche sulla Chiesa ambrosiana", II, 1972, pp. 116-131; L. Fasola, Una famiglia di sostenitori milanesi di Federico primo. Per la storia dei rapporti dell'imperatore con le forze sociali e politiche della Lombardia, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", LII, 1972, pp. 116-218; A.M. Ambrosioni, Le pergamene della Canonica di Sant'Ambrogio, Milano 1974; M.S. Mazzi, Milano dei secoli IX-XII nei contributi dell'ultimo trentennio, in "Archivio storico italiano", CXXXII, 1974, pp. 371-415; G. Soldi Rondinini, La canonica di Sant'Ambrogio e la societ milanese nel secolo XII, in "Nuova rivista storica", LIX, 1975, pp. 458-469; A. Haverkamp, Das Zentralittgefge Mailands in hohem Mittelalter, in AA.VV., Zentralitt als Problem der mittelalterlichen Stadtgeschichtsforschung, a cura di E. Meynen, Kln-Wien 1979. Altre citt: A. Caretta, Le cinque ambascerie lodigiane presso Federico primo, in "Archivio storico lodigiano", VIII, 1960, pp. 55-74; C. Paganini, Spunti per uno studio sui monasteri pavesi nel contrasto fra papato e impero nel periodo del Barbarossa, in "Bollettino della Societ Pavese di storia patria", n.s., XX-XXI, 1968-69, pp. 179-201; A. Bosisio, Crema ai tempi di Federico Barbarossa, in "Archivio storico lombardo", s. VIII, vol. X, 1960, p. 206 sgg.; AA.VV., Storia di Brescia, dir. G. Treccani degli Alfieri, I, Brescia 1961, pp. 597-638.
Emilia. F.S. Gatta, Il comune di Reggio e la Lega lombarda, in "Studi e documenti", XXXIX, 1939, p. 65 sgg.; A. Hessel, Storia della citt di Bologna dal 1116 al 1280, trad. it., p. 391, Bologna 1975.
Toscana. R. Davidson, Storia di Firenze, Sansoni, Firenze 1956, vol. I; E. Tolaini, La costruzione delle mura di Pisa negli anni 1155-61 secondo gli "Annales" del Maragone, in "Bullettino storico pisano", XXXVI-XXXVIII, 1967-69, pp. 37-49.
Umbria e Lazio. A. Frugoni, Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII, Roma 1954; P. de Angelis, Roma e Spoleto contro Federico primo Barbarossa per la libert del comune, Roma 1955; F. Gregorovius, Storia della citt di Roma nel Medio Evo, 3 voll., Torino 1973; M. Petrocchi, Le sottomissioni alla citt di Perugia nell'et di Federico Barbarossa, in "VI Convegno di studi umbri", Gubbio 1968, pp. 253-269.
Marche. P. Giangiacomi, Ancona contro Barbarossa, Ancona 1927; AA.VV., Federico Barbarossa, Ancona e le Marche, Citt di Castello 1972; A. Carile, L'assedio di Ancona del 1173. Contributo alla storia politica e sociale della citt nel secolo XII, in "Atti e memorie della Deputazione storica per le Marche", s. VII, vol. VII, 1971-73, pp. 25-27; Id., Federico Barbarossa, i Veneziani e l'assedio di Ancona nel 1173, in "Studi veneziani", XVI, 1974, pp. 3-31.
Sardegna. AA.VV., La Sardegna nel mondo mediterraneo. II - Gli aspetti storici, a cura di M. Brigaglia, Sassari 1981.
In tutta la letteratura or ora segnalata, a proposito delle citt italiane (ma cfr. anche quanto abbiamo detto nel paragrafo dedicato alle Fonti), il tema della Lega lombarda, dei suoi precedenti, delle sue istituzioni e del suo sviluppo  largamente presente. Aggiungiamo qui solo alcuni titoli che ne trattano specificamente: F. Bosdari, Bologna nella prima Lega lombarda, in "Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le province di Romagna", s. III, vol. XV, 1896-97, p. 12 sgg.; XVI, 1898, p. 143 sgg.; F. Guterbock, Die Rektoren des Lombardenbundes in einer Urkunde fr Chiaravalle, in "Quellen und Forschungen aus italienischcn Archiven und Bibliotheken", XVIII, 1926; M. Pacaut, Aux origines du guelfisme: la doctrine de la Ligue lombarde, 1167-1183, in "Revue historique", CCXXX, 1963, pp.73-90 (un saggio importante, tuttavia a nostro modo di vedere compromesso da due preconcetti dell'Autore: primo, voler antedatare al XII secolo quello scontro tra guelfismo e ghibellinismo che fu caratteristico di quello seguente; secondo, il trattare appunto guelfismo e ghibellinismo come due partiti politici basati su due ideologie contrapposte, il che , almeno tendenzialmente, antistorico); G. Fasoli, La Lega lombarda. Antecedenti, formazione, struttura, in AA.VV., Probleme des 12. Jahrhunderts, Konstanz-Stuttgart 1968, pp. 143-160; P. Brezzi, Gli uomini che hanno creato la Lega lombarda, in Popolo e stato, cit.; G. Vismara, Istituzioni e concezioni della Lega lombarda, ibid. Per sigillografia e araldica della lega: C. Bascap, I sigilli dei comuni italiani nel Medio Evo e nell'et moderna, in AA.VV., Studi in onore di C. Manaresi, Milano 1953, p. 113; E. Dupr Theseider, Sugli stemmi delle citt comunali italiane, in Id., Mondo cittadino e movimenti ereticali nel Medio Evo, Bologna 1978, pp. 103-145; H. Zug Tucci, Un linguaggio feudale: l'araldica, in AA.VV., Storia d'Italia. Annali, I, Torino 1978, p. 852.
Su un episodio per molti versi fondamentale, le trattative di Montebello: F. Guterbock, Der Friede von Montebello und die Weiterentwickelung des Lombardenbundes, Berlin 1895; W. Heinemeyer, Der Friede von Montebello (1175), in "Deutsches Archiv", XI, 1954, pp. 101-139.
Per la battaglia di Legnano: F. Guterbock, Ancora Legnano!, Milano 1901; B. Hanow, Beitrge zur Kriegsgeschichte der staufischen Zeit: die Schlachten bei Corcano und Legnano, Berlin 1905; R. Beretta, Della Compagnia della Morte e della Compagnia del Carroccio alla battaglia di Legnano, in "Archivio storico lombardo", XLI, 1914, pp. 240-256; P. Pieri, Il Rinascimento e la crisi militare italiana, Torino 1952, p. 214 sgg.; A. Marinoni, Ricostruzione storica e topografica della battaglia di Legnano, in "Legnano", III, 1957, pp. 3-15; R. Beretta, Il giuramento di Pontida e la Societ della Morte nella battaglia di Legnano (storia o leggenda?), rist., Como 1970; G. Martini, La battaglia di Legnano: la realt e il mito, in "Nuova Antologia", CXI, 1976, pp. 357-371; AA.VV., Legnano e la battaglia, a cura di G. d'Ilario, E. Gianazza, A. Marinoni, Legnano 1976; mentre stiamo scrivendo,  in corso di stampa per i tipi della Europa-Jaca Book il volume Il Barbarossa in Lombardia. Cronache contemporanee, a cura di A. A. Setta e P. Ariatta: dove senza dubbio si parler, fra l'altro, di Legnano.
Per la pace di Venezia, si veda: P. Brezzi, La pace di Venezia del 1177 e le relazioni tra la repubblica e l'impero, in AA.VV., Venezia dalla prima crociata alla conquista di Costantinopoli del 1204, Firenze 1965, pp. 49-70; F. J. Schmale, Der Friede von Venedig, Bochum 1981. Sulla pace di Costanza: W. Lenel, Der Konstanzer Frieden von 1183 und die italienische Politik Friedrichs I, in "Historische Zeitschrift",CXXVIII, 1923, pp. 189-261;C. G. Mor, Il trattato di Costanza e la vita comunale, in AA.VV., Popolo e stato, cit; AA.VV., La pace di Costanza 1183, Bologna 1984. (Sono gli Atti di un convegno tenutosi a Piacenza nel 1983, e per cui cfr. anche T. Zambarbieri, La pace di Costanza, in "Quaderni medievali", 16, dicembre 1983, pp. 203-210.) Quanto all'ultima fase della politica italiana di Federico, cfr. H. Kauffmann, Die italienische Politik Kaiser Friedrichs 1. nach dem Frieden von Konstanz, Greifswald 1933.
La nobilt del regnum Italiae offre nei suoi rapporti con l'imperatore svevo una quantit di elementi di grande interesse, anche se la bibliografia non  cos sterminata come nel caso delle citt. Sul tema generale:
J. Fischer, Knigtum, Adel und Kirche im Knigreich Italien, Bonn 1965; M. Strachwitz, Die Privilegierung des italienischen Adels durch Kaiser Friedrich I., Wien 1968; R. Manselli, La grande feudalit italiana tra Federico Barbarossa e i comuni, in AA.VV., Popolo e stato, cit.; A. Haverkamp, Friedrich 1. und der hohe italienische Adel, in AA.VV., Beitrge zur Geschichte Italiens im 12. Jahrhundert, Sigmaringen 1971, p. 53 sgg. ; H. Keller, Adelherrschaft und stdtliche Gesellschaft in Oberitalien, Tbingen 1979. In particolare, sui Monferrato: L. Usseglio, I marchesi di Monferrato in Italia e in Oriente durante i secoli XII e XIII, Casale Monferrato 1926, e AA.VV., Aleramica, in "Bullettino storico-bibliografico subalpino", LXXXI, 1983, pp. 451-762; sui Malaspina: G. Guagnini, I Malaspina. Origini, fasti, tramonto di una dinastia, Milano 1973. Sul feudalesimo italosettentrionale  comunque fondamentale lo studio di P. Brancoli Busdraghi, La formazione storica del feudo lombardo come diritto reale, Milano 1965.
Quanto alla Borgogna: P. Fournier, Le royaume d'Arles, Paris 1891; H. Hirsch, Urkundenfalschungen aus dem Regnum Arelatense. Die burgundische Politik Kaiser Friedrichs /., Wien 1937; J.-Y. Mariotte, Le comt de Bourgogne sous les Hohenstaufen 1156-1208, Paris 1963; H. Buttner, Friedrich Barbarossa und Burgund. Studien zur Politik der Staufer whrend des 12. Jahrhunderts, in AA.VV., Probleme des 12. Jahrhunderts, cit., pp. 79-119.
L'impero, l'idea d'impero, la liturgia imperiale, la politica sacrale dell'impero in Federico, sono materia di studi che occupano un largo spazio tematico. Sul piano liturgico, bisogna tener anzitutto presente Die Ordines fr die Weihe und Kronung des Kaisers und der Kaiserin, a cura di R. Elze, Hannover 1960 (Fontes iuris Germanici antiqui, IX. Ordines coronationis imperialis). Inoltre: M. Krammer, Der Reichsgedanke des staufischen Kaiserhauses, Breslau 1908; A. Dempf, Sacrum imperium, Milano-Messina 1933; E. Dupr Theseider, L'idea imperiale di Roma nella tradizione del medioevo, Roma 1942; P. Brezzi, Roma e l'impero medievale, Bologna 1947; G. Tabacco, Le relazioni fra i concetti di potere temporale e di potere spirituale nella tradizione cristiana fino al secolo XV, Torino 1950; R. Folz, L'ide d'empire en Occident du V au XIV siede, Paris 1953; P. Zerbi, Papato, impero e repubblica cristiana dal 1187 al 1198, Milano 1955; P. A. van der Baar, Die kirchliche Lehre der Translatio imperii bis zar Mitte des 13. Jahrhunderts, Roma 1956; AJ. Carlyle, Il pensiero politico medievale, 4 voll., Roma-Bari 1959; HJ. Kirfel, Weltherrschaftsidee und Bndnispolitik. Untersuchungen zar auswrtigen Politik der Staufer, Bonn 1959; H. Appelt, Die Kaiseridee Friedrich Barbarossas, Wien 1967; M. Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino 1973; G. Martini, Regale sacerdotium, ripubbl. in "Nuova rivista storica", LXV, 1981, pp. 73-156; C. Brhl, Kronen- und Kronungsbrauch im frhen und hohen Mittelalter, in "Historische Zeitschrift", CCXXXIV, 1982, pp. 1-31. Meno studiate le tendenze contestative, che pure vi furono: cfr. B. Paradisi, Spunti polemici contro l'impero in alcuni giuristi del XII secolo, in "Studi romani", XIX, 1971, pp. 11-21. Sui simboli del potere: P. E. Schramm, Kaiser, Rom und Renovatio, Berlin 1929 (ristampa 1957); H. Sedlmayr, Die Entstehung der Kathedrale, Zrich 1950 (part. p. 125 sgg. per il cosiddetto "lampadario di Aquisgrana"); P. E. Schramm, Sphaira-Globus-Rekhsapfel, Stuttgart 1958 (part. pp. 81-91, per il globo imperiale svevo); P. E. Schramm - F. Mutherich, Denkmale der deutschen Knige und Kaiser, I, Munchen 1962 (importantissimo per l'iconografia contenuta); P.E. Schramm, Kaiser, Knige und Ppste, 3 voll., Stuttgart 1968-69; R. Elze, Insegne del potere sovrano e delegato in Occidente, in AA.VV., Simboli e simbologia nell'Alto Medioevo, II, Spoleto 1976, pp. 569-593; R. Staats, Theologie der Reichskrone. Ottonische "Renovatio imperii" im Spiegel einer Insignie, Stuttgart 1976; R. Elze, Ppste-Kaiser-Knige und die mittelalterliche Herrschaftssymbolik, London 1982. Quanto al rapporto fra impero ed escatologia, cfr.: E. Sackur, Sibyllinische Texte und Forschungen, Halle 1889; F. Kampers, Die deutsche Kaiserdee in Prophetie und Sage, Munchen 1896; M. Reeves, foachimist influence ofthe idea ofa "Last World Emperor", in "Traditio", XVII, 1961, pp. 323-370; B. Tpfer, Dos kommende Reich des Friedens. Zar Entwicklung chiliaslicher Zukunftshoffnungen im Hochmittelalter, Berlin 1964. Sulla leggenda dell'"imperatore dormiente": L. Bechstein, Die Sagen des Kyffhusers, s.l. 1835, e J. Adamek, Vom rmischen Endreich der mittelalterlichen Bibelerklerung, Wrzburg 1938. Per l'idea d'impero nella poesia: R. Schnell, Die Reichsidee in der deutschen Dichtung des Mittelalters, Darmstadt 1983.
Sulla leggenda dei Magi: U. Monneret de Villard, Le leggende orientali sui Magi evangelici, Citt del Vaticano 1952; L. Olschki, L'Asia di Marco Polo, Firenze 1957; Giovanni di Hildesheim, La storia dei Re Magi, a cura di A.M. Di Nola, Firenze 1966; M. Elissagaray, La legende des Rois Mages, Paris 1965; sul sepolcro milanese dei Magi: P. Spreafico, La basilica di Sant'Eustorgio. Tempio e museo, Milano 1976. Fondamentale H. Hofmann, Die Heiligen Drei Knige, Bonn 1975.
Carlomagno  una presenza mitica fondamentale nel disegno "ideologico" del Barbarossa: cfr. R. Folz, Le souvenir et la legende de Charlemagne dans l'empire germanique medieval, Paris 1950; Id., Etudes sur le culte liturgique de Charlemagne dans les glises de l'Empire, Paris 1951; G. Martini, La memoria di Carlomagno e l'impero medievale, in "Rivista storica italiana", LXVIII, 1966, pp. 255-281; AA.VV., Karl der Grosse. IV-Das Nachleben, a cura di W. Braunfels - P.E. Schramm, Dusseldorf 1967; N. von Holst, Zu den jakobs- und Nikolaufpatrozinien in Halien der Stauferzeit, in "Mitteilungen des Kunsthistorischen Instituts in Florenz", XXIV, 1980, pp. 357-361.
La terza crociata , naturalmente, trattata in tutte le storie generali delle crociate. Ma, pi specificamente per quel che riguarda il contributo di Federico, si deve anche ricorrere a: H. Patze, Kaiser Friedrich Barbarossa und der Osten, in AA.VV., Probleme des 12. Jahrhunderts, cit., pp. 243-253; H.E. Mayer, Der Brief Kaiser Friedrichs I. an Saladin vom Jahre 1188, in "Deutsches Archiv", XIV, 1958, pp. 488-494; F. W. Wentzlaff-Eggebert, Der Hoftag Jesu Christi 1188 in Mainz, Wiesbaden 1962; E. Eickhoff, Friedrich Barbarossa in Orient. Kreuzzug und Tod Friedrichs I, Tbingen 1977 (fondamentale); H. Mhring, Saladin und der dritte Kreuzzug. Ajubidische Strategie und Diplomatie in Vergleich vornehmlich der arabischen mit den lateinischen Quellen, Wiesbaden 1980; B.Z. Kedar, Ein Hilferuf aus Jerusalem vom September 1187, in "Deutsches Archiv fr Erforschung des Mittelalters", XXXVIII, 1982, pp. 112-122.
L'et di Federico fu nodale nella cultura tedesca. Lo si vede molto bene gi in quello straordinario scritto che  il Ludus de Antichristo, il testo del quale va consultato in Geistliche Spiele. Lateinische Dramen des Mittelalters mit deutschen Verseti, a cura di K. Langosch, Darmstadt 1961, pp. 181-239, e per cui si consulti altres il saggio di K. Hauck, Zur Genealogie und Gestalt des staufischen "Ludus de Antichristo", in "Germanisch-Romanische Monatschrift", XXXIII, 1951-52, pp. 11-26. Sull'Archipoeta, cfr.: V.W. Stach, Salve mundi domine. Kommentierende Beobachtungen zum Kaiserhymnus des Archipoeta, Leipzig 1939; K. Langosch, Politische Dichtung um Kaiser Friedrich Barbarossa, Berlin 1943; F. Cairnis, The Archpoet's confession: sources, interpretation and historical context, in "Mittellateinisch Jahrbuch", XV, 1980, pp. 87-103. L'et di Federico e lo sviluppo socioculturale del ceto dei ministeriales vengono indicati anche come l'ambiente nel quale si svilupp l'elaborazione tedesca di quella cultura cortese e di quelle tradizioni cavalleresche che a met XII secolo erano gi sviluppate in Francia, ma non ancora in Germania: cfr. M. Huby, L'adaptation des romans courtois en Allemagne au XIIe et au XIIIe sicle, Paris 1968, e J. Fiori, Les origines de l'adoubement chevaleresque. Eyude des remises d'armes et du vocabulaire que les exprime dans les sources historiques latines jusqu'au dbut du XIIIe sicle, in "Traditio", XXXV, 1979, pp. 222-223 (l'addobbamento di Enrico e di Federico di Svevia). Circa l'et federiciana nella letteratura, cfr. L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, Einaudi, Torino 1977, p. 169 sgg., vol. 1/1. Per le tradizioni cavalleresche in Germania e il contributo in questo senso dell'entourage di Beatrice di Borgogna, si veda anche: G. Fleckenstein, Friedrich Barbarossa und das Rittertum. Zur Bedeutung der Grossen Mainzer Hoftage von 1184 und 1188, in AA.VV., Festschrift Heimpel, II, Gttingen 1977, pp. 1023-1041.
Molti amici e colleghi mi hanno aiutato in questo lavoro con consigli e suggerimenti dei quali sono loro molto grato: ma, naturalmente, essi non sono responsabili dei miei errori. Non posso qui citarli uno per uno: tuttavia, un segno particolare di gratitudine debbo a Thomas Szab. Un grazie anche a Livia Fasola. Un pensiero riconoscente a Gian Arturo Ferrari, che ha "creduto" in questo libro; a Paolo Parlavecchia, che ne ha tenuto a battesimo l'idea; e a Giovanni Quochi, che ne ha curato l'edizione.
Infine, dedico un affettuoso ringraziamento al "fratello grasso" Mario Sanfilippo, mio complice in scorribande medievistico-wagneriane nelle quali  entrato anche Federico primo. A Sanfilippo va il merito di aver disperatamente cercato di impedire - sia pur senza saperlo - che questo libro uscisse;  difatti sua perentoria convinzione che una biografia del Barbarossa non si possa scrivere. Il che mi ha cacciato un sacco di pulci nelle orecchie. Che abbia ragione lui?
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19. NOTE.
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(1) Un "giro di orizzonti" sulla situazione bizantina tra XI e XII secolo in D. Obolensky, Il Commonwealth bizantino, Laterza, Roma-Bari 1974, pp. 289-337.
(2) Cfr. Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del XII secolo, Torino 1971.
(3) Cfr. T. Husband, The Wild Man. Medieval myth and symbolism, New York 1980.
(4) La tesi del rapporto tra certe leggende e i disboscamenti e le bonifiche  stata sostenuta in due saggi (Cultura ecclesiastica e cultura folklorica nel medioevo: san Marcello di Parigi e il drago, e Melusina materna e dissodatrice) ora riediti in J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Einaudi, Torino 1977, pp. 209-255 e 287-318.
(5) Per il bosco, cfr. Il deserto-foresta nell'Occidente medievale, in J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano nell'Occidente medievale, Laterza, Roma-Bari 1983, pp. 25-44.
(6) Per tutto il complesso problema di come nel Medioevo si immaginava il cosmo, si veda il volume di AA.VV., "Imago mundi". La conoscenza scientifica nell'Occidente medievale, Todi 1983.
(7) Cfr. il saggio di C. Frugoni, La figurazione bassomedievale dell'Imago Mundi, in AA.VV., "Imago Mundi", eh., pp. 225-269.
(8) Per i mostri del Medioevo e l'Occidente, cfr. il libro di C. Kappler, Demoni, mostri e meraviglie alla fine del medioevo, Sansoni, Firenze 1983, e il bel saggio di A. Appiano Caprettini, Mondo e Antimondo. Il Sacro e il Mostro in un corpus tardomedievale, Torino 1983.
(9) Sulla leggenda medievale di Alessandro, un utile contributo di sintesi  l'agile volume di C. Frugoni, La fortuna di Alessandro Magno dall'antichit al medioevo, Firenze 1978.
(10) Cfr. Vita bizantina di Barlaam e Ioasaf, a cura di S. Ronchey e P. Cesaretti, Milano 1980.
(11) Anonimo, A l'entrada del tens clar, in La poesia dell'et cortese, a cura di A. Roncaglia, Milano 1961, pp. 384-387.
(12) Cfr. H. Focillon, L'An Mil, Paris 1970; G. Duby, l'Anno Mille, Einaudi, Torino 1976.
(13) Un efficace quadro del X secolo in R. Fossier, I nuovi mondi 350-950, Einaudi, Torino 1984, pp. 383 sgg.
(14) "...Era come se il mondo stesso, scuotendosi, volesse spogliarsi della sua vecchiezza per rivestirsi di un candido mantello di chiese" (Rodolfo il Glabro, Storie dell'Anno Mille, a cura di G. Andenna e T. Tuniz, Milano 1982, p. 106).
(15) Per il complesso problema della demografia medievale, abbiamo adesso - almeno a proposito dell'Italia - un ottimo strumento di lavoro nel libro Strutture familiari, epidemie, emigrazioni nell'Italia medievale, a cura di R. Comba - G. Piccinni - G. Pinto, Napoli 1984.
(16) In questo campo, innovatrice risulta la prospettiva storica aperta dal libro di M. Montanari, L'alimentazione contadina nell'alto medioevo, Napoli 1979.
(17) Se lo  chiesto R. S. Lopez, La nascita dell'Europa, Einaudi, Torino 1966, p. 102 sgg.
(18) Cfr. J. D. Mansi, Sacrorum conciliorum amplissima collectio, XVIII, coll. 265-266; cfr. Ps., 11, 6.
(19) Ibid., col. 284.
(20) Questo aspetto della politica di Lotario  variamente interpretato: secondo alcuni, contribu irrimediabilmente ad abbassare prestigio e dignit della corona nei confronti dell'aristocrazia feudale; secondo altri invece il re - con l'attenersi per primo e strettamente al nuovo diritto feudale, e quindi con l'abbandono progressivo della difesa del concetto di pubblicit del potere, - avrebbe escogitato in qualche maniera un antidoto contro i rischi di un'anarchia feudale vera e propria. Non a caso  tale la tesi di uno studioso inglese, J. W. Thompson, Feudal Germany, London 1928, p. 237 sgg., che giunge a definire il progetto lotariano come quello di una "monarchia federativo-feudale".  comunque da notare come la monarchia sia chiamata in Germania a svolgere un ruolo pi federativo che centralizzatore, data la presenza di un'alta nobilt al cui vertice sta un'aristocrazia di principi. E sar proprio Federico Barbarossa a formalizzare alla fine del secolo XII questa tendenza, talmente chiara e pronunziata che Karl Bosl potr parlare della Germania come di "uno stato aristocratico con un re alla testa".
(21) A tal riguardo, un "classico" punto di partenza  il libro di A. Overmann, La contessa Matilde di Toscana, Multigrafica, Roma 1980.
(22) La donazione del 17 novembre 1102, alla presenza del cardinal legato Berardo, si configura come conferma di una precedente donazione gi effettuata dalla magna comitissa a papa Gregorio VII (cfr. Overmann, La contessa Matilde, cit., pp. 151-152).
(23) Fra il 6 e l'8 maggio del 1111 Enrico V fu ospite di Matilde a Bianello: in tale occasione essa lo nomin suo erede universale (cfr. Overmann, La contessa Matilde, cit., p. 166).
(24) Guelfo, V nella sua dinastia, II come duca di Baviera: ci va notato in quanto la doppia numerazione ordinale, abitualmente usata dagli storici nei confronti dei Welfen, pu causare qualche confusione.
(25) Rimandiamo, per le complesse vicende italo-normanne, al libro di P. Delogu, I Normanni in Italia. Cronache della conquista e del regno, Napoli 1984, part., per Ruggiero II, p. 131 sgg.
(26) Il premonstratense Anselmo di Havelberg, allievo prediletto di Norberto di Xanten,  appunto famoso per aver composto tre libri di Dialoghi sulle conversazioni religiose avute a Costantinopoli (cfr. H. Wolter - H.G. Beck, Civitas medievale XII-XIV secolo, Milano 1975, p. 61).
(27) Nella storia dei pontefici, questo Gregorio  noto come l'antipapa Vittore IV: il suo breve regno dur dal 15 marzo al 29 maggio.
(28) Guelfo, VI della dinastia dei Welfen,  di solito conosciuto come Guelfo di Memmingen.
(29) Cfr. la discussione in P. Munz, Frederick Barbarossa. A study in medieval politics, London 1969, p. 40.
(30) Cfr. G. Duby, Il cavaliere, la donna, il prete, Laterza, Bari 1981, pp. 128-130.
(31) Tobia, 1, 4.
(32) Prov.,22, 15; 19, 18.
(33) Cfr. R. Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli, Milano 1982, pp. 50-58.
(34) Per tale problema, molto dibattuto nella storiografia recente, si veda ora Ph. Snac, L'image de l'autre. Histoire de l'occident medieval face  l'Islam, Paris 1983.
(35) Cfr. E. Christiansen, Le crociate del nord. Il Baltico e la frontiera cattolica (1100-1525), Il Mulino, Bologna 1983.
(36) Cfr. N. Cohn, I fanatici dell'Apocalisse, Comunit, Milano 1976, p. 83 sgg.
(37) Cfr. J. Markale, Eleonora d'Aquitania. La regina dei trovatori, Rusconi, Milano 1980, p. 36 sgg.; R. Pernoud, Eleonora d'Aquitania, Jaca Book, Milano 1983, p. 51 sgg.
(38) Si tratta dello Haram esh-Sharif ("il nobile recinto"), tradizionalmente racchiudente l'area del "monte Moria" e dell'antico Tempio di Salomone: vi sorgono le due moschee, "di Omar" e di al-'Aqsa (cfr. E. Hoade, Guide to the Holy Land, Jerusalem 1974, pp. 212-238).
(39) Dopo la distruzione della basilica della Resurrezione ad opera del califfo del Cairo Hakem, nel 1009, e la ricostruzione patrocinata dal basileus Costantino Monomaco a met dell'XI secolo, i crociati completarono verso la met del XII secolo un rifacimento dell'edificio che, nelle sue grandi liree, corrisponde all'aspetto di esso pervenuto sino ai giorni nostri.
(40) Cfr. F. Opll, Amator Ecclesiarum. Studien zur religisen Haltung Friederich Barbarossas, in "Mitteilungen des Instituts fur Osterreichische Geschichtsforschung", LXXXVIII, 1980, p. 75.
(41) Cfr. E. Otto, Von der Abschliessung des Ritterstandes, in AA.VV., Das Rittertum im Mittelalter, a cura di A. Borst, Darmstadt 1976, pp. 106-129.
(42) Su questo documento si sono addensate le polemiche; celebre anche il falso fatto redigere da Rodolfo IV duca d'Austria fra 1358 e 1359 e conosciuto come Privilegium maius.
(43) Alludiamo qui alla celebre tesi di D. de Rougemont, L'amore e l'Occidente, Rizzoli, Milano 1977.
(44) Ottonis et Rahewini, Gesta Friderici I imperators, a cura di G. Waitz - B. de Simson, Hannover-Leipzig 1912, pp. 116-117.
(45) Gerhoh, De investigatione Antichristi, I, 40, a cura di F. Scheibelberger, Linz 1875, p. 85.
(46) Cfr. B. Smalley, Storici nel medioevo, trad. it., Napoli 1979, pp. 136-137.
(47) Il commercio del sale  molto importante nella storia di questo e del resto di ogni periodo della storia dell'umanit: se ne veda un profilo in J. F. Bergier, Una storia del sale, trad. it., Venezia 1984.
(48) Cio dalla solenne ostensione della corona.
(49) Quod principi placuit legis habet vigorem, arni populus ex et in eum suum imperium et potestatem concessit.
(50) La storia di questa e di altre reliquie sarebbe tutta da riscrivere. Nel secolo scorso, ci si divert J.A.S. Collin de Plancy, del quale si veda il Dizionario delle reliquie e delle immagini miracolose, Newton Compton, Roma 1982, pp. 124-125. Si tenga presente che, dopo aver composto il suo dizionario-pamphlet che vide la luce nel 1821-22, Collin de Plancy si convert a un rigoroso cattolicesimo e divenne collaboratore dell'abate Migne.
(51) Purg., XVIII, 119.
(52) Cfr. Testi religiosi zoroastriani, a cura di A. Bausani, Roma 1957, p. 83.
(53) Mt., 2, 1-2.
(54) Ps., 71, 10; Is., 60, 6.
(55) Cfr. M. Bussagli, Il contesto storico e religioso da cui emersero i Re Magi, in "Il Tempo", 6 gennaio 1983.
(56) Salve mundi domine, in M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, III, Heidelberg 1931, pp. 984-986.
(57) Il dramma dell'Anticristo, in E. Franceschini, Teatro latino medievale, Milano 1960, p. 277.
(58) Ibid., pp. 278-279.
(59) M. Sbriccoli, Crimen lesae maiestatis, Milano 1974, p. 95.
(60) Durezza e rapacit restate proverbiali, come si vede nel Liber tristitiae sive doloris, cio l'elenco degli oneri ai quali i milanesi venivano sottoposti da un "implacabile aguzzino, Marcoaldo di Grumbac", e che "contiene un'impressionante lista delle requisizioni di manzi e carri di legno, di coppie di buoi, di suini e di polli e di ogni altra tassazione che angariava quegli esseri umani che, privati dei diritti civili, vivevano senza protezione alcuna" (P. Brezzi, Da Roncaglia a Costanza, in AA.VV., La pace di Costanza 1183, Bologna 1984, p. 17).
(61) Si tratta di Ottone II, incoronato per volont del padre Ottone I.
(62) Cfr. G. Pistarino, Alessandria nel mondo dei comuni, in "Studi medievali", s. III, vol. XI, 1970, pp. 1-101.
(63) A proposito dell'egemonia milanese sulla Lega e dei problemi che essa generava, si veda il saggio di A. Haverkamp, La Lega lombarda sotto la guida di Milano (1175-1183), in AA.VV., La pace di Costanza 1183, cit., pp. 159-178.
(64) Sul tema dei rapporti tra Federico e Venezia, cfr. G. Rsch, Venedig und das Reich, Tbingen 1982, ad indicem.
(65) Per l'importanza di Teodorico e di Filippo rispetto alla crociata, al culto delle reliquie e ai romanzi del Graal intesi in rapporto con la devozione al Sepolcro del Cristo, cfr. H. Adolf, Visio Pacis. Holy City and Grail, Pennsylvania State University 1960, ad indicem.
(66) Secondo alcune cronache tedesche gi nel 1173 o 1179 ambasciatori del Saladino (o del sultano di Iconio) avrebbero proposto un matrimonio tra il figlio del loro signore (o il sultano di Iconio stesso) e la figlia di Federico, promettendo che in cambio essi si sarebbero convertiti al cristianesimo. Anche qui, pi che di "leggende" si tratta forse di voci messe in giro a fini di propaganda (cfr. B.Z. Kedar, Crusade and mission, Princeton 1984, p. 70).
(67) Lo stesso Gioacchino da Fiore rimase colpito dalla morte di Federico, e ne trasse motivo per meditare sull'inutilit della potenza degli uomini quando i loro disegni non coincidono con la volont di Dio. La scomparsa di Federico sarebbe divenuta - proprio per il grande prestigio che egli e la sua memoria esercitavano sui posteri - uno degli argomenti tradizionali, nel Duecento, per dimostrare l'inutilit della crociata (cfr. Kedar, Crusade, cit., p. 114).
(68) Purg., XVIII, 119.
(69) R. Wagner, Autobiografia, Milano 1983, p. 377.
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FINE.